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LE PELLEGRINAZIONI DI GIACOBBE

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Le pellegrinazioni di Giacobbe

Uno dei passi più oscuri, ancorchè significativi, dell’Antico Testamento, è quello riferibile in Genesi dove si narra come Isacco, figlio di Abramo, ordini a suo figlio Giacobbe di recarsi in Padam Aram, il paese degli Aramei, che si estendeva tra il corso settentrionale dell’Eufrate e quello del Tigri, per prendere moglie nella famiglia dello zio materno Labano l’arameo. Per compiere questo viaggio Giacobbe deve attraversare il deserto del Negev, poiché partiva da Bir Sheba (Pozzo del Giuramento) dove era accampata la famiglia del padre Isacco, attraversare il paese di Canaan, la Siria meridionale ed il vasto deserto di Celesiria, sino all’Eufrate e ben oltre, con un viaggio di circa settecento km; un po’ disagevole in tempi in cui il più comodo e “veloce” mezzo di trasporto era rappresentato dal cammello (ma pare che Giacobbe viaggiasse a piedi).

E’ più probabile, invece, che l’eroe del racconto biblico stesse fuggendo dall’ira di suo fratello Esaù, a cui aveva sottratto, con la complicità della madre Rebecca (la sorella di Labano), la primogenitura e con essa l’eredità di tutte le sostanze paterne. Comunque, nell’intrapreso viaggio, Giacobbe salendo dal Negev, giunge in Canaan in una città che si chiamava Luz (Mandorla), il frutto sacro ad Ashera e sede di un santuario della dea; località posta a diciotto km a nord di Gerusalemme, che allora si chiamava Sion. “E vi passò la notte, poiché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre che erano là, la pose come suo capezzale e si coricò”.

E ciò, in una città dove poteva chiedere ospitalità alle porte, dato che accogliere i viaggiatori costituiva un dovere sacro per gli usi di quel tempo, e che per di più era sede di un santuario che per dovere religioso ospitava i forestieri dal tramonto all’alba, riservando loro, oltre che un comodo giaciglio, la compagnia delle sacerdotesse templari…Comunque Giacobbe, posto il capo sul duro guanciale, si addormentò. “E sognò…una scala poggiata in terra e la cui cima toccava il cielo…e gli angeli di Elhoim salivano e scendevano per la scala…Ed ebbe paura (letteralmente un fremito) e disse: come è terribile questo luogo! Questa non è altro che la casa di Elhoim (Beth El) e la porta del cielo (Bab El)…ed io non lo conoscevo!” Se non conosceva quel luogo, certo non vi era mai stato; tuttavia, “Giacobbe si levò che era mattina di buon ora, prese la pietra che aveva posto come suo giaciglio (ma non semplicemente come poggiatesta?), la rizzò in monumento (masseb) e versò dell’olio sulla sommità di essa. E pose nome a quella località Betel.

A parte che non si comprende come un viaggiatore, che ha attraversato a piedi un deserto, possa avere con sé qualcosa di non indispensabile come l’olio (che a quei tempi non serviva per scopi alimentari), quasi conoscesse la natura dell’atto di culto da compiere in Luz in un luogo che egli stesso definisce incognito, ma l’atto stesso viene eseguito da Giacobbe come un qualcosa di abituale, di routinier. Il che ci documenta del fatto che presso le tribù ebraiche della zona sinaitica di quell’alta epoca, innalzare una pietra come pilastro e versare ritualmente dell’olio su di essa, costituiva una usuale forma di culto; altrimenti il patriarca avrebbe dovuto inventarsi quel rito su due piedi. Invece egli lo compie con tutta evidenza come un atto legato alla forma della sua religione tribale.

L’unzione della pietra eretta, quale atto di adorazione nei confronti di entità divine, di cui la pietra stessa costituisce un simbolo aniconico, precede quindi di svariati secoli l’unzione di ordinazione alla carica di Suffeta (Giudice) nelle confederazioni tribali ebraiche prima, e di Malek (Re) delle dinastie del nord e giudaiche dopo. Tali unzioni verranno impartite dagli alti sacerdoti e non avranno più ovviamente il significato di un atto di adorazione, ma di trasmissione di poteri magici abilitanti all’esercizio dei poteri politici. E se in ambiente ebraico erano i Cohenim (sacerdoti di alto grado) ad operare la consacrazione dei capi politici col rito dell’unzione, nell’ambito delle nazioni mesopotamiche, siriache e fenicio-cananee erano le sacerdotesse di Ishtar-Ashtarte a compiere una tale unzione nei confronti degli eredi o aspiranti al trono.

Queste sacerdotesse del culto mediorientale rivolto alla Grande Dea amorosa e guerriera, erano considerate le Pietre Viventi, dimora della divina Signora che in sé sincretizzava le divine sorelle Ashera e Anatha, simbolizzate all’ingresso dei templi astartici da due pilastri, che nel tardo tempio gerosolimitano di IAVE’ (il Tempio pour excelence) diventarono le colonne Boaz e Jakin, poste dinanzi all’ingresso dell’Hei’kal, il Luogo Santo templare, e che trovano un riscontro indubbio nei due obelischi posti dinanzi all’ingresso dei templi egiziani quale simbolo dei raggi del dio solare Ra, nella sua ipostasi di Sole del mattino e di Sole del tramonto.

Ma seguiamo ora le avventure di Giacobbe come le riporta Genesi. Il nostro eroe dopo il sogno della scala e l’unzione della pietra, “di mattino di buon ora” lascia Luz-Bethel e prosegue il suo viaggio; alla fine del quale, raggiunge lo zio Labano, sposa successivamente le sue due figlie e sue prime cugine Lia e Rachele, e compensa lo zio-suocero servendolo per quattordici anni. Dalla moglie Lia, da lui poco amata poiché “aveva gli occhi cisposi”, ebbe quattro figli, ma dall’amatissima Rachele nessuno in quanto essa era sterile, con immenso dispiacere della donna dato che nella cultura ebraica (e patriarcale in genere), non poter avere figli era una vergogna per una moglie, il cui compito principale e quasi la ragione di vita, consisteva nel “dare un figlio” al marito, oltre che a scaldargli il letto ed a preparargli la cena.

Rachele allora offrì come concubina a Giacobbe, la sua serva Bilha, perchè da costei nascesse un figlio, tale da considerarlo suo, dato che gli usi del tempo consentivano ad una padrona di tenere in conto proprio il frutto dell’unione tra una sua serva ed il marito. La serva poteva essere considerata infatti, come un “utero in affitto”; e dato che il suo corpo apparteneva alla padrona, il suo era legalmente un recipiente perché il padrone vi deponesse il suo seme e consentisse alla moglie sterile di avere prole attraverso una specie di maternità per procura o per diritto di dominato.

E poiché dopo i quattro parti Lia aveva cessato di avere figli, adottò anche essa la strategia della sorella sterile e diede come concubina a Giacobbe la sua serva Zilpa: in questo modo il figlio di Isacco venne a trovarsi nel tempo marito di quattro mogli e padre di dodici figli maschi (le femmine in quel contesto culturale non meritavano di essere menzionate). Dopo aver costituito questa sua famiglia allargata, il prolifico patriarca, avendo avuto degli screzi collo zio-suocero, si pose in viaggio per tornare alle tende di suo padre a settecento km verso sudovest.

E durante il viaggio, giunto nell’attuale Giordania “gli si fecero incontro gli angeli di Elhoim”, e come Giacobbe li vide, disse: “ queste sono le schiere di Elhoim; e pose nome a quel luogo Mahanaim (Due Schiere)”. E dopo questa visione, inviò dei messi a suo fratello Esaù con un dono, poi fece passare il torrente Iabbok ai suoi ai pastori e alle greggi, e rimasto solo si inoltrò nel paese di Canaan.
“E nella notte un uomo lottò con lui sino all’apparire dell’alba. E quando quest’uomo (che poi si rivelerà essere Dio in persona) vide che non lo poteva vincere (!) gli colpì la connessura dell’anca; e la connessura dell’anca di Giacobbe si slogò mentre quello lottava con lui”. Malgrado questo colpo basso, Giacobbe continua a tenere testa per ore all’Eterno, tanto che ad un certo momento “l’uomo disse: lasciami che spunta l’alba (?). E Giacobbe: non ti lascerò prima che tu non mi abbia benedetto! E l’altro gli disse: qual’e il tuo nome? Ed egli rispose Iakob (Ia sostiene) e quello disse: il tuo nome non sarà più Iakob ma Isr’hael [contesa di El (hoim)], poiché tu hai conteso con Elhoim e con l’uomo ed hai vinto”. E Giacobbe chiamò quel luogo Peniel [Volto di El (hoim)], poiché disse: ” ho visto Dio in faccia, e la mia vita fu salva. Il sole si levava come egli (ripreso il cammino) ebbe passato Peniel. E Giacobbe zoppicava dall’anca”.

