
di Paolo Raffone
Stiamo assistendo a espressioni di disorientamento e di sconforto degli elettorati in molti Paesi democratici, in Europa e negli Stati Uniti d’America. Dopo 14 anni, con il socialdemocratico Starmer (già avvocato di Berlusconi) i Labour inglesi conquistano una grande e confortevole maggioranza di seggi (ma non di voti) e hanno la responsabilità di governo con un classico programma che annuncia tasse ai ricchi, addolcimento delle politiche sui migranti irregolari, e il ritorno di “global Britain”. In Francia, il tradizionale centrismo conservatore repubblicano è stato travolto da un voto che predilige gli estremi del conservatorismo, nazionale-identitario-sociale, da un lato, e nazionale-ideologico, dall’atro (in attesa del secondo turno di domenica 7 luglio). Negli Stati Uniti un confuso ottuagenario dell’apparato DEM insiste in una campagna elettorale nella quale sembra già aver perso i “grandi elettori” che, per ora in grande maggioranza, favoriscono il REP Trump. Nell’UE il voto popolare ha indicato con chiarezza la richiesta di discontinuità, mentre gli apparati (centristi) si arroccano in una difesa dello status quo ripresentando Ursula von der Leyen che difficilmente si vedrà riconfermata dal voto dei parlamentari. In Italia, come sempre all’avanguardia, abbiamo un governo inedito della componente politica post-fascista esclusa per 80 anni dal governo della Nazione, e una sopravvissuta segretaria socialdemocratica che si ringalluzzisce dopo il voto britannico.
Sembrerebbe che il voto degli elettori si sia risvegliato per cambiare direzione alla politica. Al netto di sistemi elettorali che sono strutturati per distorcere (legalmente) la volontà popolare espressa nel voto (il rapporto voti-seggi, oppure la selezione/elezione dei vertici europei e americani), tutto cambia per non cambiare nulla. Questo non avviene per i vagheggiamenti di brogli ma perché la “politica” è cooptata da decenni nel sistema del “tutto unico collegato”. Abbiate pazienza e nei prossimi paragrafi ci auguriamo si capisca il perché.
Il “tutto unico collegato” costituisce una nuova “unità biopsichica” nella quale è stata superata la concezione meccanica e deterministica del nesso tra base economica e costruzioni sovrastrutturali. Si tratta di un “blocco astorico” nel quale è stato risucchiato l’essere umano che è divenuto “apolitico” poiché non riesce più a concepire e ad agire per trasformare e dirigere coscientemente gli altri esseri umani e quindi a realizzare la sua “umanità”, la sua “natura umana”. Questo “blocco astorico” ha annientato il rapporto organico e dialettico tra economia e politica – comportando gravi errori politici – ma ha anche trasformato l’intraprendenza e le capacità umane in meri esercizi tecnici. Da funzionari della specie secondo natura, gli esseri umani sono (volontariamente) diventati funzionari di un sistema artificiale, astratto dalla realtà circostanziale, prescindendo dalle complesse interconnessioni naturali e tra esseri umani. Il “tutto unico collegato” ha accelerato le pulsioni nichilistiche verso la “dematerializzazione” delle forme di vita individuale e collettiva (anche spirituale e riproduttiva), degli aspetti tradizionali simbolici ed esoterici, e di quelli oggettivamente misurabili come la moneta e la creazione della ricchezza.
