Il rifiuto della nostra sovranità morale e giuridica
«Se questo coltello entra nel corpo di un umano… Che faccio, esco o non esco?».
Saied El Naijar impugnava la lama nella pizzeria di via Garibaldi, a Bergamo. Guardava i fedeli entrare nella chiesa di Sant’Alessandro in Colonna. Valutava. È agli atti dell’ordinanza di custodia cautelare.
Il ventiquattrenne egiziano lavorava, pagava l’affitto, viveva ad Azzano San Paolo. Integrato, secondo i parametri che ci siamo dati. Intanto partecipava al gruppo “I Pericolosi d’Egitto” su chat criptate, pianificava attentati contro chiese e stadi, studiava come fabbricare esplosivi, condivideva video sull’uso del kalashnikov. Progettava di raggiungere il Mozambico per unirsi al Daesh.
Un lupo solitario? No. Un nodo di una rete. L’Islamic State Khorasan Province, secondo la Procura di Brescia che ha dovuto combattere fino in Cassazione per ottenere la contestazione del vincolo associativo.
Non è un caso isolato. È un pattern.
La notte prima dell’11 settembre 2001, Mohammed Atta e i suoi complici frequentarono uno strip club in Florida. Bevvero alcolici. Pagarono lap dance. Comportamento incompatibile con l’Islam rigorista che predicavano?
No. Perfettamente coerente con la missione. L’ideologia jihadista insegna che ogni trasgressione è lecita se funzionale allo scopo. Si viola l’Islam per servire l’Islam. La mimetizzazione non è debolezza: è tattica operativa. La dissimulazione, taqiyya, è strumento legittimo nella guerra santa. Mentire all’infedele non è peccato.
Lo stesso schema si ripete da un quarto di secolo. Gli attentatori del Bataclan vivevano vite apparentemente normali in Belgio. I terroristi di Nizza e Bruxelles lavoravano, uscivano, frequentavano palestre. Nessun segnale esteriore. Poi la strage.
Qualcuno obietterà: si tratta di prima generazione, immigrati recenti, non ancora integrati. Falso.
Il 7 luglio 2005, quattro bombe devastarono Londra. Tre nella metropolitana, una su un autobus. Cinquantadue morti, oltre settecento feriti. Gli attentatori non venivano dal Pakistan o dall’Afghanistan. Venivano da Leeds e Bradford.
Mohammad Sidique Khan, il capo della cellula, era insegnante di sostegno. Aiutava bambini con difficoltà di apprendimento. Accento dello Yorkshire, scuole inglesi, amici inglesi. Terza generazione. Si fece esplodere in metropolitana.
Poi vennero i foreign fighters. Migliaia di giovani europei partirono per la Siria e l’Iraq tra il 2012 e il 2017. Quasi duemila dalla Francia. Ottocento dal Regno Unito. Cinquecento dal Belgio. Centotrenta dall’Italia. Nati in Europa. Scuole europee. Passaporti europei. Partiti per sgozzare, crocifiggere, bruciare vivi in nome del Califfato.
Il più celebre fu Mohammed Emwazi, Jihadi John. Britannico di origine kuwaitiana, laureato in informatica a Londra. Divenne il boia incappucciato dell’ISIS. Decapitò ostaggi americani e britannici davanti alla telecamera. Quanti compagni di università avrebbero giurato che fosse perfettamente integrato?
Le reti attraversano l’Europa. Anis Amri, il 19 dicembre 2016, lanciò un TIR sulla folla del mercatino di Natale a Berlino. Dodici morti. Fuggì attraverso mezza Europa e fu ucciso quattro giorni dopo a Sesto San Giovanni. Non era lì per caso. Aveva contatti, appoggi, una rete logistica nella periferia milanese.
Ma c’è un livello ancora più profondo.
Non si tratta dello stesso fenomeno operativo. Il terrorista risponde a una catena di comando jihadista. Il padre che sgozza la figlia obbedisce a un codice tribale. Ma la radice è identica: il rifiuto della nostra sovranità morale e giuridica. La legge italiana non li riguarda. I valori occidentali non li vincolano.
Vivono qui, ma rispondono ad altre autorità: il Califfo, il clan, la umma. Usano il nostro territorio come spazio operativo, non come patria.
Hina Saleem, Brescia, 2006. Sgozzata dal padre pakistano e sepolta nel giardino di casa. Colpa: aveva un fidanzato italiano.
Sanaa Dafani, Verona, 2009. Accoltellata dal padre marocchino. Colpa: una relazione con un ragazzo italiano.
Sana Cheema, Brescia, 2018. Portata in Pakistan con l’inganno, strangolata dalla famiglia. Colpa: rifiutava il matrimonio combinato.
Saman Abbas, Novellara, 2021. Uccisa dallo zio, con la complicità dei genitori fuggiti in Pakistan. Colpa: voleva scegliere chi amare.
In tutti questi casi, le famiglie erano “integrate”. Lavoro, casa, anni di residenza. Poi la figlia pretende di vivere come le sue coetanee italiane. E scatta il tribunale familiare parallelo. La sharia domestica. L’esecuzione.
Cosa accomuna El Naijar che impasta pizze sognando stragi, Khan che insegna ai disabili e si fa esplodere, il padre di Hina che lavora in fabbrica e sgozza la figlia?
L’integrazione economica senza integrazione valoriale. La presenza fisica senza appartenenza. La convivenza senza lealtà.
Abbiamo costruito un modello che misura l’integrazione in base al permesso di soggiorno, al contratto di lavoro, agli anni di residenza. Parametri burocratici. Caselle da spuntare.
Non abbiamo mai chiesto: da che parte stai? Condividi i nostri valori? Accetti che tua figlia possa amare chi vuole? Che la legge italiana prevalga sulla tua tradizione?
Non l’abbiamo chiesto perché ci siamo proibiti di farlo. Ma anche se lo chiedessimo, la risposta non varrebbe nulla.
Atta beveva vodka la notte prima di schiantarsi sulle Torri. Khan sorrideva ai genitori dei bambini che aiutava. El Naijar parlava di calcio coi clienti. La domanda è inutile. La risposta è inaffidabile. E noi ci siamo persino vietati di porla.
El Naijar è in carcere. I suoi complici sono sotto indagine. Ma quanti altri pizzaioli, insegnanti, operai stanno guardando una chiesa dalla finestra valutando se uscire col coltello?
Quanti padri stanno pianificando il viaggio – trappola per la figlia troppo occidentalizzata?
Non lo sappiamo. Non vogliamo saperlo. Abbiamo deciso che chiederselo sia già una colpa.
In nome della tolleranza, tolleriamo chi ci vuole morti. In nome del rispetto, rispettiamo chi non ci rispetta. In nome dell’inclusione, includiamo chi ci esclude dalla categoria degli esseri umani.
Non è razzismo chiedere da che parte stai. Razzismo è non poterlo chiedere perché la risposta potrebbe disturbare.





