di Giuseppe Augieri
Sta tornando lo Stato in economia. Anzi è già tornato. Ma forse non ancora abbastanza. L’idea, da me spesso propugnata, anche qui su Facebook, (essere cioè maturi i tempi per una nuova stagione di programmazione economica) viene rilanciata da “Il Mulino” e ripresa dal Corriere della Sera.
Qualcosa si muove nella sinistra? Se è così ne sono felice. Non solo perché avrei avuto ragione.
L’alternanza di politiche economiche “di mercato” rispetto all’intervento dello Stato nell’economia non è mai stato un capriccio o un caso. E’ uno scontro tra due visioni della società che le circostanze della vita economica portano a far diventare vincenti alternativamente. In ogni caso l’alternanza incide sulle politiche di welfare: cioè sull’anima stessa della sinistra.
Ma il fatto che il cambio delle politiche si sia realizzato in concomitanza con grandi eventi economici – soprattutto crisi – non deve trarre in inganno. La elaborazione scientifica e poi la applicazione concreta dei modelli economici sono i frutti di precise scelte politiche. Per questo bisogna convincersi, a sinistra in particolare, che l’economia è uno strumento immensamente potente per fare politica. Ma per essere tale, bisogna conoscerla, dibatterla, farsela amica: alla base di tutto, ritenerla arma non meno importante della partecipazione a manifestazioni, anzi.
Se dopo l’ ‘800 del libero mercato di Adam Smith vennero le idee di John Maynard Keynes, ciò fu spinto dalla grande crisi di Wall Street e dalla depressione. Ma c’era dietro una solida analisi sociale. Profondamente contrastata. Nonostante il New Deal, tre decenni di crescita, una evidente più equa ripartizione del reddito prodotto e dunque un miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti, negli anni ’80 – complice la stagflazione e la crisi petrolifera – il “mercato” riparte all’attacco: no ai “lacci e lacciuoli all’economia”. Dunque per scelta politica, non per esigenze economiche.
Tacher e Reagan furono i condottieri di questa battaglia; ma anche la “terza via” di Tony Blair e Bill Clinton, nei fatti, non riuscì a modificare il senso di marcia: il mantra ha continuato ad essere il no al “big government”; l’obiettivo la riduzione del deficit e del debito rispetto al PIL. Così la diseguaglianza è cresciuta. E, attenti, questa condizione è stata ed è un male non solo per i diseguali: perché riduce i consumi, penalizza la classe media, arresta la crescita. Con un mercato che poi, nonostante gli sforzi, è sempre meno libero. Pensiamo ancora che la ricetta proposta sia stata “imposta” da esigenze di mercato?
Ma veniamo all’oggi. Negli ultimi anni, la crisi del 2008/2009 e poi del 2022 delle banche e la decisione di salvarle con aiuti di Stato, la choc della pandemia, la crisi Ucraina, il crollo della globalizzazione anche per effetto del riproporsi dei blocchi contrapposti, ripropongono ripensamenti: un ritorno all’abbandono della politica di divieto dell’intervento Statale.
Ed infatti è quello che sta avvenendo nel mondo: non solo quello lontano, ma nelle vicine Francia e Germania. Per esempio con la ri-nazionalizzazione delle aziende strategiche o l’utilizzo ampio della golden share. E con alcune proposte economiche che segnalano la domanda di interventismo dello Stato: cosa altro sarebbe la Next Generation UE (in definitiva il PNRR)?
Solo che lo Stato non può intervenire facendo da Bancomat. E lo Stato deve interessarsi dell’accumulo di ricchezze assieme alla sua distribuzione, essere nella produzione e nel welfare.
Dunque un processo infinitamente complesso nella gestione delle economie. L’Italia ha le sue peculiarità e purtroppo molte di esse sono negative. Perciò, per noi, qualsiasi cosa succederà sarà più difficile gestirlo. Basti solo pensare alla dimensione del nostro debito pubblico, che comporta conseguenze particolari per le manovre antiinflattive (che sono in atto, anche se spingono al rallentamento produttivo ed alla disoccupazione) e per il rientro nei parametri europei. Perciò solo una politica “monetaria” non basta: ci vuole molto di più.
Dunque, per cortesia, meno polemiche e tanto lavoro da fare. Fuori le idee, please.




