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Melchisedec, il sacerdote senza tempo

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Melchisedec

Oltre la Legge, verso il sacerdozio interiore

Ci sono personaggi della Bibbia che attraversano centinaia di pagine.

Hanno una genealogia, una famiglia, una storia, vittorie, sconfitte, tradimenti, discendenze.

E poi c’è Melchisedec.

Appare quasi dal nulla, compie un gesto, pronuncia una benedizione e scompare. Più cerchiamo di afferrarlo, più sembra sottrarsi.

Ed è forse proprio questo ad avermi sempre affascinato di lui: Melchisedec appartiene alla Scrittura e, nello stesso tempo, sembra provenire da qualcosa che la precede.

Come se per pochi istanti si aprisse una porta su una tradizione molto più antica e poi quella porta tornasse a chiudersi.

Lo incontriamo nel capitolo 14 della Genesi. Abramo sta tornando dalla battaglia quando gli viene incontro Melchisedec, re di Salem e «sacerdote del Dio Altissimo», El Elyon. Porta pane e vino e benedice Abramo.

Il racconto occupa pochissimo spazio, eppure contiene qualcosa di sorprendente: Abramo gli offre la decima. Non è Melchisedec a riconoscere l’autorità spirituale di Abramo; in qualche modo è Abramo a riconoscere la sua.

Eppure Melchisedec non appartiene al sacerdozio di Israele. Non è un levita, non discende da Aronne e, soprattutto, compare molto prima di Mosè, del Sinai e dell’istituzione del sacerdozio levitico.

È già sacerdote quando la Legge non è ancora stata consegnata. È già sacerdote quando il Tempio non esiste. È già sacerdote prima che esista quella struttura religiosa all’interno della quale, molti secoli dopo, la funzione sacerdotale verrà definita e regolata.

Da dove viene allora il suo sacerdozio?

È una domanda alla quale la Bibbia non risponde. Ed è proprio questo silenzio a renderlo ancora più potente.

Il suo stesso nome custodisce un significato particolare. Malki-Tzedek viene generalmente interpretato come «re di giustizia», mentre Salem viene tradizionalmente collegata alla pace e identificata con l’antica Gerusalemme.

La Lettera agli Ebrei utilizzerà proprio queste risonanze chiamandolo «re di giustizia» e «re di pace». Due parole che, accostate, contengono già un intero programma spirituale: Giustizia e Pace riunite nello stesso sacerdote.
Poi Melchisedec scompare.

Bisogna aspettare il Salmo 110 perché il suo nome emerga nuovamente, questa volta all’interno di una frase destinata ad attraversare i millenni:
«Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedec.»
Per sempre.

È questa parola a cambiare tutto. Perché improvvisamente non stiamo più parlando soltanto del sacerdote di un’antica città. Melchisedec diventa il nome di un ordine sacerdotale che sembra oltrepassare il tempo.

E quando arriviamo alla Lettera agli Ebrei, questa intuizione viene portata ancora più lontano: Cristo non viene presentato come sacerdote secondo l’ordine levitico di Aronne, ma secondo l’ordine di Melchisedec.

La distinzione è fondamentale nel ragionamento della lettera: da una parte un sacerdozio legato alla discendenza e alla Legge, dall’altra un sacerdozio che viene definito attraverso un’espressione che trovo straordinaria, «secondo la potenza di una vita indistruttibile».

La potenza di una vita indistruttibile.

Ogni volta che incontro queste parole mi fermo.

La Lettera agli Ebrei rende ancora più enigmatico Melchisedec descrivendolo come «senza padre, senza madre, senza genealogia», senza principio dei giorni né fine della vita.

Non abbiamo bisogno di trasformare questa espressione nella prova che Melchisedec fosse letteralmente un essere immortale. Il testo può giocare sul fatto eccezionale che la Genesi non fornisca alcuna genealogia per lui.

Ma, sul piano simbolico, l’immagine è immensa: Melchisedec emerge da uno spazio nel quale la genealogia sembra non avere più importanza.
Non sappiamo chi fosse suo padre. Non sappiamo chi fosse sua madre. Non conosciamo il suo maestro.

