
di Lucio Leante
È molto significativo – e anzi emblematico- il fatto che sia stato un professore di scuola media l’autore del post con cui augurava alla figliola (di 7 anni) di Giorgia Meloni “la stessa sorte della ragazza di Afragola”. L’episodio ha suscitato giustamente una esecrazione generale, ma non è confinabile ad una patologia individuale che probabilmente non è da escludere.
Esso segnala un fenomeno più generale: l’anti-cultura dell’odio e della violenza ha da tempo preso uno spazio rilevante tra le istituzioni pedagogiche, culturali e mediatiche italiane (e non solo italiane).
Si tratta di una anti-cultura che da tempo non riesce a fare altro che esprimersi con una serie di “anti-qualcosa”, indicando volta per volta un “nemico” sempre disumanizzato, demonizzato e additato all’odio collettivo. Questa anti-cultura ha avuto una reviviscenza ed una rinascita attorno al 1968 e che da allora è riuscita, con la connivenza di grandi e piccoli intellettuali, a farsi passare per decenni per una vera cultura e, anzi, per l’unica vera cultura portatrice di “progresso”.
Il “demonio” di turno viene descritto da una consistente parte dell’establishment politico-mediatico italiano (e occidentale) come l’ incarnazione di un “Male assoluto”, individuato come la fonte unica di ogni male e di ogni disagio sociale e individuale e additato come ostacolo da distruggere.
Quella tendenza non è nuova e ha trovato varie manifestazioni soprattutto nelle ideologie degli intellettuali gnostico-rivoluzionari degli ultimi due secoli. Dai giacobini francesi, ai loro epigoni rossi e neri del XX secolo, il tipo umano del rivoluzionario ha sempre additato un “nemico principale” come l’ostacolo tra “lo stato delle cose presenti” e la società perfetta priva dei germi e dei geni del Male radicale.
Nel suo distopico romanzo “1984”, George Orwell, pensando sia alla Germania nazista ed all’URSS, descriveva nella società totalitaria un Grande Fratello che chiamava la popolazione a “due minuti di odio” verso un grande nemico pubblico, Emmanuel Goldstein (un nome significativamente ebraico).
Dopo il crollo del comunismo quella anti-cultura dell’odio (di classe, anti-capitalista, anti-borghese ed anti-liberale), con il trionfo mondiale (persino nei paesi socialisti come la Cina) del capitalismo, ha perso ogni pur vaga indicazione in positivo (come era quello del socialismo reale), ed è diventata pura ricerca del potere.
Da allora questa ambizione non si nutre più di un obbiettivo politico e sociale preciso, ma è diventata fine a se stessa: una mera propaganda basata su una distinzione antropologica di segno manicheista. Bisogna eliminare con ogni mezzo i malefici e demoniaci “nemici” (interni ed internazionali) non in nome di un fine strategico positivo (che non c’è più), ma perché sono agenti del demonio e perciò si oppongono al nobile obbiettivo di fare assurgere al potere “loro”, gli “angeli” portatori congeniti dei geni del Bene, della giustizia sociale e della società perfetta, priva del Male.
Giorgia Meloni è solo una degli ultimi “demoni” (interni ed internazionali) additati all’odio da quella parte dell’establishment politico-culturale-mediatico rimasta orfana di ogni prospettiva socio-politica che non sia quella negativa e distruttiva della “abolizione dello stato delle cose presenti” (indicata già da Marx ed Engels come ineluttabile destino dell’Occidente capitalistico
Gli “angeli del Bene” (tali si sentono politici, intellettuali e giornalisti militanti), additano così Meloni alla pubblica esecrazione con una continua – e spesso pregiudiziale ed acritica- opera di demonizzazione. Emblematici sono i rosicanti conduttori della TV La7 che ne sembrano ossessionati. Il gioco demonizzatore, però, funziona sempre meno sia per mancanza di “sostanza” politica reale (ormai appare a tutti ridicola l’evanescente accusa di “fascismo”), sia per la particolare abilità tattica della premier.
Un analogo trattamento viene riservato dalla propaganda di quell’establishment a personaggi internazionali come Il leader russo Putin, quello ungherese Orban e quello americano Trump. Ma anche la loro pregiudiziale demonizzazione non basta a supplire alla carenza di realismo e di visione strategica. Non serve a molto chiamare la gente e i telespettatori ai “due minuti”(anzi ad ore) di odio contro il ”macellaio autocrate” Putin, l’ “omofobo” Orban, l’“autocrate illiberale” Trump. La realtà dei fatti smentisce ogni giorno di più quelle semplificazioni manicheiste. La loro demonizzazione serve solo a mantenere ancora per qualche tempo (fino a quando?) in piedi la baracca fatiscente e perdente della sinistra mondiale neocon, woke, green e -per conclamata assenza di scopo- nichilista.
Il professore campano che è giunto al punto di augurare la morte violenta della figlia settenne di Giorgia Meloni è quindi solo la punta estrema di un iceberg che è la anti-cultura dell’odio e del nulla che giace da tempo sotto la superficie della scuola, delle istituzioni culturali, dei media e della società italiana ed occidentale. Essa viene ogni giorno alimentata da quegli stessi leader politici e mediatici che oggi esecrano quel professore odiatore considerandolo solo un caso patologico individuale. Da domani – si può essere certi- si ricomincia come sempre. I propagatori di quella anti-cultura non sono portatori dei geni del Bene e del Progresso, ma solo dell’odio e della sconfitta. Per questo non possono che generare odiosi mostri.





