di Giorgio Cattaneo
FABBRI: GLI USA IN CRISI, UN IMPERO DEPRESSO E MALATO, ORA CHE IL MONDO NON VUOLE PIÙ DIVENTARE AMERICANO
Delusione, fatica, schizofrenia geopolitica. E ora anche il timore di essere insidiati in casa propria, dai migranti messicani: che a differenza degli europei della primissima immigrazione (inglesi, tedeschi, irlandesi) hanno la madrepatria appena al di là del fiume. I messicani si installano negli Stati del Sud – California, Texas, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado – che appartenevano al Messico: gli Stati Uniti glieli strapparono con la forza. Ecco perché gli americani sono così depressi, quasi smarriti: la superpotenza è profondamente in crisi. «Parlano i numeri, che fanno paura: ad uno statunitense su tre è stata diagnosticata clinicamente una patologia depressiva. Il tasso di suicidi è il doppio di quello tedesco, il triplo di quello italiano. E nel solo 2023 almeno centomila americani sono morti per overdose di fentanyl».
È impietosa l’analisi di Dario Fabbri, acuto osservatore geopolitico: «Oggi, la prima potenza del pianeta è davvero un malato grave». Terribile la spaccatura tra le due Americhe, le coste e il Midwest. New York e Los Angeles sposano la “cancel culture” celebrando il senso di colpa imperiale (“abbiamo sbagliato tutto”) e spalancando le porte a tutte le minoranze. Invece la Rust Belt – di tradizione operaia – respinge in modo categorico l’immigrazione, temendo che possa marginalizzare l’America bianca. Problema drammatico, dice Fabbri: si arriverà a un’implosione dalle conseguenze imprevedibili? «Certo, ai migranti gli Usa non possono proprio rinunciare: la superpotenza ha continuamente bisogno di giovani soldati». Non può smettere di fare la guerra, perché – avendo cessato di produrre in proprio – vive a spese delle sue colonie, che chiama “paesi alleati”.
Succede in tutti gli imperi, da sempre. Solo che oggi la Terra ha quasi 8 miliardi di abitanti: egemonizzarla è diventato più difficile. Gli Usa poi sono stanchi: caduta l’Urss, il peso imperiale è rimasto interamente sulle loro spalle. «Altro dramma: hanno scoperto che il mondo non vuole diventare americano. Una vera tragedia, per una nazione messianica che si considera il faro dell’umanità. Eccetto l’Europa occidentale e parte dell’America Latina, il resto del pianeta non vuole saperne di essere americanizzato. Lo shock iniziò nel 2003, quando la Tv trasmise le immagini dei soldati statunitensi catturati dagli iracheni. Erano ragazzi giovanissimi e spaventati. L’inquisitore domandava loro: credevate forse che vi avremmo accolto con mazzi di fiori?».
Esatto, dice Fabbri: erano davvero convinti che gli iracheni non vedessero l’ora di essere liberati dalla dittatura di Saddam. «In realtà, volevano solo sostituire il regime sunnita con un regime sciita: quello di oggi infatti afferisce all’Iran, non agli Usa». Stessa storia in Afghanistan. Altro che “esportazione della democrazia”: «Là, gli Stati Uniti hanno scoperto che dominano i clan tribali, i Pashtun oggi espressi dai Talebani: sono iranici e non amano l’America. Infatti, dopo anni di occupazione inconcludente, l’Afghanistan è tornato esattamente come prima». Sintetizza Fabbri: commettiamo sempre l’errore di leggere gli altri con i nostri parametri. «Ci ripetiamo: se i russi fossero liberi, diventerebbero come noi. Non capiamo che, di Putin, approvano la postura alternativa all’Occidente: e questo, ai russi, basta e avanza».
Nubi nere oscurano l’orizzonte, nel fatidico anno elettorale: gli americani sono frustrati, delusi, stanchi, inquieti. «Come in tutti gli imperi, le colonie vivono meglio: il cittadino statunitense non può contare sul welfare europeo». Poi in Europa, nonostante tutto, la pace è meno remota: «Almeno per ora, noi la guerra la vediamo solo in televisione. Ogni americano, invece, ogni sera va a letto con l’ansia di poter essere svegliato nel cuore della notte dallo scoppio di un altro conflitto». Il che vorrebbe dire: altri soldati che partono per il fronte, altre famiglie destinate a piangere caduti.
Democratici e repubblicani, Biden e Trump: un teatrino, che nasconde retroscena dolorosi. «La politica non conta niente, in America: quel paese è stato progettato per fare a meno della politica. Si vota di martedì, e per votare bisogna iscriversi». A pesare, sottolinea l’analista, è il sentimento: e l’impero messianico, che non può fare a meno di proiettarsi verso l’esterno, guarda con sgomento a un mondo che non vuole più saperne, di diventare americano. Russia, Cina, Iran, Turchia: le altre nazioni a dimensione imperiale ormai viaggiano lontanissimo dall’America. «E gli imperi non vivono solo di economia: vivono anche di gloria, vogliono fare la storia. Lo sanno benissimo anche gli americani. A noi invece bastano ancora l’aperitivo e le serie televisive, mentre il mondo sta cambiando velocemente. E oggi le due Americhe, entrambe in crisi, si fronteggiano in modo preoccupante».
Fabbri e il declino americano, video:




