
Forse è superfluo spiegare che il concetto così comune di “mito” prenda nome da un termine del greco antico che si può tradurre come “leggenda”, “favola”, “racconto”; ma mi sembra utile osservare come tali elaborazioni, fantastiche e fantasiose, avessero per gli antichi un carattere di sacralità in quanto si riferivano alla sfera del divino; per cui, sino ai tempi della decadenza culturale del mondo antico, non furono considerate invenzioni di poeti o parti di fantasia popolare per il semplice fatto che i loro protagonisti essendo dèi o semidei, le loro azioni e le loro vicende, avevano una veste quasi teologica.
Il mito, quindi, consiste in un racconto di vicende vissute in un tempo remoto da parte di esseri immortali e potenti, resisi invisibili nell’epoca in cui si ascoltano o si leggono tali favole, ma pur sempre attivi mediante interventi cruciali sul mondo e sulla storia dell’uomo.
Queste produzioni di sacra letteratura, tramandata dapprima alla tradizione orale, in epoche più colte si coagulano in forma scritta, in poemi immutabili nel testo il cui insieme, relativo ad un medesimo ambito etnico e culturale, fondano la mitologia di un popolo ed il primo documento della sua civiltà
Il rito invece, consiste in azioni, in manifestazioni predeterminate, codificate entro un contesto magico, capace di influire sulla realtà attraverso il contatto tra la natura e l’uomo da una parte, e le entità divine dall’altra. Tali azioni rituali, quindi, tendono a mutare la situazione esistenziale di chi le compie, volgendola a proprio favore, in quanto atte a propiziare al rituante quelle entità potenti che diverranno protagoniste dei miti.
Il rito si struttura nel tempo sulle condizioni esistenziali di una popolazione umana, che attraverso di esso reagisce illusoriamente ad una situazione di crisi o anche a difficoltà fisiologiche della sua quotidianità, ponendosi in rapporto con le entità fantastiche a cui attribuisce i fenomeni e gli eventi che lo atterriscono o lo limitano. All’uomo primitivo infatti, la natura, la vita, le vicende del suo gruppo sociale appaiono non come concatenazioni di una necessità, ma come l’effetto della volontà di esseri superiori e potenti, di entità personali capricciose e terribili. Egli non conosce le leggi che governano la natura (e più tardi i suoi discendenti le attribuiranno a quelle stesse entità divine), non comprende i motivi necessitati che governano gli eventi. Il rito e poi il mito si genera appunto, dal tentativo umano di mutare la volontà dei supposti autori dei suoi problemi, di intercettare e volgere a proprio favore la loro incontrastabile potenza.
A loro volta i miti possono essere visti in due modi: come razionalizzazione del rito (rispondono alla domanda del perché si agisce in una certa formula rituale), e come prolungamento del rito, in quanto nella narrazione mitologica si pensa che sia racchiusa quella stessa carica magica che si produce nel rito. Una tale ottica spiega perché il racconto o la lettura di un prodotto mitologico costituisca in se stesso un succedaneo o una parte del rito: in questo caso la recitazione o la lettura del testo va eseguita con una particolare inflessione della voce, in quanto attraverso le parole del testo recitato si entra in comunicazione con gli dèi, e quindi si necessita assumere il tono di voce opportuno per propiziarli.
Posto in chiaro un tale argomento fondamentale, necessita ora rendersi conto del ruolo dei personaggi coinvolti nel dramma sacrificale, riferito al rito.
Naturalmente, il protagonista del rito è l’entità terribile che minaccia l’esistenza del gruppo: predatore invisibile prima, poi spirito della morte, poi ancora divinità potente e malefica. In quanto autore di catastrofi, questa entità viene concepita come dotata di un potere assoluto che non può essere contrastato né evitato e nei confronti del quale l’unica strategia perseguibile consiste nel venire a patti con esso attraverso un compromesso attuato mediante lo scambio: l’offerta di una vita in luogo di molte, il sacrificio di un membro del gruppo che eviti la distruzione del gruppo stesso. Una tale entità potente e malefica assume col tempo un aspetto sempre più antropomorfico, e può essere così rappresentato in immagini, ma come Spirito della morte egli assume caratteristiche cadaveriche: il Dio della morte nel suo vero aspetto viene immaginato come uno scheletro ed il suo volto come un teschio. Motivo iconologico che avrà il suo massimo sviluppo nella cultura centroamericana nelle raffigurazioni delle divinità messicane.
