
Narra una leggenda riportata da Christian Jacq che un uomo di Avignone, tale Bénézet, vide Cristo in sogno che gli ordinava di costruire un ponte.
Bénézet interruppe una funzione nella cattedrale per annunciare il suo sogno, sollevando esecrazione e proteste.
Bénézet non si perse d’animo. Per provare la veridicità del suo dire sollevò una pietra gigantesca, la portò verso il fiume Rodano e la gettò nelle acque, posando così la prima pietra del ponte.
Commenta Christian Jacq: “Splendida leggenda che è l’immagine stessa della via speculativa»: osare, contro venti e maree, posare la prima pietra d’una via iniziatica, anche se ci pare gigantesca, impossibile da posare, anche se il mondo che ci sta intorno non comprende le nostre intenzioni”.
Questo suggerimento iniziatico potrebbe essere adottato da chi oggi intende misurarsi, in ambito profano e politico, con il riformismo.
Il primo passo è avere un progetto e per avere un progetto è necessario attivare un think tank, un “serbatoio di pensiero”, un centro studi (non un salotto borghese incipriato di chiacchiere inconsistenti) che faccia i conti con la storia, con la realtà attuale e con la proiezione futura.
Antonio Foccillo, su questo giornale, sta facendo un lavoro egregio riguardo alla rivisitazione della storia e delle radici del riformismo.
Non fanno altrettanto i nostalgici, i reduci, quelli che ritengono che in qualche anfratto della sedicente sinistra odierna ci sia posto per il riformismo. Mal che vada c’è un posto.
Il primo argomento da affrontare per un qualsiasi approccio ad una logica riformista è la politica estera.
Il primo fondamentale paradigma di tale politica estera è, oggi, il multilateralismo, ossia una logica di ridefinizione delle grandi aree di influenza delle grandi potenze in un nuovo equilibrio stabile.
In sintesi si tratta di dare luogo ad una nuova Yalta.
All’interno di questo paradigma sono da inserire:
- – i rapporti dell’Europa con la Russia, in una logica di sicurezza europea che non può eludere una logica di salvaguardia dello spazio vitale della Russia;
- – un rapporto Europa-Africa così come è prefigurato e in attuazione con il Piano Mattei;
- un rapporto Europa Usa che non sia di sudditanza, ma di alleanza e di reciprocità;
- un rapporto con il Medio Oriente che segua la logica degli Accordi di Abramo.
Nei punti 2 e 4 Giorgia Meloni, come direbbe l’amico Pietro Imberti, è degna erede di Bettino Craxi, ossia si colloca su una linea riformista, a dimostrazione che i vecchi schemi destra-sinistra sono del tutto inadatti a comprendere le dinamiche attuali.
Bettino Craxi, tuttavia, rivendicava il fifty-fifty anche nei rapporti di alleanza con gli Usa, posizione che non appartiene alla coalizione di governo attuale, decisamente appiattita sulle logiche atlantiche dell’Amministrazione Usa.
In una logica multilaterale, che non appartiene all’Amministrazione Usa guidata dai Dem e dal Clan Clinton-Obama, la questione della sicurezza europea non può essere risolta solo con un aumento della deterrenza convenzionale (assolutamente necessaria), ma con una logica che dia luogo ad un rapporto con la Russia che consenta a Mosca di garantire il proprio spazio vitale.
Una politica basata solo sull’aumento degli armamenti, in chiave di deterrenza, non può che scontrarsi con le esigenze di mantenere alto il livello del welfare che è la conquista democratica e civile più significativa del secolo scorso.
E qui approdiamo ad uno dei capisaldi di una possibile politica riformista: il welfare.
Quando si affronta la questione del welfare si devono studiare pragmaticamente i problemi, per evidenziare le storture del sistema e modificarle.
Il riformismo non è mostrare bandiera per un posto nel campo santo di una sinistra passata armi e bagagli al progressismo tecno-finanziario o di un centro abitato da perennemente trombati che si sono autonominati saggi e competenti.
Veniamo al welfare sanitario. Un esempio per capire. Un unguento per la cura della psoriasi, quindi un farmaco che è necessario applicare costantemente, in Spagna costa due euro e quaranta centesimi. Lo stesso identico farmaco in Italia costa 17 euro e sessanta centesimi.
Un ammalato italiano deve spendere ogni volta che compra un tubetto del farmaco 15 euro e 20 centesimi in più di un suo simile spagnolo.
Chi incassa la differenza? Le farmacia guadagnano anche in Spagna.
