Perché i nuovi scenari bellici possono diventare molto pericolosi per la nostra economia
Qui il punto non è soltanto una guerra lontana.
È la possibile trasformazione di una crisi regionale in una crisi delle arterie economiche e strategiche che collegano l’Asia all’Italia.
Al 20 settembre 2026, la situazione presenta un elemento particolarmente delicato: Hormuz e Bab el-Mandeb rischiano di diventare contemporaneamente punti di pressione che l’Iran mantiene come una minaccia sullo Stretto di Hormuz, mentre gli Houthi hanno rafforzato la loro posizione nell’area di Bab el-Mandeb.
1. Perché l’Italia è direttamente coinvolta
Il dato forse più importante è questo: secondo il ministro Tajani, circa il 40% del traffico marittimo commerciale italiano e il 60% delle merci esportate verso l’Asia passano attraverso il Mar Rosso.
Quindi, Bab el-Mandeb non è semplicemente uno stretto dello Yemen.
È una porta.
Asia → Oceano Indiano → Bab el-Mandeb → Mar Rosso → Suez → Mediterraneo → Italia.
Se quella porta diventa insicura, la conseguenza arriva anche nei nostri porti, nelle nostre industrie e, alla fine, nelle nostre tasche.
2. Il primo pericolo: l’energia
Qui entra in gioco Hormuz.
Se la navigazione attraverso Hormuz viene seriamente ostacolata, viene messa sotto pressione una parte fondamentale dei flussi energetici provenienti dal Golfo.
E se contemporaneamente gli Houthi rendono insicuro Bab el-Mandeb, anche le vie alternative diventano problematiche.
È questa la combinazione che considero più preoccupante:
Hormuz = energia.
Bab el-Mandeb = commercio.
Suez = collegamento con l’Europa.
Se tutti e tre vengono contemporaneamente sottoposti a forte pressione, il problema non è più soltanto militare: diventa economico.
Le conseguenze possibili per l’Italia comprendono:
petrolio più costoso;
carburanti più costosi;
aumento dei costi di trasporto;
pressione sui prezzi dei prodotti importati;
aumento dei costi industriali;
maggiore inflazione;
difficoltà per le imprese che dipendono dalle forniture asiatiche.
L’Europa sta già guardando con preoccupazione alla riduzione delle forniture saudite: un’interruzione prolungata costringerebbe le raffinerie europee a cercare greggio alternativo, potenzialmente più costoso o meno disponibile.
3. Il secondo pericolo: Suez
Questo, per l’Italia, è forse ancora più importante di quanto sembri.
Una nave che non può attraversare in sicurezza Bab el-Mandeb deve valutare una deviazione attorno all’Africa.
Significa:
più miglia → più carburante → più giorni → più costi → trasporti più cari.
E non riguarda soltanto il petrolio.
Riguarda container, componentistica industriale, elettronica, macchinari, prodotti alimentari e una quantità enorme di merci provenienti dall’Asia.
Per un Paese come l’Italia, fortemente inserito nel commercio marittimo, questa è una vulnerabilità strutturale.
4. Il terzo pericolo: l’Italia potrebbe essere trascinata militarmente più vicino alla crisi
Qui c’è un passaggio che considero particolarmente significativo.
L’Italia partecipa già all’operazione europea ASPIDES, che ha compiti difensivi di protezione della navigazione commerciale.
La Marina Militare spiega che l’operazione può proteggere le navi da missili, droni e attacchi provenienti dal mare.
Marina Militare
E il 18 settembre Guido Crosetto ha chiesto una maggiore presenza navale italiana nel Mar Rosso; Reuters riferisce che l’Italia sta valutando una missione navale autonoma per proteggere la navigazione italiana.
Questo crea una situazione nuova: più navi italiane significa maggiore protezione dei nostri interessi, ma anche maggiore esposizione delle nostre forze.
Non significa che l’Italia sia in guerra. Tajani lo ha ribadito proprio oggi: la missione ASPIDES rimane una missione difensiva e l’Italia non si considera in guerra.
