
L’11 di agosto del 1949 ho aperto gli occhi sul mondo. La guerra era finita da poco.
Il 4 aprile 1949 era nata la North Atlantic Treaty Organization), meglio nota come Nato. Il Trattato del Nord Atlantico era stato firmato a Washington da 10 Stati europei (Belgio, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito,) e due Stati nordamericani (Canada e Stati Uniti).
Il mondo era diviso in due blocchi da una cortina di ferro e da una guerra fredda che aveva sostituito quella calda.
Un anno prima la Democrazia Cristiana si era aggiudicata la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi, caso unico nella storia della Repubblica. Netta era stata la sconfitta del Fronte Popolare, lista che comprendeva sia il Pci, sia il Psi.
L’Italia fascista, uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, era diventata, con immediatezza quantistica, democristiana e atlantica.
Della guerra ho sentito parlare da mio nonno (in Libia dal 1911 al 1918) e da mio padre (in Cirenaica nel secondo conflitto mondiale), e ho vissuto in un’era di pace: un periodo che ha convinto gli europei che ormai la guerra non li riguardava più e che gli orrori della prima parte del secolo scorso erano da archiviare.
Pur essendo un ragazzo di città, grazie ad un fortunato insieme di fattori, ho potuto vivere, dalla prima infanzia e fino ai 14 anni, per tre mesi all’anno, la vita agricola e pastorale della montagna, entrando in un mondo totalmente scomparso.
Ho avuto l’occasione straordinaria di compiere, da piccolo, gli anni mentre dormivo in un bosco e guardavo le leonidi sfrecciare nel cielo.
Essere nati alla fine della prima metà del secolo scorso ha consentito ad una generazione fortunata, dal punto di vista esperienziale, di assistere ad un passaggio epocale. Ci sono mondi, ormai quasi del tutto scomparsi, che dovrebbero essere custoditi nella memoria collettiva come un bene prezioso, perché chi perde le radici, perde se stesso.
In una cascina di montagna, il Fienile Nuovo in quel di Lodrino (montagne bresciane) ho conosciuto gli ultimi scampoli di un mondo che non c’è più, anche se vedo che ci sono giovani che trovano la voglia di tornare alle origini, abbandonando le città agli alieni delle zone Ztl.
Quando l’automobile mi portava, con mia madre e, negli anni successivi, con mio fratello, verso Lodrino, aspettavo sempre di superare un curva della strada che da Brozzo portava a Lodrino per vedere i “baffi” della canna fumaria stampati sul muro del Fienile Nuovo. Di lì a poco sarei sbarcato per salutare i proprietari, che avevo ormai deciso di chiamare zii: la zia Pina e lo zio Nino e immergermi nella natura del luogo, diventando, come il mio coetaneo e ultimo figlio degli zii, Angelo, un pastore di mucche, un raccoglitore di funghi, di more, di nocciole e di ciclamini, che, raccolti in piccoli mazzolini e conservati in barattoli della conserva di pomodoro riempiti d’acqua, sarebbero poi stati venduti ad una signora che arrivava sulla strada sterrata con il suo sgangherato motorino. Lei, la fioraia, li avrebbe poi rivenduti in città.
È lì, al Fienile Nuovo che ho imparato, si fa per dire, a tirare le tette alle mucche, dopo essermi beccato una spruzzata di latte in faccia dallo zio Nino, che rideva nel farmi approcciare a quel petto pieno, dal quale il latte sarebbe finito in un secchio per poi essere trattato, diventando burro e formaggio. Noi bambini eravamo addetti a scuotere un fiasco con dentro la panna per produrre pezzetti di burro.