Su questo volto terrificante del Potere in altre sedi culturali, si preferì stendere la maschera di un aspetto maestoso, di una intensa bellezza tanto astratta quanto solenne, come in Mesopotamia; o di una caratterizzazione estetica tipica e quasi geroglifica come in Egitto. Il processo di mascheramento delle entità divine in forme sempre più lontane dal primitivo aspetto culminò in Grecia, e da lì si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo; ma un processo analogo avveniva nelle stesse epoche nel Vicino e Medio Oriente e nell’Asia Sudorientale, in tutte le sedi quindi delle civiltà antiche. Col tempo la figura del dio terrificante passò al dio terribile, tremendo ma che soccorre se debitamente onorato con riti opportuni.
Ma in fondo, il fedele di tutte le epoche ha sentito nel profondo della sua emozione religiosa il carico d’angoscia che la figura divina gli ispira, e che la sua coscienza maschera ed esalta come timor di Dio…
Il protagonista del dramma sociale è naturalmente rappresentato dalla vittima offerta o meglio, dell’idea che i sacrificatori si fanno di essa. Colui (o a volte colei) a cui viene tolta la vita perché altri conservino la loro, nell’immaginario di coloro che compiono il rito d’immolazione o assistono ad esso, rappresenta una speranza di salvezza ed un oggetto d’ammirazione e di riconoscenza: egli è colui che con la sua morte salva le loro vite. Divorato dallo Spirito della morte, egli si trasforma in una parte di esso e ne assume l’aspetto potente senza il carattere distruttivo e pericoloso: è lo Spirito del Morto che ha salvato i vivi. E con il quale ci si può identificare divorandolo a nostra volta. Per la mente dell’uomo primitivo, egli diviene ciò che mangia, nel senso che assume il carattere dell’essere che gli fa da cibo. Si diviene coraggiosi divorando il cuore di un leone, e si diventa immortali divorando le carni di un uomo divenuto immortale in quanto “divorato” dallo Spirito della morte attraverso l’atto sacrificale. In questo rito ha assunto egli stesso il carattere dello Spirito potente, l’unico che non è sottoposto al destino di cui è portatore egli stesso: unica entità quindi eterna in un mondo di esseri destinati alla morte.
La vittima sacrificale che diviene divina attraverso la sua morte salvifica, comunica quindi per la mentalità arcaica dei suoi sacrificatori il potere acquisito attraverso il suo corpo divenuto cibo: assumendone le carni si assumono in una tale ottica i caratteri di potenza ed immortalità acquisiti dalla vittima stessa.
Tale è l’orizzonte concettuale su cui si profila la ritualità teofagica, del nutrirsi del dio, ossia della vittima sacrificale divenuta divina all’atto stesso della sua morte salvifica. E le cui carni sono divenute attraverso l’immolazione portatrici di buona sorte per coloro che se ne cibano; e che attraverso un tale atto si pongono in comunicazione con la sfera in cui si situa ora la vittima, divenendo quasi delle copie di essa, assumendone i poteri.
Col tempo l’ostia umana sarà sostituita con la vita di un animale, di cui cibarsi al crudo e poi passandola al fuoco. Ed al divoramento delle carni succederà (lo vicarierà) in ritualità similari quello di specie vegetali: ma il principio concettuale della ritualità teofagica rimarrà necessariamente immutabile nel tempo, sino agli estremi esiti della comunione eucaristica (“di buona grazia”) del rito cristiano, che aduna le specie del Sacrificato nell’ostia di farina di grano che i fedeli cattolici ingurgitano nel rito.