Ma la distanza tra proteggere una nave e essere coinvolti in un incidente militare può diventare molto sottile quando missili e droni sono presenti nella stessa area.
5. C’è poi un elemento che riguarda direttamente gli italiani
Adnkronos segnala che gli Houthi hanno preso di mira la base di Taif in Arabia Saudita, dove è presente anche una componente italiana della Task Force Arabia.
La stessa analisi evidenzia l’aumento delle capacità missilistiche e dei droni degli Houthi.
Quindi il rischio non riguarda soltanto: “le nostre navi”.
Riguarda anche: “i nostri militari”.
Questo cambia la natura della questione.
6. Il vero rischio: l’effetto domino
Io lo rappresenterei così:
Iran
↓
pressione su Hormuz
↓
energia più costosa
↓
Arabia Saudita
↓
attacchi alle infrastrutture energetiche
↓
riduzione delle esportazioni
↓
Houthi
↓
pressione su Bab el-Mandeb
↓
meno sicurezza nel Mar Rosso
↓
Suez
↓
deviazione delle navi
↓
costi logistici più elevati
↓
Europa e Italia
↓
inflazione + energia + trasporti + difficoltà industriali.
È questa la catena che dobbiamo osservare.
7. E c’è un rischio ancora più grande
Non è necessario che Iran o Houthi chiudano completamente gli stretti.
È sufficiente che li rendano sufficientemente pericolosi.
Un armatore può decidere di non attraversare una zona anche se formalmente il passaggio è ancora aperto.
È una distinzione fondamentale: non serve chiudere il mare; basta rendere troppo rischioso attraversarlo.
Questo è esattamente il tipo di crisi che può produrre conseguenze economiche molto superiori all’azione militare iniziale.
8. E l’Italia ha una particolare vulnerabilità
L’Italia è al centro del Mediterraneo.
Questa è normalmente una straordinaria posizione geografica.
Ma in una crisi del Mar Rosso può trasformarsi in una vulnerabilità.
Perché siamo:
Mediterraneo → Suez → Asia.
Il nostro vantaggio geografico dipende dalla libertà di navigazione.
Per questo l’UE ha prorogato ASPIDES fino al 28 febbraio 2027, riconoscendo esplicitamente l’importanza della libertà di navigazione nel Mar Rosso e delle rotte commerciali internazionali.
Middle East, North Africa and the Gulf
E allora, qual è la cosa che guarderei con maggiore attenzione?
Non guarderei soltanto quanti missili vengono lanciati.
Guarderei cinque indicatori:
1. Hormuz: il traffico delle petroliere torna realmente normale oppure no?
2. Bab el-Mandeb: le grandi compagnie marittime ricominciano ad attraversarlo oppure continuano a evitarlo?
3. Arabia Saudita: gli attacchi raggiungono stabilmente infrastrutture petrolifere e portuali?
4. Italia: aumenta progressivamente la presenza militare italiana nel Mar Rosso?
5. Prezzo dell’energia: il problema militare comincia a trasformarsi in problema economico europeo?
Se questi cinque fenomeni dovessero muoversi contemporaneamente nella stessa direzione, non saremmo più davanti soltanto a una crisi mediorientale.
Saremmo davanti a una crisi sistemica delle comunicazioni tra Asia, Mediterraneo ed Europa.
Ed è qui che, secondo me, la questione diventa profondamente italiana.
Perché una guerra può sembrare lontana sulla carta geografica.
Ma il prezzo del petrolio, del gas, dei trasporti e delle merci non conosce confini.
E c’è una cosa che mi colpisce ancora di più: l’Italia potrebbe essere costretta a scegliere tra due esigenze entrambe essenziali – proteggere militarmente la libertà di navigazione e contemporaneamente evitare che la protezione delle nostre navi ci faccia diventare parte sempre più diretta del conflitto.
Questa è la vera partita strategica che vedo davanti a noi.





