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LUCE DA LUCE

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di Saul Tonazot

Introduzione

Certe parole sono intimamente legate fra loro, anche se i più lo ignorano. Il comprenderne il significato recondito dischiude mondi altrimenti celati. È il caso, ad esempio, dei termini luce (lux), occhio (lýchnos), guardare (lok, da cui l’inglese to look). Pertanto, il guardare la luce con gli occhi si rivela un’azione “magica”. Lo si fa, ad esempio, osservando la fiamma di una candela che arde. La stessa candela deriva il proprio nome dal latino candēre, che significa “esser bianco, splendere”, per la cera di cui sono composte ma soprattutto per la luce che emanano.

La meditazione sulla candela (o meditazione sulla fiamma) è una pratica universale che, declinata in differenti modi, è presente in diverse tradizioni esoteriche e spirituali, spesso adattata ai contesti e agli scopi specifici di ogni percorso. Essa si basa sull’utilizzo del fuoco, in particolare della fiamma di una candela, come oggetto di raccoglimento e introspezione. Gli obiettivi del rituale consistono nella concentrazione mentale, attraverso cui si rafforza la capacità di mantenere l’attenzione su un singolo punto; la chiarezza spirituale, favorendo il lavoro interiore ed il contatto con il sé più profondo; la purificazione energetica, con la trasformazione simbolica tramite la fiamma di pensieri ed emozioni negative in energia pura; l’accesso a stati superiori di coscienza, riflettendo un concetto archetipico di “illuminazione”.

La luce nella tradizione

La meditazione sulla candela, ad esempio, è parte integrante del Trataka, una delle sei tecniche di purificazione (Shatkarma) descritte nei testi dello Hatha Yoga, dove è considerata una pratica preparatoria per stati meditativi più profondi, il cui scopo consiste nello stabilizzare la mente attraverso la concentrazione su un punto fisso (come la fiamma) per sviluppare la concentrazione (dharana) e attivare la visione interiore.

Nel Buddhismo tibetano, la luce della candela rappresenta un’offerta simbolica agli esseri illuminati e agli insegnamenti del Dharma e la concentrazione sulla sua fiamma è praticata per rafforzare la consapevolezza e favorire il passaggio dalla mente ordinaria a stati meditativi profondi, come il Rigpa (consapevolezza pura).

In alcune correnti della Qabbalah, si considera la meditazione sulla fiamma un mezzo per sintonizzarsi con le emanazioni divine e sviluppare consapevolezza spirituale, per cui la candela viene usata come simbolo per riflettere sulle Sephirot e la sua tripartizione in base, corpo, e punta può rappresentare i tre pilastri dell’Albero della Vita (Etz HaChayim).

In alchimia, la fiamma rappresenta il processo di “calcinazione”, un passaggio essenziale nella trasformazione dell’anima attraverso la purificazione delle scorie mentali ed emotive, pertanto la meditazione sulla candela è vista come una forma simbolica di introspezione per accendere la “luce interiore”.

In determinati contesti dell’ascetismo cristiano la fiamma è simbolo della presenza divina e dello Spirito Santo e presso alcuni ordini monastici la meditazione sulla candela viene utilizzata come pratica contemplativa per avvicinarsi a Dio e rinnovare l’anima nella luce del Cristo.

Nell’ambito dello gnosticismo la luce diviene metafora della Gnosi (conoscenza salvifica), che guida l’anima attraverso l’oscurità dell’ignoranza. La concentrazione su una fiamma è usata per contemplare il legame fra lo spirito individuale (scintilla divina) e la Luce Pleromatica (la pienezza del divino).

Nelle scuole ermetiche e rosacrociane, la luce della candela rappresenta la conoscenza divina, l’illuminazione spirituale ed il legame fra il microcosmo (l’essere umano) e il macrocosmo (l’universo), per cui la meditazione sulla fiamma viene utilizzata come esercizio di purificazione mentale e come introduzione alle pratiche di visualizzazione e contatto con l’intelletto divino (nous).

Nelle tradizioni neopagane, la fiamma risulta naturalmente associata al fuoco, uno dei quattro elementi fondamentali, cosicché la meditazione sulla candela viene spesso usata per lavorare con l’energia ignea al fine di ottenere chiarezza, trasformazione e connessione con le forze naturali.

Nella magia cerimoniale la fiamma è vista come un portale verso l’elementale del fuoco, associato a trasformazione, energia vitale e purificazione. La meditazione sulla candela, dunque, viene impiegata per affinare il controllo mentale e predisporsi alla visualizzazione ed il contatto con entità o energie superiori.

La luce nell’esoterismo cristiano

La luce costituisce uno dei simboli più potenti nella spiritualità cristiana, rappresentando il Cristo stesso: «Io sono la luce del mondo» (Giovanni, 8:12). L’uso della fiamma della candela nella meditazione ha radici in tale simbolismo e serve a collegare il fedele con la presenza divina, facilitando uno stato di comunione spirituale. In molti ordini monastici la pratica con la candela, pur non essendo prescritta come un rituale obbligatorio, tuttavia può essere integrata nella vita monastica e contemplativa. Nell’ambito dell’esoterismo cristiano, in particolare, il simbolismo della luce e l’utilizzo della candela come supporto per la meditazione o la preghiera contemplativa sono particolarmente presenti in determinate tradizioni ascetiche. Sebbene il rituale della candela non sia formalizzato in maniera uniforme, come per contro avviene in altre tradizioni esoteriche, vi sono contesti specifici in cui pratiche simili sono state adottate.

