Home Politica L’ATTENTATORE DI TRUMP NON È UN PAZZO ISOLATO

L’ATTENTATORE DI TRUMP NON È UN PAZZO ISOLATO

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Un dato è certo. Su quel tetto a 150 metri dal palco doveva esserci un cecchino della sicurezza e non un attentatore.

La scena dellattentato

Chi se ne intende spiega che di solito ci sono tre cerchi di sicurezza. Il primo attorno all’ex presidente (le sue guardie del corpo); il secondo attuato dalla polizia locale, che controlla il territorio e la folla; il terzo fatto dai cecchini.

Se si osserva la scena dell’attentato si capisce bene che c’era un posto sul quale dovevano esserci i cecchini e non l’attentatore, in quanto era l’unico posto che poteva offrire una visuale perfetta per sparare.

I servizi di sicurezza hanno riferito che il cecchino ha sparato da una posizione elevata fuori dal perimetro del meeting, a circa 150 metri di distanza, prima di essere abbattuto.

Un video pubblicato dal sito americano TMZ mostra il tiratore sdraiato sulla pancia, sul tetto dell’edificio e in possesso di un fucile.

Francamente, sono sorpreso che sia riuscito a salire su quel tetto e sparare – ha detto il procuratore, Richard Goldinger, a MSNBC -. So che avevamo membri delle forze dell’ordine in questo edificio, quindi è ancora più sorprendente che sia riuscito a salire lassù”.

Se c’erano forze dell’ordine che hanno fatto? Si sono presi un caffè mentre il giovanotto saliva?

“Spero – ha insistito il procuratore – che l’indagine stabilisca come sia successo, ma sì, la cosa più sorprendente per me è che mentre abbiamo un ex Presidente sul posto, qualcuno può avvicinarsi a circa 140 metri, salire su un tetto e sparare”.

Ecco, appunto. L’indagine. Vedremo.

La polizia federale americana, l’FBI, ha riconosciuto che è “sorprendente” come Crooks sia stato in grado di sparare più volte prima di essere “neutralizzato”.

Secondo quanto dichiarato in forma anonima dalle forze dell’ordine all’Associated Press, nell’abitazione del sospettato coinvolto nella sparatoria avvenuta ieri durante il comizio di Donald Trump sono stati rinvenuti materiali per fabbricare bombe.

Sono sorpresi, loro. Figuriamoci quanto siamo sorpresi noi nell’apprendere che un uomo con tanto di fucile, può arrivare in un edificio a 150 metri dal palco dove si tiene il comizio, salire indisturbato sul tetto di un edificio dove ci sono delle forze dell’ordine e sparare più colpi prima di essere abbattuto.

Tutto questo non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata una connivenza da parte di qualche livello della sicurezza.

La questione apre uno scenario che non può essere eluso, in quanto non è necessario essere complottisti per capire che per mettere in atto un’azione del genere devi scegliere con cura il luogo: in questo caso un palco isolato in un vasto piazzale, con un unico edificio da raggiungere.

Devi scegliere con cura il cretino di turno, il quale, postando sui social il suo odio per Trump, si presta perfettamente alla narrazione dell’esaltato. Lo devi scegliere anche che sia capace di sparare. Cosa ovvia.

Poi gli suggerisci cosa e come fare e gli prometti l’immunità, ben sapendo che finirà ammazzato e quindi non potrà dire nulla.

Poi gli apri la strada per raggiungere il posto indicato, evidentemente con la connivenza di qualche livello della sicurezza.

Tutto questo è possibile senza che qualcuno in alto non sappia e non acconsenta?

Difficile che non sia così.

E allora il tema che si presenta alla discussione è cosa stia avvenendo all’interno degli apparati Usa, quale scontro sia in atto e cosa può comportare, visto che stiamo parlando della più grande potenza del mondo, gestita da uno che non sa chi è e che ha dietro di sé un mondo, quello dei Dem, in confusione, se non in disperazione.

Donald Trump, grazie alla fortuna, è vivo e l’attentato è fallito.

Le cose non sono andate come qualcuno avrebbe voluto. Chi? Bella domanda. Ma qualcuno c’è.

Rimane il fatto che oggi si apre la Convention repubblicana e che se l’attentato fosse andato a buon fine i repubblicani si sarebbero trovati nella condizione di non avere Trump e di dover scegliere un candidato di riserva.

Chiedersi: a chi giovava la morte di Trump è dietrologia, complottismo?

Possiamo essere ingenui, ma non siamo fessi.

Per il momento aggiungiamo il nostro stupore a quello del procuratore Richard Goldinger e degli agenti dell’FBI.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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