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L’ERACLE ALCHEMICO

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di Lavinia Felicioni

L’Eracle “alchemico”: il raggiungimento della coniunctio e l’androginia

La figura di Eracle è spesso ricorrente negli antichi trattati alchemici nella guisa di immagine allegorica oltre che per introdurre ed illustrare la connotazione  “alchemica” delle dodici fatiche o “prove iniziatiche” di Eracle.

Anticamente, l’intera (Grande) Opera sarebbe stata denominata e  descritta come “Fatica d’Ercole”, mentre in altre circostanze precipue e peculiari, ci si riferirebbe alle “Fatiche d’Ercole” come ai “lavori preparatori” antecedenti  all’inizio della vera, (Grande) Opera.

L’alchimia racchiusa nelle dodici fatiche di Eracle è evocata anche nella quindicesima tavola del “Mutus liber”, letteralmente “Libro senza parole” o “Libro Muto”, riconosciuto come un classico della tradizione alchemica del diciassettesimo secolo.

Esso si compone di XV tavole prive di commento scritto, che rappresentano vividamente il processo alchemico, nel suo pieno svolgimento.

 Va inoltre rilevato che, in generale, la presenza e la ricorrenza dell’immagine del “leone”  in molte

raffigurazioni funerarie e sepolcrali e la sua prossimità ad Artemide, “Leonessa delle donne” e patrona del dolce “trapasso”, inducono a pensare che la “mitica” lotta tra Eracle ed il Leone Nemeo presente nel mito originario del semidio nell’ incipit della prima prova, in realtà, altro non rappresenti che una metafora della lotta dell’uomo contro la Morte stessa o forse contro il suo timore di essa.

Dunque la Morte è sconfitta da Eracle e sul corpo del semidio “splendono” finalmente il Sole e la Luna, ad indicare il momento di coronamento: la “coniunctio” cioè la congiunzione alchemica nella quale l’alchimista deve unire fisso e volatile, spirito e materia.

Si tratta della cessazione delle divisioni all’interno dell’anima umana, il ritorno all’equilibrio, la fine del caos e della cecità.

La “scala di Giacobbe”, raffigurata nella tavola sottostante in senso orizzontale, avendo ormai esaurito la sua funzione, si trova posata a terra con Eracle dormiente assiso sulla pelle del leone Nemeo.

In tal modo, il semidio che in  precedenza già nello scambio di abiti con Onfale aveva già raggiunto e conclamato la sua  “androginia”, anche nel “Mutus liber” attesta nuovamente il raggiungimento e la “fusione degli opposti” e la “reintegrazione” delle polarità.

L’esercizio e l’applicazione della forza rappresentano  quindi un incipit ed un passaggio ineludibile allo sviluppo della virtù che racchiude, di per sé, un potente potere “trasmutativo”, elevando la materia bruta cioè “grezza” che si manifesta nella smodata propensione all’aggressività e alla collera, anche se spesso in Eracle tali aspetti sono  permeati e quasi “dignificati” da un grande coraggio, a stati di maggiore e raffinata “padronanza”, fermezza intellettuale e morale.

Il fine ultimo è sempre quello di “spiritualizzare” il nostro passaggio nel transeunte, alleggerendo il più possibile la materia fisica.

È opportuno ricordare che il  lavoro di perfezionamento interiore deve essere eseguito “in vita”,  alla stregua di una  edificazione di un nuovo abitacolo/ tempio interiore: il “corpo di luce”.

Ma torniamo all’alchimia racchiusa nelle dodici fatiche del nostro eroe.

E’ chiamata Nigredo la fase al nero della Grande Opera (Magnum Opus): essa  consiste nel passo iniziale nella creazione della pietra filosofale. Qui avviene sia la “putrefazione” dei bassi istinti primordiali sia la “calcinazione” delle forze inconsce e psichiche.

Albèdo, a seguire, è l’Opera al bianco. In codesta sede avviene la “distillazione”: consiste nella conoscenza e nella affinazione di sé stessi e delle proprie emozioni,  così come nella  purificazione del proprio cuore.