Non sappiamo chi lo abbia consacrato. Non sappiamo quale istituzione gli abbia conferito il titolo di sacerdote. Entra nella storia già investito della propria funzione, benedice Abramo e torna nel mistero dal quale è venuto.
Ed è qui che Melchisedec comincia veramente a interessarmi.

Perché esiste una religione che riceviamo dall’esterno ed esiste un momento del cammino in cui ciò che abbiamo ricevuto deve diventare esperienza interiore.

Abbiamo bisogno delle forme, dei testi, dei simboli, dei maestri e dei riti. Sarebbe ingenuo pensare che tutto questo sia inutile. Ma arriva un momento in ogni autentico percorso iniziatico in cui la mappa deve condurci al territorio. Ciò che è scritto fuori di noi deve incontrare ciò che è scritto dentro di noi.

La Legge incisa sulla pietra deve incontrare la Legge del cuore. Non significa distruggere la Legge. Significa comprenderne lo scopo.
Forse è questa la ragione per cui Melchisedec esercitò un fascino particolare anche su alcune correnti gnostiche.

Tra i codici ritrovati a Nag Hammadi esiste infatti un trattato che porta il suo nome. Il testo è purtroppo molto frammentario e sarebbe sbagliato pretendere di ricostruire con certezza ciò che le lacune non ci permettono più di leggere.

Tuttavia, ciò che rimane mostra chiaramente Melchisedec inserito in un universo iniziatico e cosmologico: compare l’angelo Gamaliele e compaiono nomi appartenenti alla tradizione gnostica, come Barbelo e i quattro luminari Harmozel, Oroiael, Daveithe ed Eleleth.

Il misterioso sacerdote della Genesi era ormai diventato anche una figura della rivelazione e dell’iniziazione.

Ma c’è un passaggio della Lettera agli Ebrei che mi colpisce ancora di più. Proprio mentre parla di Melchisedec, l’autore distingue il «latte» destinato a chi è ancora inesperto dal «cibo solido» di coloro che, attraverso l’esperienza, hanno esercitato le proprie facoltà a discernere il bene e il male.

Discernere.

Ed ecco che, inevitabilmente, nel viaggio che sto raccontando in questo libro ritorna la Spada. Melchisedec non impugna una spada. Non ne ha bisogno.

Ma per me il suo mistero incontra lo stesso principio: la capacità di distinguere la forma dall’essenza, ciò che abbiamo ricevuto da ciò che abbiamo realmente compreso, ciò che ripetiamo perché qualcuno ce lo ha insegnato da ciò che siamo diventati capaci di riconoscere interiormente.

La Spada non serve soltanto a separare. Separa affinché possiamo vedere.
Forse diventare adulti spiritualmente significa proprio questo: non ribellarsi necessariamente alla tradizione, ma smettere di nascondersi dietro di essa.

Non distruggere il Tempio, ma comprendere perché è stato costruito. Non rifiutare il rito, ma scoprire ciò che il rito tenta di risvegliare. Non consegnare ad altri la responsabilità del nostro rapporto con il Mistero.
Ed è curioso che questa figura così sfuggente abbia finito per entrare anche nella mia esperienza personale.

Qualche estate fa ero a Cipro. Avevo sentito parlare di una raffigurazione di Melchisedec conservata sull’isola e decisi di cercarla. Scoprii che si trovava al monastero di Kykkos, nel cuore montuoso di Cipro, sui Troodos.

Il monastero sorge a oltre milletrecento metri di altitudine e raggiungerlo significò affrontare un bel viaggio in pullman, salendo progressivamente verso l’interno dell’isola. Ma ormai avevo deciso: se Melchisedec era lassù, sarei andato a cercarlo.

Kykkos è già di per sé un luogo straordinario. Fondato alla fine dell’XI secolo, custodisce la celebre Panagia Kykkotissa, una delle immagini della Vergine più venerate di Cipro e che, secondo l’antica tradizione ortodossa, sarebbe stata dipinta dall’evangelista Luca.

Non possiamo naturalmente trasformare una tradizione devozionale in una certezza storica, ma quel racconto fa parte da secoli dell’identità spirituale del monastero.

