Home Opinioni UN’ELEGIA PER UN’AMERICA DIMENTICATA

UN’ELEGIA PER UN’AMERICA DIMENTICATA

0

di Paolo Zanotto

Elegia per un’America dimenticata: poetica tragica del trumpismo

Nel cuore ferito degli Appalachi, sui monti brumosi dell’Ohio e del Kentucky, si stende il drappo lacerato di un’America profonda, ancestrale e dolente. Hillbilly Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis, opera autobiografica di James David Vance, è il canto mesto e sincero di un figlio di quella terra che si fa oracolo involontario di una mutazione politica, antropologica e culturale: quella che ha contribuito a dare origine alla cosiddetta “Nuova Destra” americana. Questo movimento, nelle sue molteplici declinazioni trova nelle pagine del libro non tanto una teorizzazione sistematica, quanto piuttosto un sottofondo esistenziale, una trama emotiva e simbolica che ne costituisce il retroterra spirituale.

Nel crepuscolo dell’impero americano, fra le distese boschive degli abeti dell’Appalachia velate di una suggestiva foschia dai riflessi bluastri e i sobborghi disillusi dell’Ohio industriale, dunque, Hillbilly Elegy si erge come un’elegia morale, antropologica e metafisica: il racconto sincero e sofferto di un’anima collettiva in rovina e, al contempo, il frammento lirico di un’ideologia emergente che avrebbe trovato il suo vertice in Donald J. Trump. Non si tratta di un saggio politico in senso stretto, bensì di un Bildungsroman americano, un poema elegiaco che disvela le fondamenta simboliche del trumpismo.

La crisi come genesi: le radici antropologiche della Nuova Destra

J.D. Vance narra la propria ascesa da una condizione di disgregazione familiare e abbrutimento socioeconomico verso l’autoaffermazione borghese, forgiata attraverso l’esercito, l’istruzione e una disciplina quasi stoica. Sotto questa traiettoria individuale, tuttavia, si cela la condizione di una classe intera – la white working class post-industriale – travolta dal crollo delle grandi narrazioni moderniste: la fiducia nel progresso, la stabilità del lavoro, la sacralità della famiglia, il senso di comunità. È in questo vuoto, dove un tempo vigevano le certezze del Fordismo e del patriarcato rurale, che attecchisce l’immaginario della Nuova Destra. Essa si presenta come reazione immunitaria ad un mondo percepito come usurpatore: la Sinistra liberal, i media delle coste, il cosmopolitismo globalista.

Vance non usa i toni dell’ideologo. Eppure, nella sua opera risuona, come una nota sotterranea, l’accusa morale e culturale rivolta a un’élite ritenuta cieca e condiscendente, incapace di scorgere l’anima dolente della provincia americana. È qui che l’elegia personale diviene manifestazione di un éthos politico: la convinzione che l’ordine naturale sia stato violato e che sia necessario un ritorno all’“antico”, non tanto in senso storico, quanto archetipico.

Il nichilismo iconoclasta della Alt-Right

L’anima più iconoclasta della Nuova Destra è rappresentata dalla Alt-Right, che non si accontenta di restaurare l’ordine, ma intende incendiare le fondamenta del liberalismo stesso. Se Vance non si inscrive esplicitamente in tale corrente, il suo ritratto della working class bianca decaduta viene sovente citato – con o senza il suo consenso – dagli intellettuali della Alt-Right per corroborare l’idea che esista un “popolo” oppresso da una tirannia tecnocratica e multiculturale. Questo ambiente politico si nutre abbondantemente del risentimento che trapela dalle pagine del libro: il senso di abbandono, l’angoscia esistenziale, l’erosione della virilità, la dissoluzione della famiglia.

In questa specifica corrente di pensiero, la nostalgia si trasfigura in rivolta; la tradizione, in arma; la memoria, in feticcio identitario. La Alt-Right è un prodotto della postmodernità che odia la postmodernità: è il nichilismo mascherato da reazione, l’estetizzazione della politica attraverso i meme, la risacralizzazione della tribù bianca in forma post-ideologica. La sua retorica è quella del blood and soil aggiornato per il cyberspazio. In tale contesto, la figura del hillbilly, ossia del “montanaro”, viene sacralizzata quale vittima sacrificale del progresso, eroe decaduto della modernità liberale.

