
“Tra il grigio delle pecore si celano in lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in loro stessi, ma c’è anche il rischio che, un brutto giorno, riescano a trasmettere alla massa la loro qualità e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti”.
La citazione del “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger è in “Putinferio”, tascabile di Alessandro Tansella, edito da Bastogi.
Il titolo: “Putinferio” ci dà plasticamente l’idea di come l’entrata “a gamba tesa” del leader del Cremlino nelle vicende europee abbia sollevato un putiferio che ha messo a nudo le dinamiche della società occidentale negli ultimi decenni.
Alessandro Tansella guida per mano il lettore attraverso i nodi fondamentali del disagio esistenziale dell’Occidente e degli occidentali, ne puntualizza le cause e le responsabilità e ne identifica i registi.
Interessante e singolare la lettura simbolica delle caratteristiche dei popoli e delle nazioni attraverso gli animali totemici e gli inni. Lettura che lascio alla piacevole scoperta di chi volesse dotarsi di questo pungente lavoro di un pneumologo, artista, scrittore e regista.
L’opera di Tansella è tuttavia non solo un esercizio descrittivo e critico della realtà, ma un invito a “farsi ribelle”. Ad essere, come sostiene Ernst Jünger, un “waldgang” che, spiega l’autore, vuol dire “passeggiata nel bosco” e, per estensione, “colui che si dà al bosco” come luogo della libertà.
“Il luogo della libertà – scrive Ernst Jünger – è ben diverso dalla semplice opposizione e non si trova neppure mediante la fuga. Noi a questo luogo abbiamo dato il nome di bosco”.
La libertà del bosco è anzitutto la libertà che deriva dalla conoscenza di noi stessi e, meglio, del nostro Sé, come è nella traduzione di Angelo Tonelli del delfico gnoti seauton: “Conosci il tuo Sé”.[i]
Conoscere il proprio Sé significa essere abitatori della spiritualità; abitatori di quei luoghi dello spirito che nulla hanno a che fare con l’ingannevole pseudo libertà liberal borghese oggi incarcerata nella gabbia mentale del pensiero unico politicamente corretto.
Prima di arrivare al ribelle è necessario fare i conti con il nocciolo critico cardine del libro di Tansella, ossia l’analisi del metodo con il quale è avvenuta la massificazione.
Tansella lo definisce “il consumo di massa di immagini”.
“Il mondo delle immagini, sotto forma di oggetto di consumo – scrive Tansella – è divenuto la principale categoria dell’esistenza. Viviamo in una realtà costruita intorno ai noi dai mass media”.
La locuzione mass media evidenzia il fulcro del problema con il quale abbiamo a che fare: la mediazione.
Le immagini che ci sono offerte sono mediate, ovviamente da mediatori di immagini.
La nostra mente procede per immagini. Qualsiasi idea, qualsiasi concetto, qualsiasi narrazione diventa un’immagine o una serie di immagini. Mediare le immagini significa mediare la nostra capacità cognitiva. Non solo. Come ci dice James Hillman, la sede dell’anima è un mondo immaginale. Mediare le immagini significa entrare a gamba tesa nella sfera animica dell’essere umano.
Cosa significa essere un ribelle, un “waldgang”? Anzitutto significa distogliere lo sguardo dalle immagini artificiali per rivolgersi alle immagini naturali. Significa eliminare i mediatori di immagini per tornare a pensare in immagini in modo naturale, facendosi ispirare dalla natura e dalle sue regole e non dal ciarpame che ogni giorno ci viene propinato, sia in modo diretto, sia in modalità subliminale, ossia in forma di persuasione occulta, attuata attraverso messaggi in grado di agire nel subconscio.
Ribellarsi al bombardamento quotidiano dei media è la forma più incisiva e pervasiva di ripudio della massificazione e di contrasto al pensiero unico politicamente corretto che ci viene ossessivamente propinato da chi ha la regia dell’operazione di massificazione in atto.
Il filosofo Claudio Bonvecchio, citato dall’autore, così si esprime in merito alla ribellione: “Con la scelta di farsi ribelle, non si opta soltanto per un aperto atteggiamento di sfida verso il potere cosmopolita; si tratta di reimpugnare le invincibili armi dello spirito e riproporsi paladini della trascendenza, militi del sacro, seguaci della verità: tale verità va intesa come anelito a costruire un mondo in cui uomo e cosmo, uomo e natura, uomo e divino si fondono in un’unica fiamma, in una sola e universale luce”.
Passare al bosco è oggi più che mai necessario, ma ancor più necessario è sentire la propria natura di lupo, per essere lievito di trasformazione del gregge in branco.
Oggi sono maturi i tempi di una ribellione generale contro chi, sotto le mentite spoglie del progressismo, di fatto porta l’umanità verso la sua regressione.
I registi della massificazione ci vogliono ridurre a plebe, a cittadini senza diritti, a deplorable (definizione di Hillary Clinton, che la qualifica inesorabilmente ), scarti di una società dove il diritto di cittadinanza è riservato a chi appartiene alle élite e agli altri è riservato il diritto di obbedire e adeguarsi alle regole imposte da un grumo di oligarchi.
Sotto la maschera del progressismo, propinata scientemente dai mass media come lato buono della società, si nasconde la faccia feroce di una ristretta oligarchia che, con i suoi bravi, intende ridurci a novelli schiavi a cui imporre cosa mangiare, come vestirsi, come muoversi, come pensare e, persino, cosa immaginare.
La posta in gioco è il furto mefistofelico dell’anima ed è per questo che, come ci suggeriscono Alessandro Tansella, Claudio Bonvecchio e Ernst Jünger, è necessario farsi “waldgang”, ribelli, abitatori del bosco come luogo dello spirito e lupi, perché prima o poi, se i lupi resistono, anche il gregge si trasforma in branco.
[i] Angelo Tonelli, Nel mondo di Sophia. Agora e Co.