È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato a conoscere le piccole anatre che arrivavano nelle ceste di un altro motorizzato e che venivano custodite in gabbiette rotonde a terra, munite di buco, nel quale si infilava il mangime, fino a ché non fossero diventate sufficientemente grandi per non essere preda delle poiane che volteggiavano nel cielo in cerca di prede.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato a rincorrere i conigli, a spiare le galline per vedere dove facevano l’uovo, a veder sparire le tacchine e poi vederle comparire, dopo qualche tempo, con un corredo di piccini in fila.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato a passare ogni giorno, mentre si andava nei prati e nel bosco con le mucche, a controllare, in un piccolo fontanile, l’avanzamento metamorfico dei girini, per poi trovare delle piccole rane gracidanti.
È lì, al Fienile Nuovo, dove ho imparato a grattare nel terreno, con Angelo, per trovare delle larve di cicala, bianchicce e cicciotte, da aggiungere alle ortiche e alla farina per dar da mangiare ai pulcini già in fase di diventar galline.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho visto gli uomini battere le falci, per fare loro il filo, con dei martelli e una piccola incudine infissa nel terreno e poi andarsene, di primo mattino, nei prati a falciare e fermarsi ogni tanto a rifare il filo, con la pietra contenuta nel corno di bue appeso alla cintura. Noi, che arrivavamo più tardi, con un forchetto a due denti, sparpagliavamo l’erba per esporla al sole. Nel pomeriggio la stessa erba andava rivoltata e la sera raccolta in covoni per essere risparpagliata il mattino dopo. Tutto a mano. Poi, dopo un paio di giornate, il fieno veniva raccolto in grandi quadrati di iuta e portato, sulla testa, al fienile. Noi avevamo dei piccoli teli. Giocavamo, ma il gioco era un allenamento per il futuro. Poi, il grande divertimento era saltare sul fieno nel fienile, per pressarlo. La sera ci si radunava nella stalla, dove c’era chi raccontava storie che non finivano mai.
È lì, al Fienile Nuovo, dove ho assistito a riti antichi, tramandati nei secoli. Se arrivava il temporale, con il pericolo che grandinasse, la zia Pina andava a prendere un ramo dell’ulivo del giorno delle Palme, accuratamente conservato per l’occasione, lo incendiava e tracciava una croce nell’aria per poi buttarlo nel cortile antistante la cucina.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho sentito parlare di streghe, perché si diceva che se qualcuno, dopo il suono delle campane dell’Ave Maria serale, si fosse attardato nei campi, le avrebbe incontrate e avrebbe fatto una brutta fine. Il rintocco delle campane scandiva la giornata: alle sei del mattino l’Ave Maria, al mezzogiorno Christus Vincit, alle sei della sera l’Ave Maria. I nomi del cristianesimo avevano ribattezzato antichi riferimenti stellari: il pianeta Venere, stella matutina e vespertina e il sole allo zenith. Quando, divenuto uno scolaretto, osai far notare questi riferimenti antichi, mi fu detto che mi avrebbe sistemato la Pitita, quando fosse giunta, come ogni anno, dalla bassa cremonese in vacanza per qualche giorno. La Pitita, una cugina della zia Pina, era la perpetua di un monsignore e, conseguentemente, sapeva.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho incontrato il vero giornalismo, con Chico dè lé córné, un pastore errante, che quando giungeva alla cascina si fermava per uno o due giorni e raccontava tutti i fatti del circondario. A Mura era morto il Tizio, a Irma era nato il figlio del Caio. Per noi bambini ascoltarlo era come entrare in un mondo fatato, fatto di tanti Aldià, aldilà dalle córné, ossia dalle vette che separavano i luoghi e che solo lui poteva magicamente valicare.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato che esisteva una terra lontana, la Svizzera, dove qualcuno andava a lavorare: chi in miniera, chi a far la cameriera; e tornava cambiato.