Dopo questa avventura notturna, Giacobbe-Israel si riconcilia con Esaù e i dodici figli maschi di Giacobbe diventeranno i capostipiti delle dodici tribù di Israele, e sposando delle cugine manterranno integro il genoma (il “seme”) di Abramo anche in terra d’Egitto, quando andranno ad abitare in quel paese, in seguito ad una carestia che imperverserà nel Vicino Oriente.

***

Cerchiamo ora di trarre delle conclusioni razionali dalla trama di una tale storiella, la quale è già stata classificata dagli studiosi come un mito eziologico tribale riferito alle tribù ebraiche del nord, ossia come una narrazione che spiega attraverso un personaggio inventato ed evocato con un nome significativo, la denominazione di una realtà politica; così il mito latino di Romolo (“colui che fu allattato”) attribuisce ad un tale eroe la fondazione di Roma (“Mammella”).

Nel nostro caso, le tribù ebraiche endogame stanziate attorno al 1800-1500 a.C. nella Giordania settentrionale e denominate come Israel, assunsero come eroe eponimo Iakob-Isr’hael, elaborando un mito circa un personaggio delle tribù meridionali fedeli a Ia, dio del deserto, che si trasferisce al nord e si converte al culto di El (hoim), ossia delle Dee sorelle Ashera ed Anhata; ed in segno di ciò abbandona il vecchio nome riferito al dio Ia per assumere quello di Israel “Contesa di El(hoim)”.

C’è da chiedersi, quindi, cosa mai possa significare e nascondere una tale denominazione, che nel mito appare connessa ad una gara che Giacobbe avrebbe sostenuto con “un uomo” che poi si rivela essere lo stesso Elhoim. In questa sportiva lotta notturna la divinità non riesce a battere il suo umano antagonista, (e dovette ammettere che “rekal is’r Elhoim, va…aketì ghim”, ossia “hai conteso con Elhoim, ed hai vinto”. Che poi la vittoria di Giacobbe non fosse una benevola concessione del divino lottatore, ma che costui fosse intenzionato a batterlo, è dimostrato dal colpo che egli appioppa all’uomo, slogandogli la commessura dell’anca. In questo episodio, il creatore e signore dell’universo viene presentato involontariamente come un personaggio ben meschino: non riesce a superare alla lotta un semplice uomo e tenta di sopraffarlo usando un colpo da teppista, che comunque non gli frutta la vittoria.

Così come è presentato in Genesi, l’episodio rappresenta una vera e propria messa in ridicolo dell’Eterno, incomprensibile in un libro sacro; evidentemente, si tratta di un rimaneggiamento posteriore del mito originario, volto a nascondere quello che una tale affabulazione prototipa narrava. E ciò, attraverso un uso distorto dell’espressione “contesa di Elhoim”, riferendo la sacra contesa ad una gara sportiva tra due forzuti, che non trovano di meglio da fare per una intera notte che scambiarsi colpi di lotta libera.

Però ad illuminarci circa il vero significato della contesa notturna provvede un altro luogo scritturale, sempre riguardo alle vicende di Giacobbe e della sua famiglia, quando si narra in Genesi della circostanza di cui s’è detto, che Rachele, essendo sterile, si disperava di non aver generato dei figli come sua sorella Lia, madre di quattro maschi. E propone al marito un’escamotage che la salvasse da quell’umiliante situazione: “Ecco la mia serva Bilha: entra in lei, essa partorirà sulle mie ginocchia, e per mezzo di lei avrò anch’io dei figlioli”. Ed infatti “gli diede la sua serva Bilha per concubina, e Giacobbe entrò in lei: E Bilha concepì e diede un figlio a Giacobbe”; al quale la madre legale Rachele pose nome Dan (Giustizia), poiché disse: “El mi ha reso giustizia dando un figlio anche a me”. Dopodichè, Bilha concepì ancora e diede a Giacobbe (per conto della sua padrona) un secondo figlio. E Rachele disse: “Io ho conteso con mia sorella una gara di Elhoim, ed ho vinto”. Ebbene, in questo passo viene adoperata la stessa frase che l’antagonista di Giacobbe pronuncia alla fine della lotta notturna: “Tu hai conteso con Elhoim…ed hai vinto” e lo benedice dandogli il nome nuovo di Israel, “Contesa di El(hoim)”, adoperando per “contesa”, “lotta”, “gara” il vocabolo “is’r”, sinonimo settentrionale del meridionale “neft”: Rachele infatti, chiamò il secondo nato da Bilha “Neftali”, mia lotta.

