Home Cronaca SUMMA LEX, SUMMA INIURIA, IL CASO GALLO

SUMMA LEX, SUMMA INIURIA, IL CASO GALLO

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di Nino Orlandi

Quis habet aures…
Si chiamavano Salvatore e Paolo Gallo e negli anni ’50, furono protagonisti di una storia incredibile. I due fratelli, siciliani d’Avola, litigarono e se le dettero di santa ragione. Successivamente sul luogo dello scontro si trovarono chiazze di sangue, Salvatore un po’ ammaccato, mentre Paolo scomparve e fu introvabile. Salvatore fu arrestato per omicidio e soppressione di cadavere, condannato per la testimonianza del maresciallo dei Carabinieri che aveva stimato in circa due litri di sangue le tracce rinvenute sul luogo del litigio. Conseguentemente i giudici ritennero certa la morte dello scomparso Paolo, che chissà dove Salvatore aveva sepolto.
Passano molti anni di carcerazione e ormai a Salvatore non crede nessuno.
Il 1° settembre 1955 un agricoltore di Palazzolo, Salvatore Masuzzo ed un commerciante di pere Peppino La Quercia, vanno dal giudice istruttore di Siracusa per testimoniare in favore dell’accusato. I due riferiscono di aver incontrato Paolo Gallo “il morto-vivo”.
Masuzzo e La Quercia non vennero creduti e furono incarcerati per falsa testimonianza. I due furono liberati grazie all’avvocato Giovanni Nigro. Santo Gallo scrisse che “dovettero ritrattare la dichiarazione resa al giudice istruttore e ai carabinieri”.
Dopo sette anni fu grazie ad un’inchiesta del giornalista Enzo Asciolla che si riuscì a scovare, il 7 ottobre del 1961, il “morto”, Paolo Gallo, alla periferia di Ispica, nel ragusano. La notizia, ovviamente, fece il giro del mondo e la giustizia italiana si trovò a dover risolvere un caso mai accaduto prima: un uomo chiuso in cella all’ergastolo per omicidio mentre il “morto” era in stato di fermo nella stazione dei carabinieri.
Insomma, la Giustizia per lui aveva “buttato le chiavi”, quando Paolo ricompare, vivo e vegeto, confessando di essersi nascosto per tanti anni in odio al fratello e proprio per farlo condannare all’ergastolo, sapendolo innocente.
Ci vollero tre giorni per concedere la libertà provvisoria a Salvatore Gallo, anche perché le norme sulla revisione non prevedevano quel caso né il Presidente della Repubblica poteva concedergli la Grazia, perché quel tipo di procedimento è previsto solo per i colpevoli e non per gli innocenti.
Fu così necessaria una modifica al codice di procedura penale, approvata dal Parlamento il 14 maggio del 1965, per consentire alla Corte d’assise d’appello di Palermo, di avviare il processo di revisione per Salvatore Gallo. La nuova norma stabilì pure il diritto delle vittime degli errori giudiziari ad ottenere un risarcimento danni da parte dello Stato.
Questo caso dimostra che non è affatto impossibile che la verità processuale non coincida, o sia l’esatto contrario della verità dei fatti. Ma che non è facile ottenere la revisione del processo perché:
1- il diritto ovviamente non può ammettere che il processo duri all’infinito, ogni volta ribaltando sentenze definitive;
2- la richiesta di revisione denuncia, a Magistrati, l’errore giudiziario commesso da
loro colleghi Magistrati: e ciò naturalmente non è gradito;
3- se poi la sentenza è stata pronunciata da una Corte d’Assise con prevalenza numerica dei giudici popolari, ovviamente influenzati dalla stampa e dal clima “politico-culturale”, è ancora più difficile, perché bisogna andare anche contro quella stampa e quei clima.

Autore

  • Redazione

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