Una ricerca seria sul costo dei medicinali, soprattutto di quelli di fascia B e C che sono a parziale o totale carico dell’utente (non parliamo dei ticket, che a volta superano il costo del farmaco) sarebbe un’azione da condurre per eliminare le storture del sistema. Questo è riformismo.
I costi dei farmaci, ormai, per alcune famiglie, superano quelli dell’alimentazione.
La medicina di base (medico di base) è in crisi per molteplici fattori. Lungaggini per visite e analsisi inducono ad adire alla medicina privata che, negli ultimi anni, ha visto crescere enormemente cliniche e laboratori.
Idem dicasi per le residenze per gli anziani: una vera emergenza, non solo sanitaria, ma sociale. Costi, regole, controlli, professionalità del personale, a cominciare dai livelli dirigenziali, sono questioni aperte delle quali il riformismo dovrebbe occuparsi.
Non vado oltre. Il riformismo è studiare la realtà, proporre soluzioni ai problemi e combattere perché siano attuate.
Il riformismo non è ragionare nel salotto buono delle élite incipriate, sempre pronte a spandere borotalco sulla realtà, pensando, in questo modo, di nasconderne l’evidenza.
Riformismo è fare i conti con la realtà, è lotta per la giustizia sociale, è impegno e partecipazione.
Chi pensa che il riformismo sia accomodarsi nelle discussioni salottiere di borghesucci snob in cerca di gloria o di visibilità, ha sbagliato. Riformismo è progetto e lotta. Il riformismo ha abbandonato la lotta di classe, ma non la lotta.
Qui si apre una vasta problematica, che nello spazio di un articolo non è possibile affrontare, relativa alle organizzazioni sindacali, alle organizzazioni della società civile e ai partiti.
Riguardo a questi ultimi un riformismo che si dica tale deve dare vita ad un partito riformista che abbia il coraggio che ebbe Bénézet di osare, contro venti e maree, per posare la prima pietra di un nuovo edificio che sappia guardare in faccia la realtà, sappia andare oltre gli schemi di destra e sinistra, sappia progettare e lottare.
Se un’azione condotta dalla destra come il Piano Mattei è riformista, il riformismo è attuato da chi lo concretizza e non può che avere l’appoggio dei riformisti.
Veniamo alle pensioni, altro baluardo del welfare.
Se non si creano le condizioni di un’elevata produttività del sistema, a cominciare dalle infrastrutture e se non si difende la struttura produttiva, è del tutto ovvio che il sistema pensionistico non reggerà.
Combattere contro la desertificazione produttiva voluta dall’alleanza dei Socialisti & Democratici, dei liberali macronisti e del PPe, che ha governato l’Unione Europea e che vorrebbe continuare a governarla con le stesse idee, è compito fondamentale del riformismo.
Un’azione riformista, infatti, non può che essere a difesa delle aziende e del lavoro e non può che essere rivolta a garantire infrastrutture all’avanguardia e un sistema statuale efficiente.
Produzione, lavoro e welfare è il trinomio del riformismo.
Deindustrializzazione, assistenzialismo (es. reddito di cittadinanza), riduzione del welfare è il trinomio del progressismo della tecno-finanza e dei salotti borghesi incipriati sedicenti intelligenti.
Ne consegue che non può esservi alleanza tra riformismo e progressimo, in quanto sono due linee politiche tra di loro antitetiche.
Il trinomio riformista presuppone la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese (Mitbestimmung).
Il trinomio progressista consegna la gestione di ogni cosa a ottimati e consulenti (logica chiara del socialismo fabiano).
L’antiteticità tra riformismo e progressismo comporta la stessa antiteticità tra riformismo e socialismo fabiano.
Riformismo è difesa della democrazia, delle libertà individuali e collettive e, oggi, è difesa del cittadino dai monopoli della comunicazione.
Riformismo, ad esempio, è impedire che un editore possegga una catena di giornali, che la pubblicità, gestita verticalmente e distribuita agli ubbidienti, sia la modalità con la quale le multinazionali e la finanza inducono i media a propagandare le proprie idee.
Il tema della comunicazione è, oggi più che mai, uno dei nodi della democrazia e della libertà.
Nodo che chiunque intenda intraprendere una politica riformista non può eludere.
Infine, ma solo per evitare che un articolo superi i limiti della sopportazione del lettore, per una stagione nuova del riformismo è necessario superare lo schema obsoleto della destra e della sinistra per guardare pragmaticamente alle idee, ai progetti, alle soluzioni degli stessi, a chi lotta per concretizzarli.
Il resto è vecchia logica partitocratica, quando non è tristemente argomento di chiacchiere da salotto borghese, ossia di produttori di cipria.