In quest’ottica la “lotta con l’angelo” sostenuta da Giacobbe ci appare in tutt’altra luce rispetto al mascheramento scritturale: se Rachele chiama “contesa di Elhoim” una gara tra donne per chi possa concepire dei figli, cosa mai può significare l’espressione stessa applicata ad un uomo? Per renderci conto di ciò dobbiamo ripercorrere le pellegrinazioni del patriarca in una sequenza diversa da quella rappresentata in Genesi, interpretando i suoi incontri con gli “angeli” in un senso non scritturale ma razionale.

E’ evidente che l’itinerario verso Paddam Aram rappresenta la sua fuga dal Negev in seguito alla lite col fratello Esaù, e che egli perviene alla fine della sua fuga nel vicino paese di Canaan, dopo un viaggio di settecento km fatto allo scopo di prendere moglie… Gli eventi narrati allora, come accaduti al ritorno dal soggiorno presso lo zio-suocero, sono ascrivibili allo stesso contesto prototipo di fuga ed incontro col divino, e vanno quindi posti in un ordine diverso oltre che accorpati in una unica sequenza: ossia, gli eventi prodigiosi vissuti nella favola in Betel ed in Peniel vanno letti come spezzoni di un’unica narrazione riguardante un unico accadimento, riordinandoli come segue.

Giacobbe, in fuga dal fratello, giunge a Luz in Canaan, vede la scala su cui salgono e scendono gli angeli, gareggia nella notte con uno di essi, gli si sloga l’anca e sul far dell’alba il suo antagonista lo prega di lasciarlo e gli muta nome; poi Giacobbe, ormai diventato Israel, versa olio sulla pietra in segno di adorazione e riprende il suo cammino.

A questo punto rimane ancora da sistemare nella giusta prospettiva un diverso episodio, collocato nel testo scritturale nel quadro del “ritorno a casa” di Giacobbe: dopo la riconciliazione col suocero, egli continua il suo viaggio e giunto in un certo luogo “Gli si fecero incontro gli angeli di Elhoim. E come Giacobbe li vide, disse: questo è l’attendamento di Elhoim; e pose a quel luogo il nome di Mahanaim”, ossia Due Schiere. Il che si suppone che gli angeli in questione stessero divisi in due reparti; dopodichè tutto finisce là e si parla d’altro…

E’ chiaro come il nome dato da Giacobbe alla località debba essere stato diverso nella favola originaria: non “Due Schiere”, ma “Due Pilastri”, ossia, Massabothim e non Mahanaim, e che lo scriba che vergò il testo scritturale dell’episodio ha pudicamente mutato grafia alla parola, trasformandola in una diversa. E ciò in quanto, come detto sopra, le due Dee cananee venivano simbolizzate all’ingresso dei loro templi da due pilastri. E in Luz, sorgeva uno di questi templi, sulle rovine del quale secoli dopo, gli israeliti del nord eressero il loro santuario dedicato ad Elhoim, rivale di quello di Gerusalemme dedicato a IAVE’.

Quando Giacobbe vede i due pilastri rituali chiede ospitalità templare e la ottiene non nel vero e proprio tempio, ma nel vasto ambiente annesso al santuario dove le sacerdotesse ierodule incontravano i fedeli, come si può arguire esaminando la pianta delle aree templari di quel contesto culturale del Vicino Oriente riferito a quell’epoca. Le ierodule (portatrici di sacralità), esercitavano nei locali annessi ai templi quella che è stata chiamata dagli storici bigotti del XIX sec. “prostituzione sacra”, e che in realtà era una istituzione cultuale e misterica, cioè un rito di unione col divino: anche se, a ben vedere, da un certo punto di vista, la dizione di “prostitute” riferita alle sacerdotesse astartiche non è poi così inesatta, in quanto la loro dea veniva ritualmente chiamata “cortigiana degli dèi e degli uomini”.

