di Antonio Bettelli
Le guerre vanno evitate e se poi non possono essere eluse allora vanno combattute. Vanno evitate con sagacia, lungimiranza, equilibrio e vanno combattute con risolutezza, tenacia, inflessibilità.
Nulla di questo è stato fatto finora dall’Occidente euro-atlantico nel corso della guerra che si sta combattendo da sedici mesi alle porte orientali del vecchio continente.
Nel contesto del conflitto attuale fra Russia e Ucraina, i Paesi dell’Europa peninsulare (perché in fondo l’Occidente europeo è la grande propaggine del continente caucasico incuneata tra Mare del Nord, Oceano Atlantico e Mar Mediterraneo) hanno culturalmente, moralmente e materialmente animi guerreschi diversi.
Gli inglesi probabilmente la guerra la farebbero, anche con mezzi adeguati a vincerla, ma la razionalità anglosassone suggerisce loro di temporeggiare, ben consapevoli che una discesa in campo oltre a quanto già si stia facendo con il contributo indiretto di assetti militari all’Ucraina sarebbe una mossa azzardata e pericolosa, mentre gli italiani la guerra non la farebbero mai, anche perché non dispongono di mezzi adeguati a non perderla, salvo poi farsi trascinare, con entusiasmi estemporanei per il vincitore di turno, in qualcosa che si rivela immancabilmente più grande di loro.
La guerra andava evitata e forse vi era margine per farlo. In tempi ancora possibilisti rispetto al tragico precipitare degli avvenimenti, le strategie difensive della NATO già risuonavano come una chiamata a raccolta degli alleati di fronte alla minaccia planetaria da parte della Russia. Ripiegato il dispositivo da altri teatri di crisi caratterizzati da tensioni asimmetriche e a bassa intensità, i piani di una difesa su più fronti che supponevano l’esistenza di un nemico al cui confronto la preparazione strategica e tecnico-tattica della Wermacht risultava degna di un marziale gruppo di boy-scout sono stati concertati e scritti dagli alleati.
Oggi è di tutta evidenza che il dispositivo russo non sia minimamente comparabile con la micidiale macchina bellica della Germania nazista (e per fortuna). L’obiettivo del 2 % dei GDP da destinare ai budget della difesa, già sottoscritto al NATO Wales Summit del 2014, è solo la punta dell’ iceberg di un monolite guerresco sommerso, di un poderosa strumento bellico che non trascuri alcun dominio, dallo spazio alla dimensione cibernetica.
Guardando ai dati relativi all’export di forniture militari del’Occidente e alla sommatoria dei budget euroatlantici per la difesa, è inevitabile domandarsi quale nemico sfiderebbe con atteggiamento militare offensivo una simile potenza. Ciononostante, sin dalla prima aggressione russa all’Ucraina e dall’annessione della Crimea, la supponenza euro-atlantica è andata progressivamente crescendo, anche con la non dissimulata compiacenza delle industrie per la difesa che sono attive al di là e al di qua dell’Atlantico nel procurare quanto necessario a combattere, tanto in Europa quanto su altri fronti.
Con una mossa che ancora non riesco a spiegarmi, la Russia ha aggredito l’Ucraina a febbraio dello scorso anno. Oggi è acquisizione certa che l’aspettativa di Mosca era quella di far cadere in poche ore il governo Zelensky, per poi sostituirlo con un regime compiacente, ma il fallimento dell’operazione aeromobile all’aeroporto di Hostemel e la mirabile tenacia dell’aggredito hanno immediatamente rivelato l’inadeguatezza di quel piano.
Per effetto di un’altrettanto determinata tenacia, sul fronte opposto dell’aggressore, una guerra che sarebbe dovuta durare tre giorni è oggi ancora in atto, con l’auspicio, espresso dal perbenismo buonista delle democrazie occidentali, che il conflitto non duri tre o più anni! Qualcuno dice che la guerra russo-ucraina era in corso già da otto anni, dal 2014, e forse questa affermazione è in parte vera, ma i piani all’epoca non erano ancora pronti, i pretesti per aggradire Kiev erano ancora immaturi e la NATO era ancora protesa in Afghanistan e nelle terre curdo-siriane-irachene occupate dal califfato islamico. Insomma, si doveva aspettare.
Il gioco subdolo delle diplomazie compiacenti alla volontà del potente egemone o aspirante tale, su entrambi i fronti, hanno lentamente intessuto la trama dell’inevitabile. A cose fatte, fermare ora la guerra è difficile. Per non combatterla, non avendo saputo evitarla, giova forse allora comprimerla ancora una volta in uno spazio limitato, uno spazio che non infastidisca più di quanto facciano altri conflitti più o meno cruenti in giro per il mondo.




