
di Matteo Sarli
Si è svolta l’assemblea annuale della Associazione bancaria italiana di fronte al solito parterre de Roi, un consesso appena di rango inferiore a quello che assiste alle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia.
Storicamente i banchieri di ogni ordine e grado rappresentano un fronte monolitico, quasi granitico, in particolare quando si tratta di relazionarsi con le sei rappresentanze sindacali oggi un po’ ammaccate ma che alla fine degli anni Novanta rappresentavano quasi il novanta per cento dei lavoratori del credito, dirigenti inclusi.
Le cause della perdita di consensi che ho cercato di illustrare in articoli precedenti ma, in estrema sintesi risalibili al cosiddetto “contratto di svolta” del 1999 che mutò radicalmente le categorie in cui si suddivideva il personale con la scomparsa della figura del funzionario che ricomprendeva ben cinque livelli dal funzionario semplice al condirettore di sede tutti ricompresi nella nuova figura di quadro direttivo di quarto livello. Si trattò di un cambiamento profondo che venne siglato anche dalle sigle che
rappresentavano il personale direttivo e che apri’ la strada ad un ventennio di concertazioni con tratti che a volte ricordavano la midbestiggum tedesca ma in assenza dei mitici Consigli di Sorveglianza e dei loro poteri propositivi e interdittivi.
Su questo clima che in romanesco può essere definito alla “volemose bene” è piombata la mossa a sorpresa del potentissimo CEO di Intesa-San Paolo, Carlo Messina, che si è ritirato dalla delegazione trattante ABI, dichiarando al contempo di essere disposto a concedere gli aumenti richiesti dal sindacato senza contropartite normative e “togliendo il giocattolo” dalle mani sia dei banchieri che dei bancari, forse più interessato alla grande partita di Mediobanca e delle Generali.





