Home Cultura GLI INTELLETTUALI NELL’ETA’ DI AUGUSTO, UN DURO MESTIERE PER I NON ALLINEATI

GLI INTELLETTUALI NELL’ETA’ DI AUGUSTO, UN DURO MESTIERE PER I NON ALLINEATI

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di Riccardo Renzi

Conclusa la sanguinosa parentesi delle guerre civili con la battaglia di Azio  e il conseguente suicidio di Marco Antonio ad Alessandria d’Egitto nell’estate del 30 a.C. , l’élite culturale romana, da Attico  a Cornelio Nepote  allo stesso Varrone , fatta eccezione per Cicerone che aveva pagato a caro prezzo il suo troppo esporsi, si apprestava a riconciliarsi con il nuovo ordine augusteo. Di tale “ordine” fanno parte un’attenta politica culturale che non si esaurisce nel promuovere la più grande ondata di arte politicizzata che il mondo antico abbia mai visto, ma anche una costante e perpetua ricerca e riproposizione delle tradizioni e ei costumi legati alle origini dell’Urbe. Questa è l’epoca in cui gli intellettuali greci trasferitisi a Roma si mettono a studiare le origini della Capitale, mentre un intellettuale come Igino , di probabile origine iberica, ma di formazione alessandrina, si impegna a commentare l’opera virgiliana.

L’età augustea fu una delle epoche letterarie per le quali si è conservato più materiale. Quella augustea è in primo luogo un’epoca che mitizza sé stessa, prima di creare il mito delle origini. Tale mitizzazione si evince in primis da un dato letterario, le opere prodotte in quest’epoca sono immediatamente messe sotto la “tutela” degli eruditi . L’esempio più evidente di tale dinamica fu quello dell’Eneide fin da subito studiata dai grammatici e commentata da Igino. Allo stesso tempo in quest’epoca vennero sottratte alla tradizione incontrollata e messe sotto “tutela” opere di IV e III secolo a.C., come le commedie plautine. Il processo di accentramento di età augustea funzionò così bene, poiché alla centralità politica, in quanto inizio di un nuovo ordine, si sommò una centralità culturale, artistica, letteraria, nel momento di massima unificazione del mondo ellenistico-romano , centralità questa, «esaltata dall’efficace intreccio tra ricerca sul passato e prepotente interesse attuale, che ha finito col fissare per una lunga fase le categorie con cui interpretare il passato, attraverso opere capitali quali i Fasti di Ovidio, l’Eneide di Virgilio, l’opera storica di Livio, la lirica civile di Orazio».

In tale temperie culturale, che il mondo di tanto splendore culturale vuol illuminare, le inquietudini e i malumori degli intellettuali continuano a manifestarsi anche dopo che gli equilibri politici si sono consolidati, arrivando a creare grande «imbarazzo alla politica culturale» . Molti di essi cercano di autoconvincersi della spontaneità delle proprie scelte, anche quando così non è, arrivando davvero al fondamento non pragmatico delle proprie decisioni . Ci sono poi coloro che scivolano nel dissenso o per una serie di involontari passi falsi , o perché confidano che il potere a cui hanno aderito ancora comporti dei margini di manovra. Orazio  costituisce uno degli esempi più interessanti. Egli fu scovato dal coltissimo e scaltro Mecenate e l’imperatore glielo invidiò sempre, come testimoniato da una lettera rinvenuta da Svetonio: «Prima bastavo a me stesso per scrivere lettere agli amici; ora, occupatissimo come sono e per giunta malato, vorrei portarti via il nostro Orazio. Si trasferisca dunque da codesta tua mensa, dove sta come semplice parassita, alla mia mensa reale; e mi sarà di aiuto per la mia corrispondenza». In questa maniera il principe stava offrendo al poeta il posto di ab epistulis, che però egli declinò per motivi di salute. Augusto, quale grande politico cui era, non se la prese, ma qualche tempo più tardi tornò a scrivergli: «Prenditi pure con me qualche libertà come se fossi mio commensale, perché così avrei voluto se la tua salute te lo avesse consentito» .