Rubedo è infine l’Opera al rosso. Qui si compie la sublimazione: consiste nella realizzazione finale della pietra filosofale e la trasmutazione dei vili metalli in oro. Il termine latino “rubedo”, traducibile con “rossore”, designa in alchimia l’ultima fase della Grande Opera, quella “al Rosso”, successiva alle fasi della nigredo e dell’albedo: è il compimento finale delle trasmutazioni alchemiche!

Se la Nigredo consiste nella putrefazione e l’Albedo nella distillazione, la Rubedo avviene per sublimazione sotto l’effetto del fuoco, cioè dello Spirito. Quest’ultima fase è simboleggiata da una rosa rossa, da un uovo, dalla fenice oppure da un pellicano che, una volta soppressi i propri piccoli nel momento in cui iniziano a crescere, per riportarli in vita dopo tre giorni di lutto apre il proprio petto con il becco e li asperge con il suo sangue.

Nel contesto della Nigredo, Eracle deve vincere i propri bassi istinti. È questa la ragione per la quale, nelle prime tre prove dovrà strangolare il leone di Nemea, catturare il cinghiale di Erimanto e portare via dall’isola di Creta il toro sacro a Poseidone e da questi donato a Minosse. In questo consiste ciò che gli alchimisti chiamano putrefazione. Sempre in Nigredo, con particolare riferimento alla calcinazione e quindi ai recessi e agli istinti psichici, nell’ambito delle prove che si estendendo, rispettivamente dalla quarta alla sesta, Eracle uccide l’idra di Lerna, caccia e fa strage dei mostruosi uccelli del lago dello Stìnfalo e, infine, dopo averla inseguita per un anno intero, perviene alla cattura della cerva di Cerinea, mitico animale dalle corna d’oro e zoccoli d’argento.

Nella successiva fase della Albedo l’eroe si impegna nelle prove di purificazione del cuore e vince, così, le proprie emozioni: cattura le cavalle antropofaghe di Diomede (settima prova), porta in dono a Admèta, figlio di re Euristeo, il “cinto di Ippolita” (ottava prova) e ripulisce in un solo giorno le putride stalle di Augìa (nona prova). Qui compie la fase della distillazione, cioè della purificazione dell’anima dai metalli.

Occorre ora  soffermarsi brevemente su codeste tre fatiche. Le cavalle antropòfaghe fanno riferimento alla parte “femminile” dell’eroe: orbene, dopo averle domate, il semidio commetterà l’imperdonabile errore di affidarle all’amico Abderis, il quale, non essendo in grado di gestire le irruente equine, soccomberà, venendo ucciso dalle medesime. Non sfugga che Abderis costituisca, sotto l’aspetto alchemico, l’alter ego di Eracle: è la parte dell’eroe che deve morire affinché il semidio possa realizzarsi nella sua completezza!