L’Ordine Benedettino, ispirato alla Regola di San Benedetto, pone una forte enfasi sulla lectio divina e sulla preghiera meditativa. La candela è utilizzata quale simbolo della presenza del Cristo durante le pratiche liturgiche. In alcuni rami più contemplativi, i monaci possono usare la fiamma della candela come punto focale per riflettere sulla “luce della Parola” o sulla natura del divino.

L’Ordine Certosino, celebre per il suo rigoroso silenzio e isolamento, enfatizza la preghiera contemplativa individuale. L’utilizzo della luce della candela, nelle celle monastiche o negli spazi comuni, viene così associato alla meditazione sul mistero della luce divina, simboleggiata dalla fiamma.

I frati Carmelitani, ispirati in particolare dall’esperienza mistica di figure come Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, utilizzano spesso simboli come la luce per favorire l’ascesa dell’anima verso Dio. La meditazione sulla candela può essere parte di un esercizio contemplativo, connesso alla purificazione interiore (la “notte oscura dell’anima”) e alla visione della luce divina.

I frati Francescani, in particolare nelle loro pratiche di preghiera personale e di riflessione sul Cantico delle Creature, possono utilizzare la fiamma per simboleggiare la luce del Creatore nella natura. In alcuni contesti, la meditazione sulla candela serve a rafforzare il senso di connessione con la luce divina che permea il mondo.

I padri Domenicani, noti come Ordine dei Predicatori, integrano la meditazione con simboli di luce per riflettere sulla verità divina come illuminazione della mente e dello spirito. Alcuni praticanti dell’Ordine di San Domenico utilizzano simboli visivi, come la fiamma della candela, per guidare esercizi di meditazione teologica.

I monaci Cistercensi e Trappisti, noti per il loro stile di vita austero e la disciplina contemplativa, includono spesso simboli visivi semplici come la fiamma della candela per favorire la preghiera silenziosa e l’introspezione. La luce, in tale contesto, è vista come simbolo della Lux Dei che illumina l’anima del fedele in cerca di Dio.

Nell’ambito della Chiesa Ortodossa, poi, l’esicasmo, praticato nei monasteri come quelli del Monte Athos, utilizza spesso una candela o una lampada ad olio come punto di concentrazione durante la preghiera del cuore (Kyrie Eleison). La luce della fiamma rappresenta la luce divina inaccessibile, riflesso del Tabor, che guida l’orante verso l’unio mystica con Dio.

La luce nel Sufismo islamico

Anche nell’Islam, in particolare nelle confraternite sufi (turuq), esistono pratiche meditative che utilizzano simboli di luce o tecniche simili alla meditazione sulla candela, sebbene non sempre in maniera esplicita o formale come in altre tradizioni. Il concetto di luce (nur) è profondamente radicato nella spiritualità islamica e assume significati mistici che si riflettono in alcune pratiche delle confraternite sufi. Il Corano nella “Sura della Luce” (Surah An-Nur, 24:35) descrive Allah come “la luce dei cieli e della terra” (Nur al-Samawati wa al-Ard). Presso i sufi, dunque, la luce rappresenta la presenza divina e la conoscenza spirituale che illumina il cuore del cercatore durante il cammino verso Dio (Tariqah).

Alcune confraternite sufi, durante il dhikr (il ricordo di Dio attraverso la ripetizione dei Suoi nomi), utilizzano punti focali come lampade o candele. La fiamma può servire quale simbolo della presenza divina o come supporto per concentrare la mente ed il cuore. Tale pratica è più comune in ambienti privati o durante i ritiri spirituali (khalwa).

In alcuni rami del Sufismo, si praticano tecniche di concentrazione visiva su simboli di luce o immagini interiori. Sebbene non sempre coinvolga una candela, l’idea di contemplare una fonte di luce per risvegliare la consapevolezza spirituale risulta centrale. Soprattutto nelle regioni mediorientali, le lampade a olio sono utilizzate come simbolo della nur durante i raduni notturni (majalis). Le lampade creano un ambiente intimo e sacro che favorisce la riflessione e il raccoglimento.

In alcune tradizioni, come quella della Confraternita Naqshbandi, la meditazione si concentra sulla luce interiore del cuore, vista come una scintilla della luce divina. Questa confraternita enfatizza la meditazione silenziosa (muraqaba) e il ricordo costante di Dio.

La Qadiriyya, una delle più antiche confraternite sufi, utilizza il simbolismo della luce divina come parte integrante delle pratiche iniziatiche, anche se l’uso specifico della candela è meno formalizzato rispetto ad altre tradizioni.

