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IL VUOTO POLITICO, FIGLIO DELLA MANCANZA MODELLI E STRATEGIE

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di Antonio Foccillo

Quanto vuoto di analisi, di proposta e di confronto, oggi esiste nel dibattito politico, anche perché nell’attuale sistema bipolare manca la contrapposizione di modelli e strategie che dovrebbe essere normale nel gioco democratico.

Questo è dovuto essenzialmente all’inconsistenza dell’opposizione, ma anche all’assordante silenzio degli intellettuali.

Non si può dire, come qualcuno sostiene a sua difesa, che ci troviamo di fronte a un nuovo modello di società, piuttosto si dovrebbe analizzare quali sono state le ragioni che – attenzione – ci hanno indotto a pensarlo e come cambiare.

Se poi si analizza fino in fondo il processo che si è determinato ci si accorge che la società, le persone e, soprattutto, i loro bisogni sono rimasti sempre gli stessi da anni e anni.

Non siamo, quindi, di fronte a una società nuova ma semmai dinanzi a un processo filo economico-finanziario divenuto vincitore, che è entrato nelle menti delle persone e delle Istituzioni che li rappresentano.

Il cambiamento, a dire il vero, si può cogliere nei valori o meglio nel mutamento di quelle priorità che avevano permeato le Costituzioni europee del dopo guerra nei loro diritti fondamentali di solidarietà, inclusione ed emancipazione sociale.

Oggi, purtroppo, la finanza ha imposto una rapidità di decisioni che hanno travolto la sovranità degli Stati, le loro regole costituzionali e la democrazia.

Senonché, detta così, questa rapidità è diventata, mera accettazione di quello che viene deciso da pochi che, il più delle volte, non hanno alcuna legittimazione democratica, consegnata loro dai soggetti su cui ricadono quelle scelte.

Esempi ce ne sono a bizzeffe, più o meno conosciuti, più o meno limpidi.

Chiaro come il sole, tra questi, è il processo che l’Unione Europea ha intrapreso negli ultimi decenni. Si è deciso difatti di far prevalere le ragioni “mercatorie” della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali su tutto e tutti, finanche spingendo e legittimando fenomeni sempre più diffusi di dumping sociale che hanno affievolito i diritti e le tutele dei mercati del lavoro nazionali.

In questo contesto, credo che il peccato originale si sia scontato nell’aver sovvertito un cammino d’integrazione europea che mirava a dare un senso compiuto alla cittadinanza europea, portando i cittadini degli Stati membri a riconoscersi in qualcosa di più grande che mano a mano si andava costruendo.

Le ragioni di mercato, anche a livello europeo hanno avuto la meglio sulle ragioni dei diritti sociali e quel bilanciamento delle une con le altre si è smarrito nei meandri di qui nuovi valori – a mio modo di vedere le cose, li definirei “disvalori” – quali: efficienza, competitività, concorrenza, il tutto per raggiungere il “profitto”!

Cosa sottacciono però questi mantra? Mi vien da pensare subito alla competizione, a una gara tra singoli cieca di fronte alle esigenze dell’altro che rappresenta solo un nemico, un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi. E quindi individualismo, in barba alla solidarietà, alla tolleranza, alla fratellanza e soprattutto all’inclusione.

In sostanza, uno contro tutti!

Ecco che così si è palesato negli anni un arretramento progressivo di un po’ tutte le forme di socialità. Il tutto sospinto dalla diffusione virale dei social che, per loro stessa natura, non solo hanno cambiato i modi della comunicazione riducendola a un post, a un tweet o una foto, ma hanno eretto un muro tra quelli che ne sono i protagonisti: le persone.

È scontato che lo strumento informatico frapponga un filtro al confronto con l’interlocutore cui ci si rivolge e più si va avanti con le generazioni più il dialogo faccia a faccia diventa complicato, non fisiologico, quasi una novità.

Esprimersi liberamente davanti all’altro diventa un esporsi al pericolo di giudizio mal accettato o di un difficile confronto con un’opinione diversa, che non ci si vuole sforzare di comprendere.

La comprensione dell’altro e la mediazione degli interessi, in qualità di membri di una stessa comunità, rappresentava un forte momento di crescita che, invece, oggi si è smarrito in un abbandono all’apatia delle coscienze.

L’aggregazione tra persone, ormai, si limita ai soli fini ludici, altrimenti vi è la sua distorsione nel mondo virtuale. Seppur è vero che gli strumenti informatici hanno reso possibili comunicazioni da un capo all’altro del mondo prima inimmaginabili e potenzialmente gratuite, il contraltare è stato che questo sistema è degenerato in un incontro di una miriade singoli soli davanti a una tastiera.

Questa individualità non porta se non alla solitudine, al disinteresse per una visione generale, all’odio verso l’altro che è diverso.

Eppure la storia ci ha dimostrato come solo la coscienza “comune” fosse in grado di raggiungere grandi obiettivi in termini di benessere socio economico per tutti i consociati.

L’individualismo genera abbandono e l’abbandonarsi a se stessi, senza mirare lo sguardo verso una prospettiva che emancipi gradualmente l’altro, quanto se stessi, non produce di certo risultati positivi nemmeno per il singolo, anzi.

Di fatti il paradigma della concorrenza è stato il padre semmai delle aste al ribasso, uno su tutti: “posso produrre quanto Tizio percependo un salario inferiore”.

Quella che prima era la lotta di classe, oggi è diventata una lotta tra poveri di cui se ne avvantaggiano solo i grandi centri di interesse economico finanziari mondiali.

