
di Paola Bergamo
EFFETTO GAZA di Piero Di Nepi editore: Accademia degli Incolti 170 pagine
Niente sarà più come prima. A chi voglia comprendere il perché non resta che leggere quanto ha scritto il Professor Piero Di Nepi nel suo bel pamphlet “EFFETTO GAZA” edito dall’ Accademia degli Incolti.
La data del 7 ottobre 2023, non dissimilmente dall’11 settembre 2001, è data spartiacque destinata a restare impressa nella memoria.
Di qui prende l’avvio il libro-documento, prezioso viaggio nell’Ebraismo, in cui l’autore fa da guida esperta al lettore, pagina per pagina, catapultandolo tra storia, memoria, tradizione, in un insieme di acute indagini atte a evidenziare anche gli stati psicologici in un mix di profonda conoscenza e raffinata analisi politica.
Lo scopo è individuare linee di senso del cammino di un popolo che non sembra mai arrestarsi né quietarsi. Un popolo che, come ho scritto nella postfazione al libro, è sempre stato guardato con ingiustificato sospetto, costretto a vivere segregato come “uccelli nelle voliere” benché tanto sapere abbia donato, con la sua cultura, all’intera Umanità.
I “prima” e i “dopo” sono attimi che cambiano la “Storia”, impattano sulla nostra vita, sulla nostra sensibilità o, a seconda, fecondano a rafforzano la ferocia.
Scrive l’autore che “gli Ebrei rappresentano, ed è questo un destino al quale non possono e non devono sottrarsi, un pugno di sale, rispetto al resto dell’umanità”.
L’analisi politica delle vicende storico-politiche che hanno contraddistinto la nascita del “nuovo” stato di Israele, sorto nel secondo dopoguerra e dopo l’orrore delle Leggi Razziali e della Shoa, spingono l’autore a indagare il concetto di paura e PAURA GLOBALE.
Di Nepi scrive dopo che una pandemia planetaria ha investito e tenuto in segregazione milioni di persone, dopo che una seconda guerra europea , quella russo-ucraina, ci ha proiettato all’indietro quasi a bordo di una beffarda e infernale macchina del tempo, rianimando spettri malevoli , zombie assetati nuovamente di sangue.
Non si comprende che ogni ebrea e ogni ebreo che oggi vive nel nostro globo è un sopravvissuto.
Effetto Gaza, ha due prologhi.
Un primo prologo richiama un testo dello stesso autore scritto tredici anni fa, sotto pseudonimo, quello di Robert Gennazzano, dal titolo “13 milioni Prognosi riservata della comunità ebraica ”, un pamphlet sulla condizione ebraica.
Il secondo prologo parte dal 7 ottobre e prende in considerazione come l’attacco di Hamas e le conseguenze cui ha dato vita impatteranno e per sempre nella condizione ebraica e non solo.
Un qualcosa che se riguarda lo Stato di Israele non si esaurisce nell’alveo dei confini territoriali dello stesso perché impatta sulla condizione ebraica nel mondo. Una condizione che ha numerose sfumature ed è un labirinto indistruttibile di significati.
Lo Stato Ebraico è uno Stato costretto a vivere come “sentinella” sempre sul chi vive per difendersi da nemici irriducibili capaci di porre in essere azioni estreme, anche al di là di ogni ponderabilità prevedibilità e ragionevolezza.
Con grande onestà intellettuale Piero di Nepi rileva le tante difficoltà insite in un Israele che è Stato che ha accolto e messo insieme un potpourri fatto di enigmatici ultraortodossi, di irresponsabili nazionalisti che convivono con altri Ebrei legati alla tradizione di intelligenza, tolleranza e devozione al Nome del Creatore di tutto.
Una sfida grande quella di riuscire a far “convivere e conciliare la Halachà della tradizione con il lavoro super robotizzato del sabato ebraico”.
Di Nepi sottolinea che la Halachà con le sue radici antichissime è, nel complesso e nella sua complessità, molto più intransigente della più nota Sharia dell’Islam di cui l’Occidente ha forse maggior contezza ma della quale resta un’altrettanta conoscenza superficiale.
Quanto si consuma in Medio Oriente (non dissimilmente da quanto avviene in Ucraina) è qualcosa che riguarda l’umanità tutta che dovrà adattarsi a forme nuove di convivenza su un pianeta in inarrestabile e irreversibile trasformazione.
In Israele, quel piccolo grande tratto di terra antica, organizzato da principio nello spirito laborioso dell’utopia socialista dei Kibbutzim, è il miracolo di una collettività che è riuscita a rendere fertile l’arido deserto e produrre meraviglie tecnologiche spesso fatte confluire negli armamenti per rispondere allo stato di necessità che è di sopravvivenza in un’area geografica instabile resa tale anche per il confluire e l’intrecciarsi dei più importanti interessi economici del mondo.
Lo Stato di Israele, fondato come risarcimento esistenziale e assicurazione sulla vita per i sopravvissuti dell’Olocausto dopo il 7 ottobre ha palesato una fragilità che rafforza chi ne desidera la distruzione, la cancellazione l’annientamento.
Serve anche far chiarezza di linguaggio, quando ci si approccia a temi delicati e importanti come questi. La chiarezza è essenziale per evitare quelle banalizzazioni e superficialità che caratterizzano il nostro tempo. Nei sit-in e nelle manifestazioni si esalta l’odio e ci si esprime come se antigiudaismo, antisemitismo, antisionismo, antiebraismo fossero sinonimi mentre così non è.
Israele è lo Stato che come sistema deve necessariamente conciliare le proprie identità storiche che, nel caso degli Ebrei sono molteplici e spesso tra loro conflittuali ma che con la visione di Theodor Herzl avrebbero dovuto trovare una loro armonizzazione.
Ma allora cosa sta succedendo? C’è che “la mattina di Shabbat Simchàt Torà nel giorno 22 del mese di Tishrì 5784 è finito il vecchio mondo degli ebrei sia nelle diaspore che nel risorto Stato di Israele, dopo la distruzione del Secondo Tempio e dopo la Shoa. Non tornerà di nuovo, e soprattutto non potrà essere come precariamente fu”. E’, quello di Di Nepi, un grido di dolore anche per la consapevolezza che la memoria e il ricordo non saranno mai più un sufficiente deterrente.