Nella tradizione Shadhiliyya, la concentrazione su simboli come la luce è presente nei rituali di dhikr collettivo e individuale, e può essere associata a immagini o oggetti fisici per favorire la connessione con la presenza divina.

Per i sufi, la luce non è soltanto un simbolo fisico, ma anche metaforico, rappresentante l’illuminazione spirituale. Le visioni di luce durante la meditazione o il dhikr sono spesso interpretate come segni della presenza di Dio. In alcune turuq si parla di una “fiamma interiore” accesa nel cuore del cercatore, che deve essere alimentata attraverso la purificazione dell’anima (tazkiyah) e la pratica costante del ricordo di Dio.

Rispetto all’esoterismo cristiano, l’uso della candela nel Sufismo islamico non è codificato, ma il simbolismo della luce è altrettanto potente ed universale. Anziché concentrarsi su un oggetto fisico come la candela, molte pratiche sufi puntano alla luce interiore o alla visione immaginativa, pur utilizzando occasionalmente una fonte di luce esterna per agevolare la meditazione.

Considerazioni conclusive

Il simbolismo della luce si erge come uno dei temi più universali e profondi nella storia del pensiero umano, attraversando epoche, culture e tradizioni con le fattezze di un archetipo che parla direttamente al cuore dell’esperienza spirituale. Fin dagli albori delle civiltà, la luce è stata associata al divino, al cosmo e alla conoscenza, diventando un ponte tra il visibile e l’invisibile, tra l’umano e il trascendente. Nel suo significato più ampio, essa incarna il principio creatore, l’ordine che emerge dal caos, e il faro che guida l’anima nel suo viaggio verso l’illuminazione. Questo valore universale ha trovato espressione in discipline diverse, dalla filosofia alla religione, dall’arte alla mistica, e il suo significato esoterico ha sempre occupato una posizione centrale nei percorsi di ricerca interiore.

Nella filosofia antica, la luce appare come metafora della verità e del sapere. Platone, nel Mito della Caverna, la descrive come simbolo della conoscenza autentica, quella che illumina l’essenza delle cose al di là delle ombre della percezione sensibile. Nella tradizione neoplatonica, la luce assume un carattere cosmologico, rappresentando l’emissione divina da cui tutto trae origine, una visione che influenzerà profondamente la mistica medievale e le correnti esoteriche successive. Anche nella filosofia islamica, la luce si rivela un tema cardine, come nel pensiero di Suhrawardi, il quale sviluppa la “filosofia dell’illuminazione” (Hikmat al-Ishrāq), in cui la luce diventa metafora dell’intelletto divino e dell’emanazione ontologica.

Nelle tradizioni religiose, la luce è spesso associata al divino stesso. Nella Bibbia cristiana, Dio si manifesta come “luce del mondo”, un simbolo di purezza, verità e redenzione che attraversa tanto la teologia quanto la mistica esoterica. I mistici cristiani, come Meister Eckhart e Santa Teresa d’Avila, hanno esplorato la luce come esperienza interiore, una manifestazione diretta della presenza divina nell’anima. Similmente, nel Sufismo, la luce è vista come un’emanazione dell’amore divino, che illumina il cuore dell’adepto e lo guida verso l’unità con Dio. Questa visione si ritrova nelle pratiche delle confraternite sufi, dove il simbolismo della luce si manifesta non solo in termini metaforici, ma anche attraverso rituali che coinvolgono la contemplazione del fuoco o della fiamma.

Il valore esoterico della luce risiede nella sua capacità di unire simbolismo e pratica, pensiero e azione. In alcune tradizioni iniziatiche la luce rappresenta la scintilla divina presente nell’anima, una parte di noi che anela al ritorno alla sorgente originaria. Nei rituali alchemici, il fuoco e la luce sono elementi di trasformazione, non solo fisica ma spirituale, strumenti attraverso i quali l’adepto lavora alla purificazione della materia e di se stesso. Anche nelle tradizioni cabalistiche, la luce rappresenta l’emanazione divina (Or Ein Sof), attraverso la quale l’universo si manifesta e l’uomo può risalire verso la perfezione originaria.

Questo simbolismo non si limita al piano metafisico, ma tocca la psicologia e le pratiche meditative. La contemplazione della luce, che sia una candela o un’immagine interiore, è spesso utilizzata per favorire la concentrazione, calmare la mente e stabilire un ponte con i piani superiori dell’esistenza. Tale pratica, presente nelle discipline orientali come il Buddhismo e lo Yoga, si integra armoniosamente nelle tradizioni occidentali, dimostrando come la luce sia un linguaggio universale del sacro.

In definitiva, la luce è molto più di un simbolo: è un’esperienza trasformativa, un principio filosofico e un elemento rituale che connette l’individuo con l’Assoluto. Essa rivela la sua capacità di ispirare, guidare e trasformare, illuminando il cammino dell’umanità attraverso il mistero del tempo e dello spazio. Nelle sue molteplici forme e interpretazioni, la luce si configura come il cuore pulsante delle tradizioni spirituali, un richiamo eterno all’unità con il divino e alla riscoperta del nostro più autentico essere.

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  • Redazione

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