Terribilis est locus iste

Quindi, secondo questa mia ricostruzione del mito originario di Giacobbe-Israel, quando l’eroe della favola giunge in Luz e scorge i due pilastri rituali del tempio, entra nell’area del santuario e gli si fanno incontro le sacerdotesse, alla cui vista, rimane abbagliato e sconvolto. Alla vista delle Dedicate nel loro abbigliamento rituale che esse mantenevano quando erano “di servizio”, ossia del tutto nude, esclama: “Quanto è terribile (nel senso di tremendamente bello) questo luogo! Questa è veramente la porta e la casa di Elhoim, ed io non la conoscevo!”; e sconvolto, “fremette” come dice letteralmente il testo. Appartatosi con una ierodula, sale la scala che portava agli appartamenti delle cortigiane e giace con lei tutta la notte avvinto in amorosi amplessi, superando brillantemente la “Gara delle Dee” (isr’haEl).

Poco prima del levar dell’alba, la sua sacra amante gli chiede di lasciarla, ma Giacobbe chiede che prima lo benedica, ossia gli trasmetta i suoi poteri magici, cosa che la sacerdotessa esegue dandogli un nome nuovo, relativo alla sua performance sessuale, e con ciò confessandosi vinta nel certame passionale, messo in atto nelle ore notturne; porge poi ad Israel un unguentario con dell’olio consacrato, con cui egli le unge il capo in segno di adorazione, e gli chiede di lasciarla subito. Questo perché la Isthar-Astarte era dispensatrice del godimento sessuale, ma anche ispiratrice della furia bellica dei guerrieri: dea dell’amore dal tramonto all’alba quale Stella della Sera, dea della guerra dall’alba al tramonto quale Stella del Mattino (Ish’tar).

Infatti le sue ierodule officiavano la loro ritualità erotica nella notte, ma nel giorno indossavano l’alto polos e le vesti a frange poiché la loro Signora, divenuta guerriera, percorreva la terra intervenendo nei conflitti. Il combattente eroico era quindi considerato un’incarnazione della divinità nel suo aspetto diurno, mentre invece le sacre cortigiane templari costituivano la sua incarnazione notturna, a cui era vietato di dar piacere ai fedeli non appena fosse spuntata l’alba, così come i guerrieri non potevano combattere dopo il tramonto.

Tenendo conto di ciò, si spiega facilmente perché “l’uomo” che “lotta” con Giacobbe in Peniel gli dice ad un certo punto di lasciarlo: la sacerdotessa con cui aveva passato la notte in una amorosa gara di amplessi sessuali, non poteva intrattenersi con lui dopo l’alba: quando sorgeva la Stella del Mattino, entrava la vittoriosa guerriera, e cessava l’impero della Stella della Sera, l’amorosa cortigiana degli dèi e degli uomini.

La stessa denominazione della città dove aveva sede il santuario, Luz, “Mandorla”, suggerisce il duplice carattere della divinità cultizzata: come mandorla, infatti, la Stella del Mattino era all’esterno, ossia rispetto al guscio, dura ed amara, ma dolce rispetto all’interno, ossia al seme. E siccome il giorno veniva considerato nell’immaginario di quei popoli, la parte esterna del tempo e la notte la sua parte interna, l’una – quella diurna – sottoposta all’ardore del sole e l’altra – la notturna – beneficiata dal fresco e dalla quiete notturna sotto l’impero della luna, ecco che la suddivisione della giornata in due diversi aspetti, dava adito ad immaginare la Grande Dea come manifestarsi in due diverse epifanie: l’una diurna, terribile, e l’altra notturna, godibile.

