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MONOTEISMO CRISTIANO E LIBERTA’ RELIGIOSA. UNA INCHIESTA CON L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’ – prima parte

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MONOTEISMO CRISTIANO E LIBERTA’ RELIGIOSA. UNA INCHIESTA CON L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’ – prima parte

 

Recentemente Silvano Danesi ha rilanciato, da queste colonne, il dibattito sulla concezione di Dio nel progressismo e nel neomodernismo cattolici, una concezione all’interno della quale l’ermeneutica teologica e storica dominante è quella della discontinuità. Il Direttore ha lanciato come una sfida a chi ritiene che tale ermeneutica sia l’unica possibile in un’epoca che ha registrato trasformazioni sociali, economiche, politiche e culturali profonde e senza precedenti, perché ha ricordato che il Dio cristiano è immutabile. La conseguenza di una accettazione acritica di questa ermeneutica è in effetti non l’ammodernamento della religione cattolica, ma la sua distruzione, in quanto viene meno il principio filosofico dell’equazione tra Dio e l’Essere parmenideo. Ma vi è un altro aspetto degno di riflessione alla luce di questo riferimento di Danesi, quello storico, riferito ad un tema controverso, quello del rapporto tra monoteismo e libertà religiosa. Vorrei, in questa sede, condurre una inchiesta sul tema.

L’argomento è assai complesso, non tanto per difformità di vedute su di esso che al giorno d’oggi non esistono, quanto per i mutati atteggiamenti della Chiesa Cattolica nei confronti della libertà di religione, che lascia supporre erroneamente una mutabilità dell’etica o una colpevolezza passata nell’inadempienza dell’autentica Volontà Divina. L’una e l’altra asserzione sono senza fondamento. Esporremo, allo scopo di mostrarlo, dapprima dei concetti introduttivi all’argomento; poi la dottrina della Chiesa su di esso, nel suo sviluppo storico sia pure a sommi capi, per mostrarne la costante congruenza con la Rivelazione;  indi l’insegnamento magisteriale contemporaneo. Questo perchè il problema non è etico, ma culturale, ossia verte sul rapporto tra l’etica, che di per sè è immutabile, e le circostanze storiche in cui essa è vissuta, che sono di per sè mutevoli. Ossia si può intendere alla luce di una corretta ermeneutica della continuità e non di quella della discontinuità. Entriamo ora nel mondo concettuale della teologia cattolica tradizionale.

L’argomento esige anzitutto alcune puntualizzazioni previe. Ogni precetto dei Comandamenti si delimita nel suo contrario, perchè generalmente riguarda il rapporto tra pari, ossia tra gli uomini, che devono reciprocamente rispettarsi. Ad esempio, l’uomo non deve uccidere, ma non è tenuto a farsi uccidere per non compiere tale azione, avendo un diritto alla difesa che può anche causare la morte dell’aggressore. Ma il Primo Comandamento, riguardando Dio, non rientra in tale regola, non ha un concetto che lo delimita col suo inverso, non riguarda due parti. L’unico suo limite è la libera coscienza che l’uomo ha di Dio. Una volta che l’uomo sa che Dio esiste, è tenuto ad adorarlo. Non può esimersi. Anzi la stessa ricerca di Dio è un dovere morale, perchè è la ricerca della prima causa del nostro essere, a cui, se esiste, siamo legati per gratitudine e a cui evidentemente tendiamo. Perciò la professione di una fede religiosa non è moralmente indifferente. Solo quella vera è moralmente lecita. Le altre no. L’uomo non è libero, innanzi a Dio, di sceglierlo o meno. La libertà umana è un requisito indispensabile per compiere un’azione autenticamente morale, ma non è né il solo requisito né, tantomeno, è essa stessa un valore morale. La libertà di coscienza e la conseguente libertà di religione sono le forme principali di esercizio della libertà umana, perché vertono sulle scelte principali che l’uomo deve fare, ma le modalità concrete del loro esercizio sono state e sono ancora valutate e tutelate diversamente nelle varie civiltà e culture. Ragion per cui la libertà umana e la fede non sono sullo stesso piano, essendo solo la seconda un valore mentre la prima è tenuta a seguirla. Per questo motivo la Rivelazione, che svela all’uomo solo le cose che egli non potrebbe mai scoprire da solo o ciò di cui ha perduto, anche solo in parte, consapevolezza, e che vertono su Dio, non contiene nulla che riguardi la tutela della libertà stessa in campo religioso, quando essa è male usata. Tantomeno la Rivelazione imposta i rapporti tra libertà religiosa personale e vera fede  nel modo oggi vigente, sebbene tale modo sia perfettamente confacente con i contenuti della Rivelazione stessa e sebbene spetti al Magistero della Chiesa pronunziarsi autenticamente sull’argomento, nelle varie circostanze storiche, vista la stretta attinenza di questo tema storico-culturale puramente umano con il tema morale dell’ossequio dovuto solo al vero Dio.