A seguito della morte di Abderis, Eracle constata il proprio fallimento: sarà costretto a recuperare le cavalle di Diomede per portare a termine la fatica e completarla con successo. Indi, nella fatiche che vede protagoniste le amazzoni, l’eroe si confronta con quattro parti dell’universo femminino: Admeta, che rappresenta la vanità e l’elemento egoista della donna; Hera, simboleggiante la componente femminile in opposizione all’elemento solare; Ippolita, emblema dell’essenza lunare libera e indipendente dalla componente mascolina e, infine, la principessa Esione che rappresenta la “regalità” dell’anima. Non a caso Eracle dovrà accontentare, su ordine di Euristeo, la capricciosa ed egotica figlia Admeta nella finalità di  contrastare l’opposizione di Hera. Giunto al cospetto della donna libera rappresentata da Ippolita, Eracle – non a caso – ignobilmente la ucciderà! Dettaglio non di poco conto che merita grande attenzione: mentre la regina delle amazzoni – invaghitasi del semidio si era offerta di donare spontaneamente a costui il proprio cinto, a seguito delle trame ordite da Hera, Eracle uccide Ippolita, di fatto condannandola per la sua natura indipendente dall’elemento solare e fallendo, pertanto, nel compimento della propria impresa. Tale grave colpa sarà espiata dall’eroe e la prova sarà così superata con successo, per mezzo del salvataggio di Esione, emblema archetipale della “donna-anima” regale: tale salvataggio funge da contrappeso (e, per così dire, da compensazione) alla grave colpa di cui si era macchiato Eracle con l’uccisione della regina delle amazzoni. La nona fatica che vede l’eroe impegnato nelle pulitura, in un solo giorno, delle stalle degli armenti di re Augìa contiene un triplice significato alchemico: i due fiumi, il corso dei quali viene prodigiosamente deviato per pulire subitaneamente le stalle, altro non sono che i due canali energetici, le nadi  Ida e Pingala che interessano un altro importante canale detto Sushmna e  che percorrono il corpo umano dai piedi alla testa e viceversa, lungo la colonna vertebrale e dei quali Eracle fa pieno e corretto uso. In secondo luogo, la pulitura delle stalle è chiara metafora della pulizia interiore dell’anima dell’eroe dalle ultime sporcizie, i “metalli”,  evocando anche la grande opera di mondatura dell’umanità (rappresentata dagli armenti di Augia) operata del semidio.

Per ultimo, nella fase della Rubedo, e quindi della sublimazione, Eracle affronta – come  accennato sopra – i guardiani della soglia: Gerione, Atlante e Cerbero. Qui vengono narrate le ultime tre fatiche dell’eroe e ci troviamo nella fase della vera e propria “iniziazione”. Nella decima prova Eracle, dopo aver costituito e varcato le colonne dello stretto di Gibilterra (le quali, non a caso, ancor oggi vengono chiamate in suo onore “colonne d’Ercole”), navigato nell’oceano Atlantico e giunto alfine nell’isola di Eritea, dopo aver abbattuto il guardiano Gerione conduce a Micene le sue vacche dal simbolico mantello rosso (il precipuo colore della Rubedo). Con l’undicesima fatica il semidio prevale su Atlante, sia utilizzando l’astuzia sia accettando di sopportare al posto del titano – seppure temporaneamente – il peso della volta celeste: si appropria così dei “pomi d’oro” dell’albero del giardino delle Esperidi, simbolo di conoscenza, amore e vita eterna. Infine, nella dodicesima e ultima impresa, ecco il pericolo rappresentato da Cèrbero. Discendendo nell’Ade, Eracle fa “esperienza” della morte psichica per vincerla e rinascere a nuova vita terrena: anche il terribile cane tricefalo posto a guardia degli inferi è domato e l’eroe, ora, è un vero e proprio “iniziato” essendo uscito vittorioso e indenne dalle terribili prove cui è stato sottoposto per ben dodici anni.

Proseguendo nell’analisi alchemica delle fatiche, vi sono altre questioni  da enucleare: secondo una certa narrazione del mito, Eracle uccide un leone all’età di diciotto anni. Ora, diciotto è un numero simbolico formato dal dieci,  perfezione della personalità (nonché richiamo alla tetraktys pitagorica),   sommato all’otto dell’energia cristica (e spirituale in genere di rinascita e resurrezione) e quindi del sé interiore.

C’è poi l’episodio del  matrimonio con Megara e della nascita di tre figli, cioè dell’unione con l’anima che consta di tre aspetti: volontà, amore e mente spirituale: in preda alla follia procuratagli da Hera, il semidio ucciderà metaforicamente la sua anima con i suoi succitati aspetti.

E ancora: come sappiamo viene narrata l’uccisione di Lino, maestro di musica, da parte dell’adolescente eroe. In alchimia ciò significa che il semidio rompe con l’autorità esteriore, per seguire il proprio individuale  percorso. Non si dimentichi, d’altra parte, che anche la figura del Krishna – nella Bhagavad Gita – invita l’eroe Arjuna a fare lo stesso.

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