Quando Ottaviano era ormai divenuto l’indiscusso princeps di Roma pretese che il poeta gli dedicasse un’opera: «Sappi che sono in collera con te perché non parli soprattutto con me, temi forse di essere infamato presso i posteri ove risultasse un domani che eri stato mio famigliare ?» . L’imperatore rammenta ad Orazio con feroce ironia la sua posizione di familiaris nei confronti del princeps, posizione questa che non può e non deve essere celata ai posteri. Orazio fu costretto ad una rapida risposta: la riapertura delle Epistole. Il libro già concluso e perfetto si riapre, nascono nuove epistole ove rimbomba il ricordo di Filippi. Il Poeta, ex repubblicano che a Filippi aveva combattuto al fianco dei “liberatori”, ora doveva pagare a caro prezzo di non essere morto sul campo di battaglia e di essersi dovuto genuflettere al cospetto del princeps. Augusto, da vero tiranno, gli impone di non poter salvare l’anima agli occhi dei posteri. Nell’ode per la vittoria di Azio, il giovane poeta se l’era cavata molto bene, era riuscito agevolmente a prendere sul serio la propaganda contro Marco Antonio e Cleopatra che minacciavano la stabilità dell’impero . La situazione attuale è del tutto differente, bisogna esaltare l’imperatore in quanto tale. Scaltro e colto com’era, Orazio, riuscì di nuovo a salvarsi, questo lo si evince leggendo i primissimi versi dell’Epistola a Cesare Augusto:

«Cum sustineas et tanta negotia solus,res Italas armis tuteris, moribus ornes,legibus emendes, in publica commoda peccemsi longo sermone morer tua tempora, Caesar

Romulus et Liber pater et cum Castore Pollux, post ingentia facta deorum in templa recepti,dum terras hominumque colunt genus, aspera bellacomponunt, agros adsignant, oppida condunt,plorauere suis non respondere fauoremsperatum meritis

Diram qui contudit hydram notaque fatali portenta labore subegit,comperit inuidam supremo fine domari

Vrit enim fulgore suo qui praegrauat artesinfra se positas; extinctus amabitur idem

Praesenti tibi maturos largimur honores iurandasque tuom per numen ponimus aras,nil oriturum alias, nil ortum tale fatentes.

Sed tuus hic populus sapiens et iustus in unote nostris ducibus, te Grais anteferendocetera nequaquam simili ratione modoque aestimat et, nisi quae terris semota suisquetemporibus defuncta uidet, fastidit et odit,sic fautor ueterum ut tabulas peccare uetantis,quas bis quinque uiri sanxerunt, foedera regumuel Gabiis uel cum rigidis aequata Sabinis, pontificum libros, annosa uolumina uatumdictitet Albano Musas in monte locutas

Si, quia Graiorum sunt antiquissima quaequescripta uel optima, Romani pensantur eademscriptores trutina, non est quod multa loquamur: nihil intra est oleam, nil extra est in nuce duri;uenimus ad summum fortunae: pingimus atquepsallimus et luctamur Achiuis doctius unctis » .

Tutta la sapienza oraziana è racchiusa tra solus et Caesar. Tutta l’enfasi si concentra sulla solitudine legata a potere, un uomo solo che regge lo stato, un unico vir, con tutta la sua umanità, al comando. Quando Orazio scrisse tale Epistola, Augusto aveva da pochi anni restituito il potere agli organi costituzionali. In tal modo Orazio riuscì a salvarsi ancora una volta agli occhi del lettore moderno proprio perché a distanza di secoli è ancora possibile sentire la velata ironia celata in questi primi versi d’esordio. Tutta l’epistola è condotta sul filo di una deferenza che quasi sconfina nell’impertinenza. Dopo essersi giustificato di non aver scritto direttamente al princeps per non sottrargli il suo prezioso tempo, egli si getta sul pericoloso tema della cultura e il potere. Il poeta afferma che Augusto è superiore a qualsiasi altro eroe dell’antichità, poiché a lui già in vita i poeti gli dedicano opere. Particolarmente significativi risultano essere anche i vv. 214 e ss, con i quali Orazio pone una critica ad Augusto: «Verum age et his, qui se lectori credere maluntquam spectatoris fastidia ferre superbi, curam redde breuem, si munus Apolline dignumuis complere libris et uatibus addere calcar,ut studio maiore petant Helicona uirentem».

Augusto dovrebbe fare più attenzione a coloro che preferiscono affidarsi ad un lettore piuttosto che sopportare i capricci d’uno spettatore arrogante. In sintesi l’imperatore dovrebbe premiare i poeti attenti all’arte e non quelli demagogicamente protesi alle pubbliche declamazioni. La critica del Poeta è netta e diretta, non può certo creare dei fraintendimenti, egli affronta, infatti, l’imperatore a testa alta, senza indietreggiare di un passo. Ormai tale temperie politica per il grande intellettuale era divenuta insostenibile, perciò non è raro trovare delle “frecciatine” rivolte ad Augusto, nei suoi componimenti. Tali “frecciatine”, se così le possiamo definire, il grande poeta le pagherà a caro prezzo, gli costeranno infatti l’esilio e la confisca dei beni.

Il regime augusteo da una parte ebbe il grande merito aver creato quella temperie culturale unica che scovò e sponsorizzò tanti poeti e intellettuali, ma dall’altra soffocò e oppresse tutti coloro che rifiutarono in qualche modo di allinearsi.

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  • Redazione

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