Nell’antichità, l’uomo non ha mai avuto la libertà di scegliere singolarmente la propria fede religiosa e la propria morale tra più modelli; ognuno nasceva in un popolo denotato da una propria legge, con un preciso fondamento religioso; era la comunità che garantiva al singolo la sicurezza delle verità vissute e professate. Il popolo ebraico, calato nella storia di quelle epoche, non poteva fare eccezione, ma esso ricevette la sua Legge in un modo unico, storico e non mitico. Dio stesso diede i Comandamenti  – compreso il Primo – al popolo, senza la mediazione di alcuna istituzione umana. La libertà richiesta per aderirvi era dunque quella del soggetto collettivo, in cui erano riunite tutte le libertà individuali, di tutti coloro che assistettero al prodigio dell’Alleanza e videro l’autorevolezza di Chi dava la Legge e chiedeva il culto solo per Se’, negando l’esistenza di altri dei. Il popolo si impegnò per se stesso e per tutti i suoi membri, anche quelli che sarebbero venuti in seguito, perché gli individui muoiono, ma il soggetto collettivo sussiste sempre.

La norma che Dio diede era innanzitutto morale, vietando altre fedi religiose, ma conteneva anche la sanzione giuridica, la pena, di cui l’infedele è degno, ossia la morte. Tale pena era perfettamente legittima, perché inflitta dal Giudice dei vivi e dei morti e perché annunziava quella ben più grave della dannazione eterna, quando ancora la sua nozione non era ben chiara. Tuttavia nel Nuovo Testamento la Legge antica, fatta di decreti e prescrizioni, è decaduta, per cui oggi vale, nel tempo, solo il Comandamento e non più la pena prescritta per l’inadempiente. Tuttavia questi ne rimane sempre passibile, essendogli stata già comminata e attendendolo una ben più grave.

Nel Nuovo Testamento la libertà richiesta per l’adesione a Dio non è più solo quella del popolo, ma del singolo, chiamato alla conversione, ossia al cambiamento di mentalità, nel suo cuore, sia tra gli Ebrei che tra i pagani. Il singolo deve liberamente aderire a Dio. Egli non è libero di non aderire, per cui la sua scelta religiosa non è moralmente indifferente, ma nello stesso tempo è necessario che la sua adesione sia interiore e non solo esteriore. La libertà umana è quindi, nella Bibbia tutta, indispensabile perché l’adesione a Dio sia moralmente valida, prima solo del popolo, poi di questo e del singolo, tanto che se questo non appartiene al popolo prima della scelta di Dio, una volta che la fa, entra a pieno titolo in esso. Tuttavia la libertà è qui un mezzo, non un valore morale. Ragion per cui, una volta che il popolo cristiano smise di essere perseguitato, attraverso i suoi Stati, produsse delle legislazioni che hanno esercitato delle coazioni non sulla scelta religiosa in quanto tale, ma sulle sue conseguenze, premiando chi aderiva alla vera fede e punendo chi la rifiutava, l’ostacolava o l’abbandonava. Ciò allo scopo di scoraggiare l’adesione al male costituito dalle false religioni, o la loro diffusione, o anche solo di favorire la diffusione del bene della vera Fede e l’adesione ad essa. Ciò, come si vede, è perfettamente conforme alla Rivelazione, ma non è l’unico modo con cui il problema del rapporto tra libertà religiosa e dovere etico di aderire a Dio può essere risolto. Era l’unico modo per quel contesto storico. Questo processo infatti fu reso possibile dal fatto che nel diritto romano la religione era regolata dal diritto pubblico. La cristianizzazione dell’Impero unì quindi la concezione giuridica latina con l’istanza cristiana dell’adesione alla Fede in modo libero e necessario. Tutte le religioni pagane, ormai in via di sparizione, furono prescritte da Teodosio I nel 381, perché politeiste, tranne l’ebraica, mentre il Cristianesimo divenne la religione dello Stato.

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