Al sorgere del sole ed al suo tramontare, queste entelechie divine si davano per così dire il cambio, talchè durante il giorno non era consentito alle ierodule di comportarsi come dee amorose e di intrattenersi coi fedeli. Questo spiega le strane parole che l’antagonista della lotta notturna rivolge a Giacobbe: “Lasciami, che sorge l’alba” parole che se attribuite all’Eterno sono veramente incomprensibili e ridicole, quasi che Dio temesse la luce del giorno, e supplicasse un uomo di lasciarlo andare dopo essere stato battuto in quello strano incontro di lotta…

Notte meravigliosa fu allora, quella per Giacobbe, notte di nozze e di prodigi. Dopotutto egli era un pastore nomade, vissuto sempre tra la sua gente sotto le nere tende dei beduini, e senza aver conosciuto altre donne che quelle del suo clan, pastorelle dal volto riarso dal sole, avvolte nei loro sudici stracci, che puzzavano di capra selvatica ed ignoravano l’uso del bidet…E non si va lontano dalla realtà che tali fossero anche Rachele e Lia e tutte le concubine che il patriarca abbia potuto avere al ritorno nel suo desertico paese natio. Ed al momento della sua fuga dal fratello Esaù, il nostro eroe era giovane, nel pieno delle sue forze di maschio (ma non tanto da battere Iddio in una gara di lotta!).

Eccitato dalla bellezza e dal fascino delle sacerdotesse, profumate di essenze, esercitate nella seduzione, e che consideravano il dono della voluttà come un loro compito sacro, il figlio di Isacco si sentì trasportato in cielo; ed accolto nel letto di una di quegli “angeli”, diede prova per tutta la notte di inesausta virilità, vincendo in passione e tenuta la sua sacra partner. La quale, volutamente o per caso, ad un certo punto assunse una posizione che fece procurare a Giacobbe uno strappo muscolare (e non certo la slogatura dell’anca!). E ciò nonostante, il giovane amante la tenne ancora impegnata per il resto della notte, vincendo con ciò una “gara di Elhoim” una “isr’ ha El”; se infatti una tale competizione significava per delle donne generare molti figli, per degli uomini assumeva il carattere di resistere in molteplici atti sessuali in un solo rapporto, durante un circoscritto periodo di tempo con una (o più) partner.

Naturalmente, questo modello di femminilità e di virilità rispondeva ad una più generale concezione patriarcale della natura in genere e della loro peculiarità in campo sessuale: la femmina ebrea, mera recipendaria dello sperma maschile (“il seme”), aveva il solo compito di far “germogliare” quel seme nel suo utero, e tanto meglio compiva questa sua mansione di “incubatrice”, tanto più veniva considerata una buona moglie ed onorata come madre. Le genealogie familiari, pertanto, andavano di padre in figlio, senza minimamente curarsi della madre: si diceva quindi che il Tizio (padre) aveva generato il Caio (figlio), senza affatto occuparsi del lato materno della discendenza.

Nel caso della nascita di figlie femmine si pensava che il seme del marito, al momento del concepimento, fosse “debole”, e quindi per l’uomo la nascita di una figlia costituiva un mezzo fallimento e non se ne faceva mai cenno nelle cronache familiari. Di converso, la nascita di un maschio veniva trionfalmente festeggiata e tramandata nelle memorie claniche e familiari: con il generare dei maschietti il padre dimostrava la forza del suo seme e la propria virilità. Il fatto che la donna venisse considerata in quel contesto culturale una semplice incubatrice biologica, spiega come mai la padrona Rachele possa considerare suo un bambino nato da un’altra donna di sua “proprietà” in quanto serva: possedendo di diritto “l’incubatrice”, si può legalmente rivendicare la proprietà di ciò che una tale macchina biologica può produrre. O meglio, contribuire a produrre, in quanto la “materia prima” del nascituro, era solamente costituita dal seme maschile che l’uomo eiaculava nell’utero della donna.

Così la serva Bilha, “dà quattro figli” a Giacobbe; ma essendo quei figli seme del padrone ed essendo lei una serva della moglie di lui, legalmente il figlio non è di chi lo partorisce ma della sua padrona, oltre che naturalmente di Giacobbe. Tra i nomadi del sud, adoratori del dio del deserto, la donna veniva considerata una semplice appendice dell’uomo, un mezzo per riprodurre la specie generando maschi (veri esseri umani) e femmine da adibire a compiti riproduttivi e servili.