Eppure, quel giorno ero salito fin lassù soprattutto per un’altra ragione.
Volevo vedere Melchisedec.

Entrato nel monastero, cercai qualcuno a cui chiedere informazioni e alla fine trovai un pope. Comunicavamo in inglese. Gli spiegai che ero venuto per vedere la raffigurazione di Melchisedec e gli chiesi se fosse possibile anche fotografarla.

La risposta fu praticamente immediata: no.

Provai a spiegarmi meglio. Brontolò qualcosa e mi fece nuovamente capire che non era possibile.

Avevo poco tempo e, in un’altra circostanza, probabilmente avrei lasciato perdere. Quella volta no. Ero arrivato fin lassù appositamente. Avevo attraversato una parte dell’isola e affrontato quel viaggio in pullman perché desideravo vedere quell’immagine.

Così diventai forse più insistente e determinato di quanto non sia abitualmente. Gli spiegai che venivo da Roma, che avevo raggiunto Kykkos proprio per Melchisedec. Lo pregai. Insistetti ancora.

Non so se alla fine riuscii a convincerlo oppure semplicemente lo sfinì. Ricordo però perfettamente che continuò a brontolare, ma a un certo punto mi fece cenno di seguirlo.

Mi condusse in uno spazio interno del monastero al quale da solo non avrei avuto accesso. Davanti alla raffigurazione c’era un grande drappo rosso ricamato d’oro. Il sacerdote lo spostò.

E Melchisedec apparve davanti a me.

Il volto severo dell’anziano re-sacerdote, la lunga barba bianca, il copricapo, il pane fra le mani e, accanto al suo volto, scritto verticalmente in greco, il nome: ΜΕΛΧΙΣΕΔΕΚ.

Dopo tutta quella strada, dopo i ripetuti rifiuti e dopo la mia ostinazione quasi infantile nel voler arrivare fino in fondo, finalmente ero davanti a lui.

E accadde qualcosa che non mi aspettavo: il sacerdote mi permise anche di fotografare l’immagine. Quella fotografia la conservo ancora oggi.
Può sembrare un episodio piccolo. Per me non lo fu affatto.
Lo vissi come una grande benedizione.

Ci tenevo immensamente a vedere quella raffigurazione. Ma soltanto in seguito mi sono reso conto della straordinaria simbologia di ciò che era accaduto. Ero partito alla ricerca di uno dei personaggi più enigmatici della Bibbia.

Avevo attraversato un’isola, ero salito sulle montagne, avevo raggiunto un monastero, avevo incontrato un sacerdote che inizialmente mi negava l’accesso e, alla fine, proprio quel sacerdote aveva sollevato davanti ai miei occhi un drappo rosso.

Ciò che era nascosto era diventato visibile.

Non avrei potuto immaginare un incontro più adatto a Melchisedec.
Perché, in fondo, egli fa esattamente questo anche nella Genesi. Compare improvvisamente, si lascia intravedere per pochi versetti e poi scompare. Nessuna biografia. Nessuna spiegazione. Nessun racconto della sua morte.

È quasi come se la Scrittura avesse sollevato per un istante un velo davanti a qualcosa di molto più antico e poi lo avesse lasciato ricadere.

Dopo Cipro continuai quasi involontariamente a incontrarlo. Scoprii che anche in Italia Melchisedec era presente nel cuore di Perugia, sulla Fontana Maggiore di Piazza IV Novembre, davanti al Palazzo dei Priori e alla cattedrale.

Realizzata nel XIII secolo da Nicola e Giovanni Pisano, quella fontana è molto più di una fontana: è un libro di pietra. Mesi, segni zodiacali, arti, episodi biblici, personaggi sacri e civili costruiscono una visione del mondo nella quale cielo e terra, storia e cosmo sembrano dialogare. E fra quelle figure compare anche lui: Melchisedec.

Ancora una volta bisogna sapere che c’è. Bisogna cercarlo.

E poi c’è Chartres.

Chi conosce il mio cammino sa quanto quella cattedrale sia importante per me. Sul grande portale nord, nel monumentale programma scultoreo medievale, Melchisedec compare fra le figure bibliche che prefigurano e annunciano Cristo.

