Home Politica NEOCOLONIALISMO FINANZIARIO E CANCEL CULTURE OLOCAUSTO DELL’UMANITÀ

NEOCOLONIALISMO FINANZIARIO E CANCEL CULTURE OLOCAUSTO DELL’UMANITÀ

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La Tradizione è un archetipo, un modello originario, un modello dell’arché; è, secondo Jung, un’immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana.

Pensare in modo tradizionale non significa essere conservatori e tanto meno reazionari: significa essere semplicemente umani.

Alain Finkielkraut (La sconfitta del pensiero, Lucarini), nel condurre un’analisi sul concetto di cultura, assai utile in questo periodo infame, nel quale si parla e si scrive di cancel culture da parte di sciagurati, introduce, sulla scorta di Julien Benda, i concetti di “cultura” e di “mia cultura”.

Scrive Finkielkraut: “La cultura: il campo in cui si svolge l’attività spirituale e creativa dell’uomo. La mia cultura: lo spirito del popolo al quale appartengo e che impregna sia il mio più alto pensiero e sia i più semplici gesti della mia esistenza quotidiana”.

Mentre la prima accezione riguarda un concetto astratto, quasi metafisico, di cultura, che rinvia a categorie eterne, la seconda rimanda al Volksgeist, lo “spirito del popolo” di Herder.

Il concetto di Volksgeist è di grande attualità nel dibattito politico, in quanto attiva una riflessione sull’anima della nazione, sul “noi” che c’è nell’io e sull’inconscio collettivo.

Il concetto di cultura, intesa come universale, appartenente a tutta l’umanità, si è prestato al colonialismo culturale, allorquando la “mia cultura” ha preteso di essere “la” cultura. Così è stato per l’Occidente europeo con il colonialismo, così è ora con l’eccezionalismo nord americano, attualmente degenerato nell’ideologia tecnocratico finanziaria.

Finkielkraut, riferendosi al pensiero di Lévi-Strauss scrive: “L’ignoranza sarà vinta il giorno in cui invece di voler estendere a tutti gli uomini la cultura di cui si è depositari, si saprà organizzare il corteo funebre della sua universalità; il giorno in cui, in altri termini, gli uomini detti civilizzati scenderanno dal loro promontorio immaginario e riconosceranno, con umile lucidità, che sono essi pure una varietà di indigeni”.

Conseguenza geopolitica di questa logica dovrebbe essere il multipolarismo e la fine del colonialismo.

“Il colonialismo culturale – scrive Finkielkraut – è un’operazione in due tempi: sradicamento anzitutto, distacco degli esseri da quella rete di abitudini e di attitudini che costituiscono la loro identità collettiva; ammaestramento in seguito, inculcamento dei valori dominanti elevati alla dignità di significati ideali. Coltivare la plebe vuol dire imbalsamarla, purgarla del suo essere autentico per riempirla poi con un’identità d’imprestito, esattamente come quella tribù africana cui vengono affibbiati gli antenati gallici”.

Nos ancêtres les Gaulois nei libri di storia della Francafrique. Ora la Francia viene cacciata in malo modo dal Sahel.

Con la cancel culture si intende, ora, imbalsamare la plebe, privarla della sua cultura, anche quella occidentale sottoposta ad autocensura penitenziale, per imporre un’identità d’imprestito, quella artificiale del pensiero unico politicamente corretto, ossia un’identità confezionata ad hoc dal neocolonialismo globalista tecno-finanziario.

La filosofia della decolonizzazione, pertanto, oggi fa i conti con un colonizzatore che non ha una “mia cultura” che voglia universalizzare, ma un’ideologia artificiale, spacciata per cultura universale e che ha come fine il transumanesimo e la fine della cultura: cancel culture.

Il contrasto necessario a questo neocolonialismo tecno-finanziario globalista è nel riaffermare il valore della “mia cultura”, dell’anima delle nazioni, poichè le nazioni (nazione da nascor) sono i luoghi dove si è nati, i luoghi dei padri antenati (le patrie), i luoghi delle radici.

La nazione non è una “collettività”, con buona pace del nostro presidente della Repubblica.

Quando parliamo di nazione ci si presenta un altro problema concettuale: nazione come genio, come Volksgeist (spirito del popolo) o nazione contratto sociale?

UCRAINA, SIMBOLO DELLA CONTRADDIZIONE TRA NAZIONE GENIO E NAZIONE CONTRATTO

La questione è diventata di drammatica attualità nell’Europa del 2024 che, con un’astrazione, pensava, in base alla propaganda ideologica della tecno-finanza, di aver eliminato le nazioni e con la guerra in Ucraina si è trovata a fare i conti con la forza tragica e ineliminabile della storia.

L’Ucraina che è un insieme di nazioni, intese come nazioni-genio, rivendica la sua sovranità come nazione contratto sociale.

In questo senso è sintesi simbolica dell’intero Vecchio Continente, dove le nazioni contratto sociale che accorpano le nazioni-genio sono numerose. Due esempi classici sono la Spagna (castigliani, galleghi, baschi, catalani, ecc.) e l’Inghilterra (anglosassoni, celti gallesi, celti scozzesi, irlandesi del nord ecc.).

