La carta del mondo sta diventando più vulnerabile
Ci sono momenti nei quali una crisi istituzionale diventa interessante non tanto per ciò che accade dentro l’istituzione, quanto per ciò che rivela del mondo che le sta intorno.
È forse questo il modo più utile per guardare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si apre a New York mentre quasi 130 capi di Stato e di governo tornano al Palazzo di Vetro in una fase segnata dalle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, dalla trasformazione tecnologica e da una crescente difficoltà dell’organizzazione nel tradurre il proprio mandato in capacità effettiva di governo dell’ordine internazionale.
Ecco il primo paradosso: l’ONU resta il principale luogo diplomatico nel quale gli Stati si incontrano, ma arriva all’appuntamento annuale con problemi finanziari, una rilevanza contestata e una transizione al vertice, mentre il Consiglio di sicurezza continua a essere condizionato dal diritto di veto delle grandi potenze.
Forse sarebbe riduttivo leggere tutto questo soltanto come una crisi dell’ONU, perché l’ONU rappresenta una determinata idea del mondo, quella nata nel dopo 1945 e consolidatasi durante la Guerra fredda, quando la politica internazionale era costruita essenzialmente intorno agli Stati, ai confini, alle alleanze e alle sfere d’influenza.
La Guerra fredda rese questa geometria ancora più evidente: due grandi sistemi contrapposti, due aree politico-militari, una serie di Paesi collocati dentro o ai margini di quei sistemi e una competizione nella quale il controllo del territorio rimaneva il principale indicatore della potenza; si chiamava il sistema dei blocchi e, poco più di un anno fa, a settembre del 2025, su Nuovo Giornale Nazionale ne scrivevamo, vedendo ripresentarsi la stessa logica.
Oggi quella geometria non è scomparsa, ma non è più sufficiente a spiegare ciò che accade, ed è proprio il concetto stesso di esistenza dell’ONU che si collega direttamente alla nuova geografia del potere.
Il mondo non si sta semplicemente dividendo in nuovi blocchi, ma si sta ricomponendo in corridoi. È questa la trasformazione che rischiamo di non vedere se continuiamo a leggere ogni crisi attraverso la sola contrapposizione tra Washington e Pechino, tra Occidente e Russia, tra Nord e Sud globale.
Le grandi potenze continuano certamente a competere per il territorio, la sicurezza e l’influenza, ma, contemporaneamente, stanno costruendo qualcosa di diverso e più articolato, reti di energia, infrastrutture, approvvigionamento, dati, tecnologia, trasporti e sicurezza che attraversano i confini degli Stati e che, in molti casi, sono destinate a contare quanto il possesso materiale del territorio.
Non è più soltanto chi controlla un territorio, ma chi controlla il passaggio attraverso il quale quel territorio si collega al resto del mondo. Questa differenza spiega molte delle notizie apparentemente scollegate che si stanno accumulando davanti ai nostri occhi.
Prendiamo Saint-Pierre-et-Miquelon: a prima vista è difficile immaginare un luogo più periferico rispetto ai grandi teatri della geopolitica mondiale, un piccolo territorio francese nell’Atlantico settentrionale, davanti alle coste del Canada.
Eppure, proprio lì, il 20 settembre, Emmanuel Macron e Mark Carney si sono incontrati per rafforzare la cooperazione franco-canadese in settori strategici quali energia, minerali critici, aerospazio, tecnologie quantistiche, satelliti e supercalcolo.
Non è un dettaglio geografico curioso, è un punto della nuova rete strategica che sta avvicinando Canada ed Europa.
Pochi giorni prima, parlando al Parlamento europeo, Carney aveva esplicitato una concezione ancora più significativa: le istituzioni ereditate dal passato sono organizzate secondo la geografia, mentre le capacità strategiche di cui gli Stati hanno oggi bisogno sono organizzate per funzione.
