Il munus dei Vescovi non riguarda l’organizzazione dello Stato italiano
Finalmente un Papa che ascolta la parola di Dio, così come lo faceva quel grande suo predecessore che fu Benedetto XVI. Lo dico da laico, con rispetto di chi esercita il proprio munus e non si concede alla propaganda.
Il fatto è che mentre Papa Leone XIV invita ad ascoltare la parola di Dio, i suoi Vescovi italiani (non tutti ovviamente) nell’ascoltare Costantino si esercitano nel fare politica.
Perché Costantino?
Per il fatto che la Chiesa cattolica apostolica romana è nata per volere imperiale dell’imperatore Costantino che a Nicea, in un Concilio da lui voluto e presieduto, ha stabilito i canoni del cristianesimo funzionale all’impero.
Ne consegue che la Chiesa, per secoli, soprattutto dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente, si è sentita erede dello stesso.
Storia definitivamente finita con la Breccia di Porta Pia che ha riconsegnato il Papa alla sua principale funzione che riguarda il munus petrinum.
Il munus petrinum è un termine latino che nel contesto cattolico indica l’ufficio, il compito, la missione o il mandato affidato al Romano Pontefice come successore di san Pietro.
Il munus deriva direttamente dal Vangelo (in particolare Mt 16,18-19; Lc 22,32; Gv 21,15-17) e comprende essenzialmente tre dimensioni principali, note come i triplici munera (uffici) del ministero petrino: il munus docendi, ossia il compito di insegnare la fede, custodire e trasmettere integralmente il deposito della fede, confermare i fratelli nella verità; il munus sanctificandi, ossia il compito di santificare, presiedere la liturgia, amministrare i sacramenti e guidare la Chiesa nella preghiera e nella vita sacramentale; il munus regendi (o pascendi), ossia il compito di governare e pascere il gregge di Cristo, esercitando la giurisdizione suprema, piena e universale sulla Chiesa.
Per gregge si intende l’insieme di coloro che professano la fede cristiana, non i cittadini dello Stato italiano, i quali gregge non sono e che, in quanto cittadini, non hanno pastori, ma rappresentanti politici liberamente eletti.
Pascere il gregge non significa occuparsi dell’organizzazione istituzionale dello Stato italiano, materia che è ora propria del referendum sulla riforma della giustizia.
La parola latina munus possiede un significato profondo e sfaccettato che unisce i concetti di dono, compito, obbligo e responsabilità.
Il munus non riguarda l’entrare a gamba tesa nelle vicende di uno Stato sovrano che si regola sulla base di una Costituzione e che, con atti normativi, organizza la propria vita interna.
La questione del munus riguarda direttamente anche i vescovi, in quanto successori degli apostoli e che, attraverso la consacrazione episcopale, conseguono la pienezza del sacerdozio di Cristo, che si esprime nei tre compiti (o munera) essenziali: munus docendi (insegnare con autorità la fede; munus sanctificandi (santificare, presiedendo soprattutto l’Eucaristia e amministrando-trasmettendo il sacramento dell’Ordine; munus regendi (governare la comunità diocesana come pastore principale).
Tra i compiti e le funzioni dei munera non c’è quello di occuparsi dell’organizzazione istituzionale dello Stato italiano.
I vescovi italiani, da troppo tempo abituati ad occuparsi di politica invece che di adempiere ai loro munera, dovrebbero finalmente capire che sul Soglio di Pietro c’è Leone XIV e che l’era di Jorge Mario Bergoglio è finita.
A gennaio Papa Leone XIV, nel suo ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, concentrandosi sulla Costituzione Dogmatica Dei Verbum, sulla Rivelazione, ha ricordato le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni (15,15): “Non vi chiamo più servi, […] vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.
Leone XIV ha spiegato che, sebbene il rapporto tra Creatore e creatura sia necessariamente asimmetrico, l’Incarnazione del Figlio di Dio abbatte quella distanza e ci rende figli adottivi, capaci di intima comunione con lui.
Il Papa ha insistito sul fatto che la Rivelazione non è un monologo divino, ma un dialogo vivo: Dio parla per primo e attende la nostra risposta. Pertanto, l’atteggiamento fondamentale del credente è l’ascolto attento della Parola, che deve penetrare il cuore e trasformare la vita.
Se chi frequenta i pastori, essendo gregge, si sente dire di ascoltare e di dialogare con Dio, forse capisce che è di fronte a chi gli sta dando l’indicazione di una via. Se il gregge deve sentirsi fare dei predicozzi su come deve agire lo Stato italiano, meglio essere egregi e tanti saluti.