È lì, al Fienile Nuovo che ho imparato che esisteva la città, non quella dove io vivevo, ma quella di chi non l’aveva mai vista o l’aveva vista solo portando i prodotti della terra. La città era un luogo altro, un altro mondo.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho appreso l’esistenza dei “Bèrèté”, ossia i Beretta, dove alcuni andavano a lavorare al mattino, con l’unica corriera blu ansimante delle sei, per tornare alla sera, con la stessa corriera. I “Bèrèté” erano sinonimo di lavoro in fabbrica. Non tutti lavoravano nella fabbrica d’armi fondata nel 1526 e nota nel mondo, ma in molti casi nell’indotto, che aveva fatto del fondo valle una rete di officine e di lavori di pregio, non ultimi quelli dei cesellatori, le cui opere d’arte sono sparse nel mondo.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho appreso che la carne di bue si mangiava una volta ogni tanto, ossia, quasi mai, perché era necessario comperarla dalla macellaia che arrivava a Lodrino da Mura con un birroccio dotato di casse con relativo ghiaccio. La macellaia un giorno non s’è più vista. Era emigrata in America, ma si seppe, poi, che si era imbarcata sull’Andrea Doria, che era affondata. Lei si era salvata, ma in fondo al mare aveva lasciato ogni bene. La carne si mangiava, ma era quella delle anatre, dei conigli, delle oche, delle galline, degli uccellini cacciati in vari modi. Al tempo era la carne dei poveri. Oggi la propongono i ristoranti alla moda, ma non è la stessa. In quelle oche, in quei conigli, in quelle galline, in quelle anatre c’erano il profumo della tradizione e il gusto della natura.

È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato che in chiesa, alla domenica, gli uomini stavano da una parte e le donne dall’altra e che gli uni e le altre facevano a gara a chi cantava di più (dire meglio è troppo, perché in effetti era un gridare, più che un cantare).
È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato che le preghiere si dicevano in una sorta di latino, incomprensibile, dal quale ogni tanto emergeva un “genetrix” o un un “peccatoribus”.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho assistito alla magia del rosario intonato dalla zia Pina nella cucina che serviva da stanza di riunione per tutte le occasioni. Lì c’erano la magia della cantillazione del canto gregoriano e del salmodiare, l’incanto del mantra, ma anche uno strano fenomeno che sapeva unire il sacro con il profano. La zia Pina intonava: “Ave…..” con voce alta e poi il resto del gruppo delle donne rispondeva con toni bassi e, fin qui, niente di particolare, ma ad un certo punto il rosario proseguiva da solo, aveva acquisito una sua autonomia, mentre le donne riuscivano a scambiarsi opinioni e battute sulla vita quotidiana. Ho ancora nella mente quel salmodiare, quella cantillazione e quelle battute inframmezzate che non interrompevano il mantra, ma lo associavano alla vita di ogni giorno.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato a dormire nei boschi, negli slarghi contornati da boschetti di nocciole, con un letto di foglie, due coperte, la lanterna, il cane a far la guardia e le mucche, poco distanti, in cerchio, coda contro coda.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho compiuto sotto le stelle il mio decimo compleanno, l’11 di agosto, con mio padre e mia madre, guidati nottetempo da Maria, la sorella di Angelo, a portarmi la torta, che abbiamo mangiato tutti assieme, mentre le leonidi svettavano nel cielo.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho appreso che c’era la storia, la storia intesa come gli eventi del passato, perché in un prato, appena più in alto di una chiesetta, c’è il cimitero dei morti della peste e la memoria popolare si ricorda che quello era il tempo in cui Lodrino era terra dei conti di Lodrone.
È lì, al Fienile Nuovo che ho imparato che c’era stata una guerra e che un figlio della zia Pina e dello zio Nino era morto sui campi di battaglia con il cappello d’alpino in testa. Si chiamava Angelo, come il mio coetaneo e come il nonno, che ho conosciuto mentre ormai anziano e malfermo sulle gambe, saliva in paese, sul sentiero erto, che ad un certo punto svoltava a gomito presso una fontana e si infilava in un tunnel di alberi che, quando si doveva andare o tornare di sera, faceva paura, perché all’oscurità ci accompagnavano il silenzio e il tramestio degli animaletti.