La restaurazione del sacro

Se l’Alt-Right rappresenta il grido di rivolta, il teoconservatorismo, in quanto branca della Nuova Destra religiosa, incarna invece la nostalgia dell’ordine perduto, la volontà di restaurazione del sacro nell’agorà pubblica. J.D. Vance, che nella sua maturazione ha accostato la propria identità a forme di cristianesimo tradizionale, si fa portavoce di una sensibilità theocon nel momento in cui afferma che la crisi della sua famiglia non fosse soltanto economica o politica, ma spirituale.

Nel suo mondo d’origine, l’autorità paterna è assente, il matrimonio è infranto, la disciplina si sgretola. In tale scenario, la religione non è mero conforto, ma principio ordinatore, architrave metafisico della vita quotidiana. Il teoconservatorismo postula la necessità di fondare la pólis su una visione trascendente dell’uomo e della comunità, contro l’individualismo atomistico e il relativismo morale. L’opera di Vance, senza pomposi proclami, rende visibile questa esigenza attraverso l’esperienza vissuta: l’ordine morale è l’unica ancora nella tempesta del declino.

La memoria come fondamento

Il paleoconservatorismo rappresenta la dimensione più intellettuale, più classica e radicata nel pensiero tradizionale della Nuova Destra. Vi convergono i temi del federalismo jeffersoniano, del protezionismo economico, dell’identità etnoculturale anglosassone, della sovranità locale. In Hillbilly Elegy, anche queste istanze non sono teorizzate, ma traspaiono chiaramente nel racconto della microcosmica identità montanara, nella fedeltà al suolo natìo, nel sospetto verso il potere federale e le sue burocrazie.

L’etica paleoconservatrice è quella dell’onore, del radicamento, del limite. Essa rifugge tanto il cosmopolitismo delle élites quanto il livellamento egualitario della Sinistra progressista. In Vance, questa visione si esprime nella figura del nonno, che incarna la rudezza virile, l’orgoglio del lavoro, il senso ancestrale della responsabilità familiare: un uomo antico in un mondo che ha smarrito il significato del “sacrificio”.

Sacralità e autorità nella battaglia culturale

Il Conservatorismo Evangelicale, incarnato da figure come Jerry Falwell, James Dobson e Franklin Graham, rappresenta invece la dimensione propriamente sacrale della Nuova Destra: una visione del mondo in cui la decadenza morale dell’America appare il frutto dell’allontanamento dalla Biblical Truth e dalla centralità della famiglia tradizionale. Sebbene Vance non provenga da un milieu pienamente evangelico, la sua opera pulsa di nostalgia per un éthos ordinato secondo la legge divina: le figure del padre assente, della madre tossicodipendente, della famiglia disgregata diventano per il lettore evangelico simboli evidenti della “guerra spirituale” in atto contro i valori tradizionali.

Il linguaggio della redenzione e del peccato è centrale nella retorica evangelical: Falwell parlava di moral majority come classe salvifica, Dobson invocava l’educazione domestica come resistenza spirituale, mentre Graham Jr. ha elevato Trump a “strumento imperfetto della Provvidenza”. In quest’ottica, Hillbilly Elegy si legge come un lamento per la perdita della Grazia, e J.D. Vance viene percepito come il Prodigal Son tornato dall’inferno del liberalismo post-cristiano per ammonire il suo popolo.

Ordine, sovranità e identità

Fra le nuove articolazioni teoriche della Destra post-liberale, il National Conservatism di Yoram Hazony, Josh Hawley e Tucker Carlson si pone come una rifondazione metafisica della nazione intesa quale comunità morale, etnica e religiosa. Hazony, nel suo manifesto The Virtue of Nationalism, afferma esplicitamente che l’unico ordine legittimo è quello che si radica nella tradizione storica di un popolo, nella sua lingua, nella sua religione e nel suo diritto consuetudinario. Vance, pur non essendo un teorico, diviene figura simbolica di questa visione: la sua ascesa è letta come l’esempio di ciò che è possibile quando l’individuo è radicato nella comunità e nella disciplina. Josh Hawley parla apertamente di “decadenza delle élite” e “crisi della virilità”: la medesima crisi che Vance descrive nei giovani uomini della Rust Belt, disoccupati, alienati, impotenti.