Qui non è nascosto in uno spazio interno. È diventato pietra. Sta sulla soglia di una delle cattedrali che più di ogni altra, almeno per me, rappresentano il mistero del passaggio fra visibile e invisibile.
Cipro. Perugia. Chartres.

Tre luoghi lontanissimi e tre incontri completamente diversi con lo stesso personaggio. Eppure oggi mi colpisce soprattutto una cosa: Melchisedec continua ad apparirmi sulle soglie.

Forse è proprio questa la sua natura simbolica. Re e sacerdote. Uomo della storia e figura dell’eterno. Appartiene alla Bibbia e nello stesso tempo sembra provenire da prima della Legge.

Porta pane e vino, ma non fonda una religione. Benedice Abramo, ma non gli chiede di seguirlo. Compare e scompare. È presente senza imporsi.

E anche il pane e il vino meritano attenzione. La tradizione cristiana vi ha riconosciuto una prefigurazione eucaristica; sul piano storico possono essere letti anche come il gesto di accoglienza e benedizione di un antico re-sacerdote.

Non sento il bisogno di costringere queste due immagini a combattersi. Mi interessa ciò che entrambe custodiscono: Melchisedec offre nutrimento prima di offrire una dottrina.

Forse è questo che il suo sacerdozio può ancora raccontare all’uomo contemporaneo.

Non sto parlando di immaginari ordini segreti sopravvissuti nei millenni né di improbabili genealogie iniziatiche. Sto parlando di qualcosa di molto più vicino e, forse, molto più difficile: diventare sacerdoti del proprio spazio interiore.

Custodire il Tempio che siamo. Imparare a riconoscere ciò che vi può entrare e ciò che deve rimanerne fuori. Accendere il fuoco quando si spegne. Portare pane dove c’è fame e vino dove la vita ha perduto il proprio sapore.

E soprattutto assumersi la responsabilità di ciò che scegliamo di consacrare dentro di noi.

Allora comprendo diversamente anche quella frase:

«Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedec.»

Forse quel «per sempre» non parla soltanto della durata. Forse indica una dimensione dell’essere che non dipende interamente dal tempo, dal ruolo, dalla genealogia, dall’appartenenza.

Quella «vita indistruttibile» di cui parla la Lettera agli Ebrei e che, nel linguaggio del cammino iniziatico, potremmo chiamare scintilla, essenza, centro.

E ogni volta che penso a tutto questo ritorno inevitabilmente a Cipro. Rivedo il pope che brontola. Rivedo me stesso che insiste. Rivedo quella stanza nella quale finalmente mi permette di entrare.

Il rosso e l’oro del tessuto. La sua mano che sposta il drappo. E dietro il drappo il volto di Melchisedec.

Forse tutta la ricerca spirituale assomiglia un poco a quella scena. Cerchiamo qualcosa di cui inizialmente abbiamo soltanto sentito parlare. Affrontiamo una strada senza sapere con certezza se troveremo ciò che stiamo cercando. Arriviamo davanti a una porta. Bussiamo.

A volte ci viene risposto di no. Continuiamo a cercare, non per ostinazione cieca, ma perché qualcosa dentro di noi riconosce che dietro quella porta esiste una parte del viaggio che ci appartiene.
Poi, raramente, accade.

Qualcuno solleva il velo.
Per pochi istanti ciò che era nascosto diventa visibile.

Forse è proprio questo il significato più profondo che Melchisedec ha assunto nel mio cammino. Non colui che mi consegna una risposta definitiva, ma colui che mi conduce davanti a una Soglia.

Il sacerdote misterioso che appare quando la forma non basta più e ci ricorda che oltre ogni tempio visibile esiste un Tempio da costruire dentro di noi, oltre ogni legge esteriore esiste una legge che deve diventare coscienza, oltre ogni appartenenza esiste quella misteriosa potenza di una vita indistruttibile che nessuno può vivere al nostro posto.

A Cipro avevo attraversato mezza isola soltanto per vedere il volto di Melchisedec. Credevo di essere andato fin lassù per trovare un’immagine.

Oggi penso che stessi cercando una porta.

E una Soglia non serve per essere contemplata.

Serve per essere attraversata.

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