
di Giuseppe Augieri
Negli ultimi tre anni l’economia italiana ha letteralmente battuto ogni previsione. Il PIL italiano è aumentato quasi dell’11% nel biennio 2021-22. Sono i dati dell’ultimo “World Economic Outlook” di aprile del FMI. Nel 2022 soltanto due grandi paesi emergenti a rapida crescita come l’Arabia Saudita (+8,7%) e l’India (+6,8%) hanno superato l’Italia. E, nel primo trimestre del 2023, secondo la stima preliminare dell’Istat, il PIL dell’Italia è cresciuto già oltre le stime di tutti i previsori; e vicino all’obiettivo del +1% annuo fissato nel Def.
Merito del Governo Meloni? Dire si sarebbe bugiardo; altrettanto come dire no.
La realtà ereditata da questo Governo è che (anche se a qualcuno dispiacerà che lo si citi) dopo le riforme del governo Renzi, soprattutto con il Piano Industria 4.0; e poi dopo la “cura Draghi”, con la relativa dose di autorevolezza e fiducia trasmessa a imprese e famiglie, l’Italia non è più l’ultima in Europa per crescita. Anzi è passata in testa. E ciò rende più facile anche gestire i conti pubblici. Se però non si dimenticano le lezioni delle compatibilità e del “debito buono”.
Oggi il nostro Paese può vantare un sistema produttivo notevolmente progredito in termini di produttività e competitività, con ben 1.500 prodotti in cui è tra i primi cinque posti al mondo; per migliore bilancia commerciale con l’estero e un surplus commerciale eccellente.
Hanno contribuito a tutto ciò gli investimenti in macchinari e attrezzature che, grazie al Piano Industria 4.0, sono aumentati a tassi record, sia prima sia dopo la pandemia. Ha contribuito la produttività dell’industria manifatturiera, cresciuta a tassi tra i più elevati tra le economie del G7. Anche il tasso di occupazione, che resta molto insoddisfacente, ha raggiunto percentuali record.
Forse i positivi cambiamenti strutturali avvenuti nella nostra economia non sono ancora stati compresi appieno. Sta di fatto che anche i previsori più autorevoli hanno modelli previsionali evidentemente da revisionare; hanno continuato per tre anni di fila a sbagliare le previsioni sulla crescita del nostro PIL. Per capirci, ad inizio 2021 il FMI prevedeva per il nostro Paese una crescita del 3% (siamo finiti a +7%); sempre il FMI ad inizio 2022 pronosticava un +2,3% mentre lo scorso anno abbiamo chiuso a +3,7%. Ma questo riguarda il passato.
Infine l’ultima previsione del FMI per il 2023 è di un +0,7% ma la nostra crescita acquisita dopo un solo trimestre è già dello 0,8%. E questa è l’attualità.
E’ su questo switch tra biennio passato e annualità in corso che si deve dare un giudizio politico.
Il Governo attuale, sul piano macroeconomico, ha sostanzialmente mantenuto la rotta tracciata da Draghi ed ha fatto bene. Inutile che si attribuisca meriti che non ha. Ma l’ intelligenza di non dare sterzate e di resistere alle pressioni – anche interne al governo – per una nuova stagione di bonus e mancette varie c’è e va riconosciuta. Ora però si deve continuare sulla strada. L’attuazione del PNRR è cruciale per completare il ciclo di riforme e investimenti di cui l’Italia abbisogna e per dare continuità al nuovo passo di crescita che sembra aver intrapreso la nostra economia.
C’è il pericolo inflazione, però, tanto importante da poter mettere in discussione tutto. Le politiche monetarie assunte dalla BCE erano più che prevedibili: la BCE è nata per governare l’inflazione e per tenerla bassa. Ma in Italia questi aumenti sono più dolorosi che altrove. Abbiamo il maggior debito pubblico europeo (Grecia esclusa): dunque l’incidenza degli interessi da pagare è più alta che altrove. Soprattutto abbiamo le retribuzioni tra le più basse d’Europa. Anche queste ereditate, senza voler polemizzare. E anche il solo recupero dell’inflazione è visto dalla finanza internazionale come fumo negli occhi. Perché è esso stesso motivo di inflazione. La presidente della Bce Christine Lagarde dichiara: “La Bce deve essere estremamente attenta a questi rischi potenziali… in particolare, in relazione agli aumenti salariali in vari Paesi europei”.
Tuttavia il problema del potere d’acquisto falcidiato dall’inflazione non può essere accantonato. Men che meno eluso. Occorre presentare, e tocca alla sinistra ed al Sindacato farlo, un piano di azione che affronti questa materia: che è una mina vagante in termini economici e in termini sociali. E non si può giocare su essi, da entrambi i fronti.
Piano di azione perciò, non piani di battaglia utili magari a qualche revanscismo. La barzelletta di una imposta progressiva sui patrimoni, proposta e votata dai DEM al Parlamento Europeo e fortunatamente bocciata, non depone bene. Gli abbracci tra Landini e Schlein neanche.