La stessa storia della creazione dell’essere umano viene raccontata in Genesi differentemente: secondo la versione iaveista, Dio impasta del terriccio col suo sputo e dal fango prodottosi forgia una figura maschile, a cui dà la vita mediante il suo soffio (ruhah); dopodichè provvede a dargli una compagna mediante il famoso escamotage di sottrargli un osso dalla costola dopo averlo addormentato, e da quell’osso forgiare una femmina. Ed è in base ad una simile affabulazione maschilista che Paolo scrive: “ L’uomo non viene dalla donna, bensì la donna dall’uomo: e l’uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo”. Perciò la donna deve avere sul capo un segno (il velo) dell’autorità da cui dipende (il padre, il marito, il fratello, persino il figlio, ma comunque dei maschi). Nella versione eloista dello stesso episodio, si legge invece che Dio crea Adamo ed Eva contemporaneamente, facendone due versioni differenti di lui stesso: “Li creò maschio e femmina, a sua somiglianza li creò ed a immagine sua”.

Com’è noto, il testo eloista della creazione rispecchia l’immaginario mitologico e l’ethos delle tribù ebraiche del nord, che elaborarono anche il racconto di un eroe eponimo della loro nazione, quello di un nomade pastore delle tribù meridionali che fugge dal suo paese e trova ospitalità in un tempio astartico, vi incontra una sacerdotessa con cui passa una notte d’amore e che gli muta il nome da “Ia sostiene” (Ia kob) in quello di “Contesa di El (hoim)”; dopodichè il protagonista dell’epos si stanzia al nord, sposa delle donne aramee e dà inizio alle tribù settentrionali attraverso i suoi discendenti.

Storicamente, tali tribù raccolte intorno al santuario di Betel costituirono la federazione e quindi il regno di Samaria, mentre le tribù meridionali raccolte intorno al santuario di Sion (Gerusalemme) costituirono il regno di Giuda sotto una dinastia che ripeteva le sue origini dal leggendario re David. Comunque, anche sotto i re di Giuda il culto di Ia non fu la sola forma religiosa presente nel paese.

Sotto i successori di Roboamo, il dio del deserto e dei pastori nomadi degli antichi templi non fu il solo ad avere il santuario sul colle Moriah, ma il suo fu un tempio come altri che sorgevano nello stesso luogo, fra cui uno di Ashera in cui operavano le sacerdotesse ierodule della dea. E questo durò sino al tempo di re Giosia, durante il quale venne posta in atto la finzione del ritrovamento nel tempio di Ia dei “libri di Mosè”, in cui si proclamava l’unicità del dio in questione. Giosia fece radere al suolo i santuari degli altri dèi in tutto il suo regno e trucidare i loro sacerdoti e le sacerdotesse, tra cui soprattutto le ierodule di Ashera, violando persino i sepolcri e disperdendo le ossa dei defunti “idolatri”: ciò fu possibile in quanto il regno del nord non esisteva più, poiché era stato invaso ed annesso dall’Assiria. E’ da questo episodio di intolleranza brutale che è sorto l’ebraismo giudaico: ed in prospettiva dal giudaismo sono stati generati il cristianesimo e l’islamismo, con il comune culto di un dio maschio, sessuofobo e misogino, solitario e celibe ma in grado di generare ogni cosa da se stesso attribuendosi la funzione procreativa della femminilità.

Dopo Giosia, comunque, i templi del regno di Gerusalemme volsero alla fine in seguito al collasso dell’Assiria ed al risorgere della potenza babilonese. Gli eredi del re assassino videro l’invasione degli eserciti mesopotamici e perirono trucidati dai vincitori, le classi dirigenti di Giuda, vennero deportate sull’Eufrate e l’intera Palestina annessa all’impero di Babilonia. Nel Goluth (la “cattività babilonese”) gli scribi ebrei iniziarono a comporre il testo biblico a partire dai rotoli scritti sotto Giosia (e pretesi rinvenuti nel tempio di Ia); e tale lavoro fu continuato dopo il ritorno in Palestina, sotto Neemia ed Esdra e sino al secondo secolo della nostra era.

In questo contesto di elaborazione scritturale le vecchie leggende delle tribù di un tempo subirono una trasformazione che le rendesse coerenti con l’ideologia e l’ethos iaveista e ne facesse la base della mitologia giudaica. La favola sull’eroe eponimo Giacobbe-Israel fu così profondamente ristrutturata nel modo sopra detto, trasformando, mascherando e smembrando tutti gli elementi della leggenda originaria, oralmente tramandata, sino agli esiti assurdi e ridicoli incontrati in questa mia esposizione.

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