Per questo, secondo il primo ministro canadese, le nuove alleanze devono costruirsi intorno a minerali critici, difesa industriale, intelligenza artificiale e capacità di calcolo, energia, spazio, sistemi di pagamento e infrastrutture digitali.
È una frase che merita attenzione perché descrive, forse meglio di molte analisi, la transizione in corso: la geografia non perde importanza, ma cambia il modo nel quale la geografia produce potere.
L’Artico ne è la dimostrazione più evidente. L’Unione europea ha annunciato un pacchetto da 200 milioni di euro per la partnership con la Groenlandia, comprendendo materie prime critiche, energia idroelettrica, connettività satellitare e via cavo, mentre Bruxelles cerca di rafforzare la propria presenza nella regione.
La Groenlandia non è diventata strategica perché improvvisamente qualcuno ha scoperto che esiste, è diventata più strategica perché stanno cambiando contemporaneamente le rotte, il valore delle materie prime, la competizione per le infrastrutture digitali e la centralità dell’Artico nella sicurezza del Nord Atlantico.
E qui entra un altro elemento che permette di leggere la mappa nella sua interezza. Venerdì 19 settembre sui suoi canali social Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo con la Danimarca e la Groenlandia che, nelle sue parole, garantirebbe agli Stati Uniti un controllo permanente sulla sicurezza dell’isola artica e la possibilità di tutelare gli interessi strategici americani.
L’intesa, che dovrebbe essere formalizzata durante l’Assemblea generale dell’ONU, non comporterebbe secondo Copenaghen un trasferimento della sovranità sulla Groenlandia, ma amplierebbe la cornice della presenza e dell’accesso strategico statunitense, con l’obiettivo di impedire anche presenze militari o investimenti sensibili di potenze avversarie.
Trump ha dunque messo un primo tassello sul lato americano della nuova architettura artica, ma per vedere la figura intera mancava ancora una cerniera geografica capace di collegare la Groenlandia al Canada e, attraverso il Canada, all’Europa.
Ed è proprio qui che Saint-Pierre-et-Miquelon acquista un significato che va ben oltre le sue dimensioni. L’isola francese si trova davanti al Canada; il Canada sta costruendo una relazione più stretta con l’Europa; l’Europa sta aumentando il proprio coinvolgimento in Groenlandia; la Groenlandia è uno dei punti decisivi dell’Artico; l’Artico sta diventando una nuova direttrice tra Atlantico settentrionale, Nord America ed Europa.
E tutte le infinite volte che abbiamo detto, scritto e prodotto anche un libro sulle isole che decidono il mondo, stiamo assistendo alla loro dimostrazione concreta, non è la dimensione di un territorio a determinare necessariamente il suo valore strategico, ma la posizione che occupa dentro una rete di connessioni.
Non serve dunque aspettare la nuova alleanza che Trump ha già anticipato sui canali social per vedere la trasformazione in atto ma basta seguire le connessioni.
La logica appare evidente anche molto più a sud, nel sistema energetico che collega Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo. Hormuz e Bab el-Mandeb non sono semplicemente due strettoie geografiche, sono due punti attraverso i quali transitano flussi energetici e commerciali dai quali dipendono economie molto lontane da quei territori.
Quando la sicurezza di quei passaggi viene compromessa, la conseguenza non è confinata alla regione. Il traffico commerciale attraverso Hormuz è precipitato nelle ultime settimane, arrivando il 17 settembre a soli tre transiti commerciali secondo i dati preliminari di Kpler riportati da Reuters; anche il traffico attraverso Bab el-Mandeb è diminuito.
Qui la geografia torna a essere destino, ma in una forma nuova e non perché uno Stato debba necessariamente conquistare uno stretto, bensì perché la possibilità di renderlo impraticabile può modificare il funzionamento dell’intero sistema.
È sufficiente interrompere una connessione perché il valore strategico delle connessioni alternative aumenti.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo anche alle rotte artiche, la cui rilevanza cresce mentre le grandi direttrici meridionali diventano più vulnerabili e mentre il cambiamento climatico amplia progressivamente la finestra di navigabilità.
