di Marco Pugliese
Il crollo della Ue è inevitabile, due strade: ricompattarsi come CEE, navigare a vista solo all’interno della NATO
L’Italia, il Paese che voleva farsi locomotiva dell’Europa e si è ritrovato vagone quasi di di coda della globalizzazione. Vent’anni di disastri non sono facili da nascondere: produzione in calo, salari fermi, un PIL che sembra incapace di trovare una direzione. Ma il punto è sempre quello: i salari si alzano solo se cresce la produttività, e la produttività cresce se c’è una domanda interna solida, fatta di investimenti pubblici e privati e di consumi. La globalizzazione, che doveva aprirci al mondo, qui ha fatto il contrario: ha impoverito il tessuto produttivo, portando delocalizzazioni, precarietà e una crescita di basso livello, oltre ad una diminuzione dei diritti sul lavoro, oltre a scarso potere d’acquisto e famiglie impoverite. Tiene solo il patrimonio privato, gli italiani riesco a risparmiare, nonostante le troppe scelte europee a sfavore del nostro sistema economico. Dalle case fino all’obbligo di privatizzare.
Il rimedio c’è, ma bisogna avere il coraggio di guardare indietro per andare avanti. Servirebbe un ritorno ad un’economia mista, con un settore pubblico capace di indirizzare lo sviluppo: investimenti strategici, interventi mirati per rilanciare grandi imprese nazionali come Eni, Leonardo, Fincantieri, e un sistema di piccole e medie imprese che non sia lasciato al caso ma organizzato in reti efficienti e competitive. Una nuova Iri, un ministero dedicato all’industria e forse più coraggio.
La Cassa Depositi e Prestiti, per esempio, deve smettere di fare solo il banchiere e tornare a essere il motore di sviluppo territoriale, come lo era un tempo. Serve una politica industriale, e non quella fatta di slogan, ma quella che si sporca le mani per ricostruire filiere produttive capaci di creare valore. In passato, l’Italia eccelleva proprio in questo: reti d’impresa pensate per l’esportazione, ma solide e radicate sul territorio.
Oggi dobbiamo recuperare quella visione, smettere di subire la globalizzazione e trovare una nostra strada, costruita su qualità e innovazione. Altrimenti resteremo fermi, a guardare gli altri (extra Ue) che avanzano, con i nostri salari bassi e una produttività che continua a segnare il passo (nonostante le sbornie dei bonus).
Come OpenIndustria proviamo a creare una nuova narrazione, che porti una visione concreta e pronta all’uso quando avverrà il collasso del sistema europeo, perché è altamente probabile che arriverà e non sarà colpa dei Musk, ma della governance europea che dal 2011 ha di fatto rinunciato alla produttività.
Alla fine degli anni ’60, grazie ad una visione politica espansionista ed inclusiva, l’Iri portò il Paese ad essere la 5° potenza economica mondiale.
Oggi? Intanto bisogna riprendere in mano qualche libro di storia…