I russi non solo rivendicano le nazioni spirito del popolo nelle provincie russofone, ma vanno alla radice: la Rus’ di Kiev, erede di quel popolo degli “uomini che remano” (rus’ nel dialetto antico scandinavo), ossia delle popolazioni meridionali scandinave che vivevano nelle regioni che attualmente fanno parte di Ucraina, Bielorussia e Russia occidentale.

Se pensiamo all’Ucraina del Volksgeist, dobbiamo mettere in conto i bielorussi, i moldavi, i tatari di Crimea, gli ungheresi, i polacchi, i rumeni.

Ucraina divisioni linguistiche ed etniche

Molti di questi popoli avanzano rivendicazioni nazionali.

Saggezza vorrebbe che nessun nazionalismo particolare possa assurgere a universale. In altri termini la “mia cultura” non deve essere imposta come “la cultura” e all’interno di una nazione contratto sociale sono da riconoscere le nazioni- genio.

L’Europa ha imparato qualcosa? No. Ha prodotto un burosauro che risponde alle logiche tecno-finanziarie.

L’Europa, come il mondo, è fatta di tante “mia cultura” che non possono essere cancellate, di tante nazioni-genio che non possono essere eliminate da una nazione contratto sociale.

“SI FOTTA L’EUROPA” – IL BISONTE DEM AMERICANO IN CRISTALLERIA

E’ in questo contesto che va collocata la strategia dei Dem Usa del Clan Clinton e dei Bush, sodali dei Clinton, la quale è stata capace di disastrare il mondo e, alla fine, di disastrare gli Stati Uniti (oggi cacciati dall’Africa assieme ai francesi a tutto vantaggio di Russia e Cina).

Victoria Nuland, con la complicità di George Soros e di Joe Biden, nel 2014 è entrata come un bisonte in cristalleria, organizzando a Kiev il colpo di Stato travestito da rivoluzione arancione.

La frase divenuta virale: “Si fotta l’Europa” dimostra, in sintesi, il pensiero della Nuland e di chi le stava dietro (la tecno-finanza) e accanto (i camerieri europei).

Gli Stati Uniti d’America, in versione clintoniana obamiana, dicevano nelle parole e nei fatti: “Si fotta l’Europa”.

E’ da quel mondo che arrivano le ideologie nefaste del green, del transumanesimo, dell’isteria climatica e della cancel culture. E’ un mondo di supponenti e tracotanti che vogliono sovrapporre le loro pseudo cultura alle “mia cultura” e finiscono con l’assassinare “la cultura”.

Una nazione contratto, come gli Usa, la cui unica “mia cultura” è quella dei Nativi, rinchiusi nelle riserve (gli altri sono tutti degli immigrati tutto sommato recenti), vuole imporre ideologie nefaste, nate in vitro dalla tracotanza della tecno-finanza, per cancellare il vero, il reale e sostituirlo con l’artificiale, il surrogato, il fasullo.

Il vero assassinio in atto è nei confronti non solo delle “mia cultura”, ma della cultura.

Sorge, a questo punto, la domanda: la cultura dell’umanità è l’insieme, non necessariamente armonico, delle varie “mia cultura”: una semplice sommatoria o altro?

La cultura dell’umanità, quella che non appartiene a questa o quella “mia cultura”, è la Tradizione: un archetipo. La possiamo trovare nell’inconscio collettivo, negli archetipi e nei simboli, nei miti, nelle fiabe.

Christian Jacq, nel suo “Le message des constructeurs de chathédrales” (J’ailu), a proposito del linguaggio dei simboli ci conduce davanti al “mulino mistico” della cattedrale di Vézelay.

La scena, scrive Jacq, è banale: un uomo mette del grano in un mulino, mentre un altro raccoglie la farina. Niente di straordinario, ma una lettura simbolica ci dice altro. “Simbolicamente – scrive Jacq – il mulino mistico è quello del mistero. E’ lo strumento attraverso il quale una saggezza antica, rappresentata da Mosè, diviene una saggezza presente, evocata da Paolo. E’ il modello che ci permette d’introdurre le nostre certezze di ieri nel mulino al fine che esse siano frantumate e divengano la presa di coscienza del domani. Così noi saremo forniti di un indispensabile nutrimento”.

Il grano della Tradizione, opportunamente molato, diviene il pane odierno.

La Tradizione, pertanto, è l’archetipo della cultura dell’umanità, il linguaggio simbolico comune dell’essere umano che ritroviamo in tutte le “mia cultura”, perché ne è il sostrato originario. Un linguaggio che nessuna intelligenza artificiale potrà mai comprendere, perché necessita dell’intelletto e non solo della ragione. E l’intelletto è il fondamento del Tutto.

Cancellare la Tradizione è il più grande delitto nei confronti dell’umanità; è il delitto della tecnocrazia finanziaria globalista e transumanista, travestita da progressimo che va denunciato e combattuto. E’ un delitto separante, in questo senso letteralmente diabolico (dia ballein), al quale il simbolo si oppone, in quanto è portale per la riunificazione.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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