È lì, al Fienile Nuovo, che ho imparato che il bosco è vivo, parla, è degno di rispetto e che gli alberi sono i nostri migliori amici e gli animali non sono oggetti, ma esseri viventi e senzienti.
In quel mondo c’erano il cuore e la tradizione, la natura con i suoi sapori, i suoi odori, le sue gioie, ma anche le sue fatiche, le sue disgrazie. C’era la vita. C’era il rispetto.
Nella città di quegli anni, gli anni Cinquanta, il frigorifero non c’era. Funzionava la ghiacciaia che sembrava il comodino di una camera da letto. Constava di tre scomparti. Lo scomparto superiore ospitava le stecche di ghiaccio che giornalmente erano portate da venditori che se ne approvvigionavano alla “Fabbrica del ghiaccio”. Lo scomparto centrale ospitava le derrate alimentari e lo scomparto inferiore riceveva l’acqua conseguente al disgelo.

Il telefono era per pochi. La lavastoviglie non esisteva e la lavatrice era un bollitore che convogliava l’acqua con moti convettivi. Dopo qualche anno sono arrivate le prime lavatrici a due pozzetti: uno per il lavaggio e l’altro per il risciacquo.
La Tv fece la sua comparsa in quegli anni. Prima si ascoltava la radio. La programmazione ufficiale cominciò il 3 gennaio 1954, in bianco e nero, con l’inaugurazione del primo canale televisivo italiano rivolto al grande pubblico, il Programma nazionale. Inizialmente i programmi duravano quasi quattro ore senza pubblicità.
Le trasmissioni iniziavano alle 17.30 con “La Tv dei ragazzi”, s’interrompono per riprendere con il telegiornale alle 20.45 e duravano sino alle 23.00.
Nel 1962 nacque il secondo canale.
Per i bambini c’era Rintintin. Per gli adulti arrivarono le gemelle Kessler con il dadaumpa.
Poi arrivò la pubblicità con Carosello.
Iniziava la civiltà della comunicazione.

Gli anni Sessanta determinarono una svolta davvero epocale, con il boom economico e la definitiva uscita dell’Italia dalle ristrettezze post belliche.
La Fiat 500, vero nome della vetturetta conosciuta come “Topolino”, era un’utilitaria della casa automobilistica italiana prodotta dal 1936 al 1955. Pochi esemplari, in un mondo che ancora andava in bicicletta, in moto o con i mezzi pubblici.
Moti abitanti dei paesi non si erano mai recati in una città. La mobilità delle persone era limitata.
Verso la fine degli anni Cinquanta entrò in produzione quella che diventerà il simbolo del miracolo economico: la nuova 500.
L’utilitaria Fiat diede il via alla motorizzazione di massa e alla conquista della libertà di uscire dai ristretti confini del paese o della città, per affacciarsi sul mondo e cambiare modo di vedere.
Negli anni Sessanta ci fu anche una rivoluzione dei costumi. The Beatles, un gruppo musicale britannico, fondato a Liverpool nel 1960 e attivo fino al 1970, rivoluzionarono la musica.
I blue jeans (termine proveniente dal francese bleu de Gênes (blu di Genova), usati dai marinai e dagli gli scaricatori di porto come tuta da lavoro, negli anni Sessanta diventarono un indumento di massa: simbolo del rifiuto giovanile delle convenzioni sociali, il capo più semplice e egualitario che univa tutte le classi sociali.
Poi arrivarono i Jukebox, le minigonne e le ferie di massa.
Il mondo cambiava rapidamente sotto gli occhi, quasi increduli, di un adolescente che si avviava a diventare adulto.
Sul versante politico, gli anni Sessanta sono quelli della crisi di Cuba e della guerra in Vietnam, del Concilio ecumenico Vaticano II.
Nel 1969 l’America portò l’americano Neil Armstrong sulla Luna.
Ricordo questi avvenimenti perché sconvolsero certezze e segnarono una generazione.
