
di Lucio LEANTE
In questi giorni in Europa molti, troppi, politici ed intellettuali europei, di sinistra, ma anche di centro-destra, sembrano in preda ad un delirio bellicista e militarista non solo anti-putiniano, ma anche antiu-trumpiano. E molti stanno cercando di trarre profitto (e qualcuno forse anche profitti) dal ciclone Trump, per proclamare una nuova emergenza, quella della sicurezza europea, la quale viene utilizzata dai poteri comunitari come pretesto per usurpare poteri degli stati nazionali, usando quello della Commissione di autorizzare la riapertura del rubinettto della spesa pubblica, questa volta quella militare, in deroga al patto di stabilità e crescita dell’UE.
I fatti che autorizzano queste impressioni sono molti e molto singolari.
In primo luogo di sta diffondendo in Europa un clima di emergenza sicurezza, quasi si fosse alla vigilia di un conflitto armato. I governi europei stanno adottano una retorica ed una postura bellicista e militarista in chiave anti-russa (ma anche antiamericana, in veste anti-trumpiana) che stride fortemente con la tradizionale coniugazione dell’ europeismo con il pacifismo. Su queste basi la Commissione UE ha avocato a sé in maniera autocratica poteri decisionali sulla politica di spesa per la sicurezza, la difesa, che finora sono stati riserva degli stati nazionali, senza che uno solo di essi denunciasse e si opponesse al colpo di mano. Quel che è più grave è che a leggere certe risoluzioni sembra che i poteri comunitari siano giunti persino ai limiti di una dichiarazione di stato di guerra (contro la Russia), al di fuori e contro le costituzioni degli stati membri.
“Il reprobo traditore Trump ci ha abbandonato e il nuovo Hitler Putin è alle porte”. Questo il grido di allarme viene martellato di continuo, come un’ansiogena litania, da politici e giornalisti attraverso i giornaloni e le grandi reti televisive europee. “Trump ha scavato una voragine incolmabile tra europei e americani mentre Putin non vede l’ora di assaltare l’Europa” – è la litania di unindecoroso coro mediatico. Sono stati questi i luoghi comuni con cui Ursula von der Leyen è riuscita a vedere approvato il suo piano “Rearm Europe” all’unanimità dai 27 capi di governo dell’Unione senza nemmeno un voto del Parlamento europeo – in quanto “necessario ed urgente”. Chi avesse osato votare contro non si sarebbe sottratto all’accusa (a Bruxelles e in casa) di sacrilegio per avere infranto la santa “unità dell’Europa”. E nessuno, inclusa Giorgia Meloni, che forse avrebbe voluto dissociarsi, ha osato farlo.
Eppure si tratta di un piano molto singolare dove si parla solo di spesa senza uno straccio di programmazione e di obbiettivi politici strategici e militari. Vi si decide una spesa complessiva di ben 800 miliardi in 4 anni per armi, In sostanza ci si limita ad autorizzare gli stati nazionali a spendere per le loro forze armate nazionali irca un 1,5% in più in deficit e al di fuori dei vincoli di bilancio comunitari. Si ha l’impressione di una strana e sospetta frettolosità. Dov’era l’urgenza e la fretta? Nessun chiarimento di trae dalla lettura della bozza del “Libro bianco sulla difesa” dell’UE, che include il Rearm Europe e che raccompanda “acquisti congiunti”, come più “convenienti e di conferire alla Commissione UE la funzione di “organismo centrale di acquisto per loro conto” per un minimo del 35% delle spese. Di obbiettivo e di una strategia per giungere ad un sistema integrato di difesa europea non se ne parla perché non c’è.
E’ tutto molto strano e singolare. L’unica cosa chiara è che il piano Rearm Europe autorizza gli stati a spendere in deficit, mirando tra l’altro a finanziare la riconversione di industrie auto in fabbriche di armi. Agli stati nazionali resta comunque la possibilità di usare quello strumento per aumentare le spese militari, secondo il loro rispetrtivo “spazio fiscale”, cioé secondo i limiti consentiti dai loro debiti pubblici. Per fortuna ciascuno stato potra decidere di spendere quanto ritiene più opportuno. Sembra dimostrarlo il fatto che il ministro dell’Economia italiano Giorgetti sembra avere avuto uno scontro con la premier Meloni proprio su questo punto. Giorgetti ha dichiarato pubblicamente che le nuove spese militari non devono comporfare né tagli ai servizi pubblici n é incrementi significativi del debito. Meloni avrebbe preferito una maggiore discrezione per non compromettere il suo ruolo di cerniera tra l’Europa e gli USA di Donald Trump. Per fortuna al delirio bellicista di sinistra, in nome della lotta a Trump, e alle fughe in avanti riarmiste di Ursula ed alle tendenze ad una spesa pubblica folle, gli Stati nazionali hanno ancora qualche potere di contenimento.