L’economicismo e il produttivismo sono stati adottati come pensiero centrale dalle socialdemocrazie (riformiste) sin dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’90 si sono radicati nel blairismo e clintonismo della “terza via” (in Italia, da Veltroni a Renzi a Schlein). La volontà umana, la soggettività, la politica, l’ideologia sono state assorbite e completamente “disperse” nella (sovra)struttura che da economica è divenuta puramente finanziaria, impalpabile ma organicamente onnipresente. L’abbandono di qualsiasi analisi organica dei processi economico-sociali ha portato i partiti di ispirazione socialista e i sindacati a “isolarsi dalle masse” – entrando sul terreno che era del “nemico” – assecondando (e propagando) una lettura “catastrofica” della crisi economica capitalistica da cui hanno dedotto macchinalmente conseguenze ed esiti sul piano politico (riforme strutturali, austerità e tagli lineari della spesa pubblica, e restringimento degli spazi di libertà). Le socialdemocrazie – allineatesi ai centristi liberali e riformisti, e all’ideologia neoliberale incentrata sul debito e la privatizzazione di tutti gli ambiti della vita – hanno negato i fatti pratici e materiali, la complessità della vita reale, abbarbicandosi ad un “fatalismo meccanicistico” intriso di dottrinarismo e ideologismo (ad esempio, la globalizzazione, le migrazioni, il green) che attraverso schematismi e pressapochismi – ottimismo infantile o propagandismo puro, e volontarismo idealistico ed estremo – hanno svolto un ruolo funzionale alla direzione della (sovra)struttura del “tutto unico collegato”. Inoltre, negli ultimi due decenni, i così detti progressisti hanno sostenuto il “progressismo tecnologico” per cui la pervasività delle tecnologie digitali ha consolidato il “tutto unico collegato” riducendo la storia sociale a formule “algebriche” – a semplice evoluzione lineare ed oggettiva dei rapporti sociali o mero sviluppo quantitativo – che hanno spento l’iniziativa politica e che hanno depotenziato la naturale imprevedibilità della forza emancipatrice degli esseri umani, riconducendola a quantità e qualità fisse (conformismo). È in questo quadro che le socialdemocrazie (riformiste) hanno abiurato alla tradizione (socialista) di costruire una “nuova egemonia” (mondiale) accettando, invece, in modo supino la propria organicità nel quadro egemonico statunitense (finanziario e militare), ben inteso in nome della libertà e della democrazia. L’atlanticismo e il globalismo americani sono la cifra delle socialdemocrazie.
Alla socialdemocrazia si aggiungono le altre forze così dette “moderate”, cioè centriste o “ago della bilancia” per tutte le stagioni, che hanno spesso governato insieme negli ultimi decenni (con le dovute differenze è avvenuto anche in UK e US). L’insieme delle forze politiche e dei dirigenti socialdemocratici e variamente centristi hanno costituito dagli anni ’90 l’egemonia di governo promuovendo le concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economicismo.
Dopo la crisi finanziaria del 2006-2008, e ancor di più dopo le crisi geopolitiche 2011-2014, è venuta meno la capacità di quelle egemonie di governo di guida ideo-politica, mantenendo solo la funzione coercitiva e di dominio (lo stato-forza), com’è poi avvenuto con la crisi pandemica nel 2020. Quindi non è per caso che da almeno un decennio l’elettorato abbia iniziato a cercare alternative a quel gruppo egemonico (il movimento 5* in Italia, Macron in Francia, Trump in US). Entrata in crisi l’egemonia, il voto popolare manifesta la propria capacità di direzione, aspirando al potere politico. Con la crisi dell’apparato egemonico va in crisi anche il blocco storico concreto, si spezza, cioè, il nesso organico fra la struttura e la sovrastruttura. Infatti, è in questo stesso periodo (2006-2020) che con le enormi iniezioni di danaro (quantitive easing, QE) il gruppo egemonico storico sia stato lasciato “a terra” con gli elettori a gestire le crisi, mentre un nuovo gruppo egemonico totalmente finanziario, impalpabile, si sia imposto nello scenario. È avvenuta una transizione di egemonia alla quale il popolo ha reagito cercando e sostenendo gli estremi. La specificità del nuovo gruppo egemone è che non è sottoposto ad alcuna sanzione del voto popolare ma governa in modo effettivo l’orientamento del voto popolare e le scelte dei politici eletti. I dirigenti politici eletti e il popolo degli elettori sono così “ausiliari” della nuova egemonia che, in modo ancor più estremo e subdolo, mette in atto i programmi economicisti.
La nuova egemonia è “neutrale” rispetto a chi la subisce. Invece i sottoposti vivono concretamente la rottura completa e profonda del vecchio sistema di rapporti sociali. Alla rivoluzione della nuova egemonia è corrisposta la controrivoluzione popolare che ha votato per diversi populismi che, pur provenendo da altre tradizioni culturali e politiche, sono gli unici a proporre (almeno nei programmi) un’empatia sociale incentrata su identità, fede e nazionalismo. Questa controrivoluzione, sebbene abbia un crescente successo elettorale, non è ancora egemonica.
Poiché “l’egemonia è politica” la prospettiva è di uno scontro aspro tra il totalitarismo tecno-finanziario egemone (il “tutto unico collegato”) e gli insorgenti chiamati dai votanti a governare. Si tratta di uno scontro che, evidentemente, travalica le frontiere nazionali approdando nel quadro geopolitico.
Destra e sinistra sono chiaramente irrilevanti in questo scontro nel quale, paradossalmente, le forze socialdemocratiche appaiono revisioniste rispetto a quelle nazional-identitarie.
La complicazione di questa situazione è grande.
Gli esiti dipenderanno da equilibri, tutti da ricercare, che con le elezioni e la democrazia hanno poco a che fare.