Si parlava da tempo dell’idea di portare l’uomo sulla luna, ma ricordo le discussioni fatte con chi riteneva fosse del tutto impossibile.
Poi l’impossibile divenne possibile, ma la luna da allora non fu più quella dei millenni precedenti: la luna dei romantici, la luna dell’Orlando furioso, dove Astolfo saliva per recuperare il senno racchiuso in ampolle, poiché si trovava allo stato gassoso.
Proprio su una di queste ampolle c’era scritto “Senno d’Orlando”.
Qualche recupero andrebbe fatto anche oggi, dove un manicomio alieno sta invadendo il pianeta affermando di volerlo salvare.
Giacomo Leopardi alla luna aveva dedicato uno dei Canti: “O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno, sovra questo colle/ Io venia pien d’angoscia a rimirarti:/ E tu pendevi allor su quella selva/ Siccome or fai, che tutta la rischiari./ Ma nebuloso e tremulo dal pianto /Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci / Il tuo volto apparia, che travagliosa /Era mia vita: ed è, nè cangia stile,/O mia diletta luna. E pur mi giova/ La ricordanza, e il noverar l’etate /Del mio dolore. Oh come grato occorre /Nel tempo giovanil, quando ancor lungo /La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!”.
La luna non era più il dio Sin, ma un grande sasso, un satellite che gira intorno alla Terra.
L’anima della luna era finita nel silicio.
Il Vietnam produsse una rivolta contro la guerra. Ne fu simbolo la canzone di Gianni Morandi: “C’era un ragazzo che come me”, il quale non suonava più la chitarra, ma “uno strumento che sempre dà la stessa nota ra ta ta ta”.
Gli anni Sessanta furono anche quelli degli hippy, della rivoluzione sessuale e, infine, della rivolta politica, il cosiddetto “Sessantotto”.
In un decennio tutto era cambiato. Il mondo degli inizi degli anni Cinquanta era sparito.
Gli anni Settanta furono tragici, per le stragi, la strategia della tensione, ma la rivoluzione tecnologica diventò esponenziale e cambiò le abitudini in modo radicale.
I primi personal computer di successo per il mercato di massa furono il Commodore PET (presentato nel gennaio del 1977 e venduto a giugno), il TRS-80 (lanciato il 3 agosto 1977) di Radio Shack e il popolare Apple II (5 giugno 1977).

Il 6 Marzo del 1983 viene inventato il primo telefono cellulare della storia.
In quegli anni siamo entrati nel mondo della rivoluzione tecnologica e della comunicazione.
E qui l’essere umano è progressivamente entrato in un mondo sempre più staccato dalla natura e dalla realtà, per accedere un mondo virtuale e soggetto alla propaganda di grandi apparati comunicativi.
Ed eccoci di fronte ad un nuovo passaggio epocale, quello che stiamo vivendo.
Un passaggio, forse il più importante e decisivo, che l’umanità si sia mai trovata ad affrontare, perché in discussione c’è il concetto stesso di essere umano.
Questo passaggio ha un nome: transumanesimo, un programma: robotizzare l’essere umano considerato solo come entità corporea e un’ideologia: il wokismo.
La sfida, davvero epocale, è se l’umanità, ossia l’insieme di esseri umani che per millenni si sono considerati, per usare delle parole consuete, corpo, anima e spirito, rimarrà tale, oppure verrà compressa nel solo corpo nell’illusione di un’eternità tecnologica, illusione utopica e demenziale riservata, ovviamente, solo ai ricchi. I poveri continueranno a morire come sempre, possibilmente togliendosi di torno a produttività finita.

Il prossimo lustro, sempre che mi sia consentito di viverlo, è impegnativo per la sfida che presenta e che non consente riposo alcuno.
Il programma di lavoro è contribuire, per quanto è possibile e nei limiti delle possibilità, a evitare che l’umanità, eradicata e resa schiava del materialismo transumanista, finisca preda di un insieme di alienati che pensano di essere gli ottimati del mondo.
Prosit.





