
di Antonio Foccillo
Si è aperta una discussione anche sul nostro giornale sulle dichiarazioni aberranti di odio nei confronti della figlia della Meloni e anche di altri esponenti politici del governo. Purtroppo il clima è pessimo. Non si può accettare in un contesto civile chi dichiara queste cose. Sono una forma di violenza da estirpare.
Viviamo oggi in una società dove tutti i giorni si vedono violenze di tutti i tipi. Una degenerazione che coinvolge tanti: dalla violenza delle istituzioni alla violenza contro le donne; dalla violenza giovanile alla violenza dei tanti conflitti che esistono nel mondo; alla violenza parolaia delle contrapposizioni politiche e così via.
Sono tante le cause, in questi anni, sono aumentate le diseguaglianze, si è ristretto il perimetro dei diritti e l’emarginazione sociale ha esteso la propria platea di ultimi, deboli e meno fortunati. Il sistema produttivo si sta sgretolando, si sta esaurendo la sua spinta propulsiva e la sua capacità progettuale.
Uno dei tanti mali che le politiche neoliberiste sfrenate hanno calato nel nostro contesto sociale è stata l’induzione all’apatia delle coscienze. Null’altro, insomma, che il risultato dell’abbandono dell’ideale di comunità, a favore dei mantra della competizione. I tempi che viviamo hanno smarrito gli stessi capi saldi della nostra Carta Costituzionale: solidarietà e coesione.
Principi che mano a mano non sono più stati sufficientemente spiegati e raccontati ai giovani, lasciandoli navigare in un mare magnum di informazioni veicolate da un pensiero unico che ha ambito sempre più ad allontanare le persone, a lasciarle chiudere in sé stesse, a non credere più nel valore dello stare insieme.
Un individualismo indotto da una corrente macroeconomica che per raggiungere i suoi obiettivi ha, goccia a goccia, corroso le fondamenta di tutto ciò che veramente è socialità, tutto ciò che è rapporto con l’altro al netto di intermediazioni tecnologiche di qualsiasi natura.
I giovani, in particolar modo, non si trovano più a proprio agio in un confronto, perché hanno perso l’abitudine al dialogo e questo non ha fatto altro che far avanzare in loro diffidenza, paura nei confronti dell’altro, sempre più spesso, e per i più disparati motivi, classificato come diverso.
Così si sta creando una società di diversi, il ché, paradossalmente, sarebbe l’ottimo da raggiungere in una società accogliente e plurale, ma che in questo contesto, invece, isola tutti gli individui indebolendoli. Si è creata una incredibile situazione di disagio sociale di un’intera generazione che, il più delle volte, non è compresa o rimane sotto silenzio.
Un disagio coltivato solo ed esclusivamente da chi lo vive, isolato in quella condizione di cui parlavo prima, non essendovi più la forza della comunione di intenti per risolvere una difficoltà. Si è soli, e in questa cornice fanno buon gioco quelle lobby che hanno il solo l’interesse del profitto.
L’obiettivo che dobbiamo porci tutti è quello come “rieducare” e “riabituare” i giovani a stare insieme, a farsi forza l’un l’altro e non a prevalere sull’altro, a camminare fianco a fianco e non a sgomitare. La forza della comunità sta nella pluralità e nella convergenza degli interessi che insieme riescono a imporsi.
L’interesse individuale da solo è debole e costringe ad accettare qualsiasi condizione, anche quella di lavorare gratis. La sfiducia e l’apatia non sono utili e abili a risollevare una situazione di difficoltà, nella loro natura, infatti, vi è l’abbandono alla contingenza.
Da tutto questo si evince che tutti quei valori che noi avevamo introitato da giovani e che abbiamo difeso nei nostri impegni sociali e politici e che avevano costruito società civili, solidali e democratiche sono ormai dimenticati.
Negli ultimi trentanni tanti avvenimenti ci hanno privato di molta parte delle libertà, hanno ridimensionato la democrazia, la giustizia sociale, la partecipazione, la solidarietà e i valori.
Vi è una fortissima intolleranza nei rapporti fra individui. Lo si evince dall’imbarbarimento della società, dalla violenza parolaia, dallo scontro sempre più esasperato delle fazioni alle certezze assolute che vengono espresse in tante occasioni nella vita di tutti i giorni in cui gli altri sono considerati nemici.
Un arretramento valoriale a cui non è possibile rimanere insensibili. Purtroppo tutto questo denota un peggioramento complessivo della qualità della vita, in modo particolare perché si va sgretolando un sistema che ha creato benessere e sostenuto la democrazia nel nostro Paese.
Si è palesato così negli anni un arretramento progressivo di un po’ tutte le forme di socialità. La comprensione dell’altro e la mediazione degli interessi, in qualità di membri di una stessa comunità, rappresentava un forte momento di crescita che, invece, oggi si è smarrito in un individualismo solitario e apatico.
Bisogna reagire a questo degrado del convivere civile rilanciando il dialogo, la mediazione, il riconoscimento e la tutela effettiva dei diritti, il rispetto degli altri che non sono nemici ma interlocutori, molto spesso con gli stessi problemi.
Dovremmo tutti impegnarci per rilanciare i valori dell’educazione, della solidarietà, della tolleranza, dell’uguaglianza, della fratellanza, della laicità e del rispetto dell’altro.
Non si può accettare una disumanità così e bisogna farlo prima che sia troppo tardi!
Ognuno di noi, come singolo e come insieme, deve fare lo sforzo di riportare i valori nella società, in modo da recuperare il senso della vita e ridare centralità alla solidarietà e alla coesione.
Bisogna svolgere di nuovo un compito che inizia dal saperci riconoscere e nel saperci incontrare proprio per una comune ragione ideale e politica, facendo di questa, quindi, il motivo, non accessorio e non scontato, dell’essere attori e rappresentanti di un nuovo rinnovamento.
Una svolta è necessaria, anche culturale, per continuare a far pensare le persone sulla necessità di interrogarsi come si vuole costruire il domani; come, qualsiasi scelta che si deve fare possa presupporre un’evoluzione positiva.
Non è possibile cambiare velocemente le cose ma un tentativo va fatto. Si deve uscire dall’apatia e risvegliare le coscienze e le intelligenze. Tutto questo diventa l’essenza del convivere unitario della comunità. Non c’è più tempo per tergiversare, ma è tempo di fare!
Bisogna ritrovare il gusto del confronto. Come pure i tanti soggetti che esistono nella società che sono portatori di valori debbono ritrovare il gusto di impegnarsi e contribuire a individuare un nuovo percorso di rinnovamento e di progettazione, fondata su vecchi valori del novecento che sono ridiventati ancora più attuali. È stato fatto nel passato si deve farlo di nuovo.
Solo così si può uscire dall’abisso!