Come per la J.P. Morgan quelle Costituzioni rappresentavano un modello anacronistico, per tutta la dottrina neoliberale quelli che costituiscono i c.d. corpi intermedi raffiguravano una spina nel fianco e per questo mano a mano vi è stato un continuo attacco a tutto ciò che era in grado di mettere insieme le persone facendole fermare a ragionare, dialogare, confrontarsi e a raggiungere mediazioni che guardassero al futuro e non all’immediato.

È innegabile che questa offensiva ha sortito i suoi effetti e l’ha fatto in primo luogo riducendo drasticamente il perimetro dello Stato e del suo ruolo di garante dell’equilibrio e del benessere dei suoi consociati.

La competizione esasperata ha allontanato le persone e ha peggiorato la vita di tutti i giorni, solo insieme, fianco a fianco, è possibile trovare le risposte allo stato di bisogno della nostra collettività.

In questi ultimi decenni il neo liberismo ha deregolarizzato l’intero sistema socio-economico.  E una sorta di recrudescenza ostracistica, ha investito partiti, istituzioni e anche personaggi singoli.

Si è tratta di un qualunquismo esasperato, che si cela dietro grida iconoclastiche e allarmistiche, del quale sono espressione alcune autorevoli figure che hanno padronanza dei mezzi d’informazione e della politica del Paese.

Vi è questa riviviscenza distorta della pratica dell’ostracismo, un’autocompiacenza nel sentirsi tutori di una pretesa morale pubblica che da altri sarebbe stata dimenticata.

Per cui ecco l’abuso falsamente ingenuo di importanti canali di pensiero della  società, attraverso i quali si offre una generalizzazione di tutto e di tutti e di conseguenza si crea sfiducia in tutti e in tutto.

Credo che sia fondamentale, proprio per sviluppare il contenuto di democrazia della società, che la critica, il confronto e quindi la conoscenza vengano affrancati da quelli accenti così massimalistici e manichei che ci ricordano lontane epoche di inquisizione, dove chi esercitava il dominio della conoscenza, ben poco giudicava giudicandosi, ma piuttosto perpetrava un’intolleranza che aveva le vesti della soppressione del vero.

La inconsistenza della politica ha influito sui governi e sulle scelte economiche. Scelte tutte regressive e penalizzanti per i lavoratori e i cittadini che non hanno certo dato una mano a risolvere le questioni sociali e con discutibili interventi, in qualche caso addirittura con decisioni simili a un colpo di stato, hanno sostituito la politica rimasta con tecnici e governi eletti con persone dell’establishment economico.

Economisti che vantavano la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia e la politica di austerity come le uniche panacee per rilanciare l’economia.

E allora si sono determinate condizioni di crisi profonda; destabilizzazione del lavoro a tempo determinato; licenziamenti e interventi economici assurdi, come l’inserimento del fiscal compact nella Costituzione, oppure i tagli allo stato sociale che hanno allargato di più la povertà in Italia.

Gli Stati hanno consegnato la loro sovranità economica a istituzioni sovrannazionali non democratiche, le quali hanno ben deciso di svuotare tutte quelle scelte intraprese nella seconda metà del secolo scorso che avevano rilanciato la qualità del lavoro, i diritti civili e democratici, e il benessere dei cittadini.

È seguito così un taglio incessante e continuo ai servizi offerti alla comunità, che non ha fatto altro che aumentare le diseguaglianze e allontanare sempre più gli individui gli uni dagli altri.

Come a livello sovrannazionale la politica è uscita perdente, stessa cosa è accaduta nel nostro Paese, dove mano a mano le strutture di partito si sono sempre più scollate dai loro rappresentati.

In sostanza, siamo rimasti soli e più deboli!

Ma se lo Stato è arretrato, se la Politica potremmo dire che purtroppo ha fallito, tanti altri corpi intermedi, tante diverse forme di associazionismo hanno resistito e sono ancora qui dalla parte delle persone.

E mi viene da pensare che se sono ancora qui forse non hanno tutte le ragioni quelli che tentano di inculcarci i dogmi della velocità delle decisioni, perché proprio quando si sono rinnegati questi metodi e strumenti democratici che reggevano fin dal primo novecento, si è dichiarata la propria resa.

L’esserci chiusi in noi stessi ci ha portato ad avere paura di chiunque sia minimamente diverso dal nostro bagaglio di esperienze e non a vedere la diversità in un valore di crescita e arricchimento di quel bagaglio che ci portiamo dietro.

Sì paura di esser soli, lasciati al proprio destino. Cosa che non appartiene in alcun modo a tutte quelle strutture associazioniste che fanno del senso di comunione, solidarietà e inclusione nel rispetto dell’altro un loro punto di forza.

La società che ci stanno imponendo potrà esser pur veloce ma demolisce non costruisce, separa non include, impaurisce non rassicura.

Le persone, ancora oggi, sentono la voglia di riconoscerci per sentirsi parte di un qualcosa di più grande e che abbia come orizzonte il benessere comune, da raggiungere insieme.

Per queste evidenze, mi sento di dire che dovremmo ripartire proprio dal senso dello stare insieme per il bene comune e dall’idea di uno Stato inteso come comunità inclusiva, tollerante e solidale, vicina a chi è più in difficoltà.

Senonché per farlo abbiamo bisogno di strumenti democratici che ricreino una coscienza comune e che mettano al centro la persona. Per questo, bisogna puntare sui giovani e su nuove rappresentanze valoriali, attraverso il rilancio della formazione politica.

Siamo in grado di ricostruire questo processo partecipativo e democratico? Questa è la sfida del nuovo millennio!

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  • Redazione

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