Una rotta che per decenni era stata considerata marginale può così diventare parte di una strategia commerciale e geopolitica molto più ampia.
Da questo punto di vista, Suez, Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca e Panama non sono soltanto luoghi sulla carta geografica, sono delle porte e l’Artico sta diventando un’altra porta.
La stessa trasformazione riguarda le risorse, come le terre rare, il litio, il rame, il cobalto, l’uranio e gli altri minerali critici che non hanno valore strategico soltanto perché sono presenti nel sottosuolo di determinati Paesi, ma perché alimentano catene industriali che comprendono raffinazione, componentistica, semiconduttori, batterie, sistemi d’arma, telecomunicazioni e intelligenza artificiale.
Per questo la competizione tra Stati Uniti e Cina non può essere ridotta alla questione dei dazi o dei semiconduttori. La partita riguarda l’intera catena di valore, dall’estrazione della materia prima alla capacità di trasformarla, dalla produzione dei componenti alla disponibilità di energia e calcolo: una competizione sulle dipendenze.
E questo cambia anche il concetto stesso di sovranità, se nel Novecento uno Stato era considerato forte se riusciva a difendere il proprio territorio, controllare i propri confini e mantenere una sufficiente capacità militare, nel XXI secolo tutto questo rimane indispensabile, ma non è più sufficiente.
Uno Stato può essere territorialmente sovrano e contemporaneamente dipendere da altri per l’energia, i minerali critici, i semiconduttori, i sistemi di pagamento, i satelliti, il cloud, i cavi sottomarini o le infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale.
La sovranità, quindi, si misura sempre più anche nella capacità di non essere vulnerabili in un punto della rete.
L’ONU continua a essere costruita attorno agli Stati, mentre una parte crescente della potenza reale si esercita attraverso reti che gli Stati devono controllare, proteggere o rendere alternative.
Il Palazzo di Vetro può discutere di sicurezza internazionale, ma la sicurezza concreta di un’economia dipende anche dalla disponibilità di una rotta marittima, di una pipeline, di un cavo, di un satellite, di un porto, di una fonte energetica o di una materia prima.
La difficoltà dell’ONU è dunque anche una difficoltà di adattamento, il mondo che essa rappresenta continua a essere quello degli Stati, ma il mondo che sta emergendo è quello delle connessioni tra gli Stati.
Per questo la nuova competizione geopolitica non assomiglia perfettamente alla Guerra fredda, anche se ne conserva alcuni strumenti, quali deterrenza, riarmo, alleanze, competizione tecnologica e confronto tra grandi potenze.
La differenza fondamentale è che oggi nessuno spazio strategico può essere compreso isolatamente.
L’Artico è collegato al Nord Atlantico, il Nord Atlantico al Canada e all’Europa, la Groenlandia alle rotte e alle materie prime, Hormuz al Mar Rosso, il Mar Rosso al Mediterraneo, le materie prime all’industria, l’industria all’energia, l’energia ai data center e i data center alla nuova competizione sull’intelligenza artificiale.
Praticamente, la carta del mondo non sta diventando più piccola, ma più interconnessa e, proprio per questo, più vulnerabile.
Questa è forse la vera trasformazione del dopo Guerra fredda, non siamo passati semplicemente da due blocchi a molti blocchi, ma da una geografia nella quale il potere era principalmente organizzato per territori a una geografia nella quale il potere viene sempre più esercitato attraverso connessioni, chi controlla una connessione non deve necessariamente possedere ciò che essa collega, ma deve poterla aprire, chiudere, proteggere, deviare o sostituire.
È questa la nuova grammatica della potenza, non si cancellano i territori, ma si ricollegano.
A New York, mentre si cerca di ricomporre un ordine internazionale costruito ottant’anni fa, fuori dalle istituzioni gli Stati stanno già costruendo quello successivo, un pezzo alla volta, attraverso porti, isole, rotte, pipeline, cavi, minerali, energia, satelliti e corridoi.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


