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DANTE E LA SUA CONCEZIONE TOTALIZZANTE E GERARCHICA

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di Dario Sardo

LA GLORIA DI COLUI CHE TUTTO MOVE
PER L’UNIVERSO PENETRA E RISPLENDE
IN UNA PARTE PIU’ E MENO ALTROVE
 
Dante non è egualitario.
La poetica e le opere di Dante si fondano e traggono alimento da una concezione totalizzante (universalismo enciclopedico) e di ordine gerarchico
del sapere (integralismo teocentrico) che sono ai nostri occhi le caratteristiche più evidenti, poichè spiccano per la loro dissonanza rispetto la nostra, della cultura del Trecento.
La classificazione dei saperi secondo un ordine gerarchico piramidale il cui vertice è rappresentato da Dio (la filosofia è solo “ancella” della teologia e quindi ad essa subalterna in questa concezione teocentrica), la sua divisione in ordine di rigida successione gerarchica delle arti liberali (del trivio e del quadrivio) ci dice insomma che tutto in Dante è gerarchico. Né potrebbe essere altrimenti, se consideriamo gli auctores cui egli attinge in ambito teologico.
Tutto in Dante è gerarchico: gerarchico è il criterio classificatorio dei peccati nell’Inferno, la loro localizzazione in cerchi di crescente avvicinamento al centro della terra e quindi di gravità, gerarchica è la relativa legge del contrappasso come gerarchica è la struttura del Purgatorio e dello stesso Paradiso, seppure in modo non così appariscente, il luogo senza tempo e senza spazio, che dovrebbe esserne del tutto immune da qualsiasi trattamento differenziato rivolto ai propri “ospiti” che certo se lo sono conquistato meritatamente, seppure con varie e differenti qualità/quantità di merito.
Sì, perché anche qui, nel Paradiso, troviamo il “bilancino” con cui misurare, anche nel Paradiso vi è la “gradatio” del merito.
Anzi, anche il “giardino” (Paradeisos significa giardino), si rivela essere una “coelestis hierarchia”: gerarchico è il passaggio del “testimone” e delle consegne di guida da Beatrice a San Bernardo poiché gerarchico è il “salto” necessario a passare dalla teologia rivelata (Beatrice) alla visione mistica (San Bernardo) resa possibile dall’intercessione della Grazia (la vergine Maria), gerarchica è la divisione in sfere ed ordini delle creature angeliche (Troni, Cherubini., Serafini, ecco la classificazione degli angeli).
Insomma, diciamolo chiaramente, per noi il concetto di gerarchia evoca una prassi molto poco “democratica” nella sostanza, se non addirittura, per dirla con brutale franchezza, una diseguaglianza, nella sostanza dura a digerire, specie se riferita al luogo principe in cui si realizza felicità, il Paradiso, il non luogo dove, per antonomasia, dovrebbe essere bandita ogni qualsivoglia differenza.
Non così per Dante.
Sforziamoci allora di capire.
LA GLORIA DI COLUI CHE TUTTO MOVE
PER L’UNIVERSO PENETRA E RISPLENDE
IN UNA PARTE PIU’ E MENO ALTROVE.
E’ la terzina incipitaria del Paradiso, scolasticamente da imparare a memoria ai miei tempi, un inno trionfalistico alla gloria del nome di Dio dove risuona tutta la tradizione della preghiera cristiana, la sua forza salvifica, un inno all’Universo creato dal quel Dio che ne rende possibile il suo totale movimento, la cui gloria penetra però in esso (il vocabolo si carica fortemente di ascendenze bibliche ma non va inteso solo come “potenza”, “magnificenza” ma altresì come “luce divina” come ci dice lo stesso Dante nell’epistola dedicatoria a Cangrande della Scala):
penetra però in esso “in una parte più e meno altrove”.
Ed eccoci di fronte a questo distico di abissale omissione esplicativa.
Sì, perché Dante, con questa macroscopica reticenza che sarà colmata, come “atto dovuto” nella citata lettera dedicatoria della cantica al suo benefattore di Verona, di fatto ci destabilizza completamente: come può la gloria, cioè la luce di Dio, illuminare e diffondersi sulle sue creature in modo diseguale, vale a dire cioè “in una parte più e meno altrove”?
Non sono dunque tutte le creature di Dio meritevoli della stessa luce?
Nell’epistola citata (EP XIII, 64) Dante spiega che la luce “penetrat , quantum ad essentiam , reslendet quantum ad esse” cioè penetra quanto all’essenza e risplende
quanto all’essere, e di seguito“ poiché vediamo un’essenza in un grado più eccellente e un’altra in uno inferiore come ciò risulta chiaro del cielo e degli elementi, dei quali quello è incorruttibile e questi corruttibile”.
Quindi il lume divino, la gloria di Dio, risplende “in una parte più e meno altrove” secondo la maggiore o minore capacità di ciascuna cosa di accoglierlo.
Questo è il principio di etica meritocratica che regola, qui e altrove, la teologia della luce , “alta luce che da sé è vera”, che sottende tutto il Paradiso.
Il grado di luce che l’uomo riceve da Dio coincide con un principio di meritocrazia dello spirito che adegua una legge di sostanziale giustizia semplificabile (ma non banalizzabile) con la formula del “a ciascuno il suo” a seconda della giusta potenza di ciascuna creatura a ricevere , che corrisponde allo “in una parte più e meno altrove” del fatidico incipit.
La giustizia meritocratica ( “Giustizia mosse il mio alto fattore”) è lo statuto ontologico, unitamente con l’amore, della Commedia, la legge “ magis minusque” del più e del meno ne regola la “gradatio”, il “più e il meno” sono la misura particolare (“sicut a propria proportione”, Dionigi Areopagita, De coelesti hierarchia, II 3-5 della luce e di partecipazione ad essa, secondo che ciascuno ne sia capace in relazione alla sua particolare misura di merito.
Dante dunque non è egualitario.
Non può esserlo.
Se, per analogia, sostituiamo il concetto di gloria/luce divina con quello di poesia/bellezza /trascendenza applichiamo lo stesso schema meritocratico riferito alla nostra possibilità di ricevere e di fruire di tale poesia e bellezza.
La poesia di Dante è un dono, forse “l’ultimo miracolo della poesia” secondo Montale.
In quanto dono essa richiede che chi la riceve ne sia degno.
La luce di questo dono splende per tutti, ma penetra e risplende in noi in modo diseguale poiché c’è sempre un “più” e un “meno”.
Che varia a seconda del nostro grado di merito .
Il merito ha una valenza etica, non segna differenze culturali o sociali, esso varia e si accresce con la nostra voglia di conoscenza , con il desiderio di andare oltre le stelle (desiderio, da “de sidera”), di scavare oltre la superficie, di andare oltre la realtà, anche se “trasumanar per verba non si poria”.
La misura meritocratica coniuga la nostra ricerca di infinito.
Perché Dante siamo noi.

Autore

  • Redazione

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