Tucker Carlson, forse il più brillante divulgatore del nazional-conservatorismo, ha fatto di Hillbilly Elegy un testo totemico, utilizzandolo per giustificare la sua denuncia contro le politiche economiche globaliste, la profonda decadenza morale delle città liberal, e la crisi di legittimità dell’establishment. Il populismo di Carlson si veste dei panni del profeta indignato, ma con l’astuzia del sofista greco: sa che la battaglia è innanzitutto semantica, mitopoietica.

Il trumpismo come archetipo del redentore populista

È nel populismo conservatore o nazional-populismo, tuttavia, che tutte queste anime si condensano in una sintesi tellurica e carismatica. Donald Trump, con l’aiuto di Steve Bannon e successivamente dello stesso J.D. Vance (divenuto senatore e convinto sostenitore del trumpismo), ha infatti trasformato il malessere della working class bianca in un compiuto movimento politico identitario, anti-intellettuale e profondamente intuitivo. Non una classica “dottrina”, dunque, ma una vera e propria forma di vita. Il populismo conservatore si fonda su tre pilastri: 1) sovranità popolare e anti-elitismo, dove il popolo, visto come incarnazione della verità naturale, si oppone all’élite cosmopolita e tecnocratica che ne ha tradito gli interessi; 2) identità culturale ed etnica, che interpreta la nazione come démos omogeneo, erede della civiltà giudaico-cristiana occidentale; 3) sacralizzazione del leader, per cui Trump si fa quasi figura messianica, araldo del riscatto, imprenditore guerriero che ha il coraggio di dire ciò che tutti pensano ma nessuno osa proclamare ad alta voce.

In simile prospettiva, Hillbilly Elegy funge da vangelo dell’America perduta e Vance stesso si converte in una parabola vivente del riscatto tramite l’adesione a un ordine severo ma giusto. Steve Bannon, d’altronde, architetto della “rivoluzione populista”, ha più volte sottolineato come la crisi antropologica narrata da Vance costituisca il vero humus del Trump Movement: non ideologia, ma identità, non progetto, ma destino.

Riflessioni conclusive: verso un’epica della resistenza identitaria

Hillbilly Elegy non rappresenta soltanto il racconto di una vita, ma l’espressione lirica di un popolo in cerca di se stesso. La Nuova Destra americana ha fatto di questa elegia il proprio mito fondatore, il proprio roman national. Nelle mani dell’Alt-Right è divenuta simbolo di rivolta contro il cosmopolitismo, per i theocon una testimonianza di caduta e redenzione, per i paleoconservatives un appello al ritorno alle radici, per i nazional-conservatori una prova della necessità di sovranità e comunità, per i populisti una giustificazione ontologica della leadership carismatica.

Il titolo dell’opera è rivelatore: l’elegia è il canto funebre per ciò che è perduto, ma anche la voce della memoria che si fa presenza. In essa si cristallizza il cuore segreto della Nuova Destra: non un programma politico, bensì un trauma culturale, non una dottrina, ma una ferita aperta. J.D. Vance, forse suo malgrado, ha fornito il vocabolario emozionale con cui questa composita corrente di pensiero ha saputo parlare all’America dimenticata: quella che, fra i rottami della civiltà industriale e la cenere del sogno americano, ancora cerca una patria o, quantomeno, una verità. L’opera di Vance ha dato voce a quell’America che non si rassegna alla morte dell’Occidente, che non intende essere sostituita, che lotta disperatamente per essere ricordata. Ma, come ogni elegia, anche questa contiene in sé un dubbio tragico e lancinante: ciò che si piange può forse risorgere, oppure è destinato a sopravvivere unicamente come spettro, come eco, come illusione?

Forse, in fondo, la Nuova Destra non è che una liturgia laica, un ultimo atto di fede nella possibilità che il passato – lungi dall’essere superato – possa ancora redimere il futuro. E in questa fede, antica come l’epopea americana stessa, risiede il cuore poetico e terribile del nuovo conservatorismo. Laddove la Sinistra postmoderna ha ostentato diritti, veri o presunti, la Nuova Destra ha rammentato doveri e promesso redenzione. Non è affatto scontato, però, che la redenzione giunga davvero. Probabilmente essa si limita ad offrire, nelle tenebre oscure dell’attualità, la luce spettrale della nostalgia. Magari è proprio questo il suo destino più profondo: non rifondare l’ordine, ma custodire l’eco di ciò che fu. È presto per dirlo.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui