di Vito Schepisi
Les Republicains in Francia – il partito di centrodestra fondato nel 2015 da Nicolas Sarkozy, sul solco del percorso politico dell’Unione dei Democratici per la Repubblica (ULDR), il partito che fu di Charles De Gaulle, primo Presidente della Repubblica Francese e del suo successore e capo del partito gollista Jaques Chirac – aprono a Marine Le Pen, la trionfatrice delle ultime europee in Francia (31,4%) e 30 seggi su 81.
Se non ci aspettassimo un futuro ancora da comporre, non si potrebbe non tenere conto che tutto parte da un passato che c’è stato e che nulla cambierebbe se non costituisse anche la base per una nuova storia del futuro.
Volendo, però, si potrebbe anche applicare al pragmatismo politico la teoria sulla “conservazione della massa” di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
Per tornare ai fatti, ciò che di sicuro più interessa al popolo europeo è cambiare.
L’area delle mutazioni, però, nonostante la persistenza delle incrostazioni ideologiche, non andrebbe vista solo in termini di numeri o in funzione dell’allargamento degli spazi da occupare in una operazione di potere.
L’importanza di questa apertura, se andrà in porto, andrebbe valutata nella capacità di fungere da apripista al pluralismo ed alla fungibilità delle istanze.
E non sarebbe un vulnus al principio della democrazia che è palestra di confronto e di scelta.
L’Europa che s’apre alla creazione del bilanciamento delle forze e delle istanze, su cui collocare nuovi equilibri di contenuti e di gestione, in definitiva è nella sostanza del sistema democratico.
L’obiettivo è quello di raggiungere sia una maggiore centralità e coesione dei popoli, salvaguardando le loro tradizioni e la loro cultura, e sia il bilanciamento delle condizioni sociali dei cittadini europei.
Ed è ciò che si sente dire nei convegni e che si legge sugli editoriali dei giornali.
Parole, però, che fino ad ora, sono servite solo a riempire gli elenchi dei buoni propositi, senza creare valore aggiunto, lasciando irrisolte la criticità e facendo, invece, crescere, senza smaltirlo, l’accumulo delle istanze e dei bisogni di chi vive le cose dal vero.
Se si andasse oltre e se si passasse, dalle immagini e dalle buone intenzioni, alla realizzazione d’una vera Europa dei popoli, sarebbe un grande passo avanti.
L’Europa come una comunità in cui sicurezza, diritti ed opportunità diventino traguardi reali, diverrebbe una comunità in cui sarebbe facile riconoscersi.
Anche quell’Europa che si sofferma sull’allargamento della platea delle scelte di genere e che manifesta comprensione per le diversità, in verità, appare confusa tra le spinte ideologiche e le perplessità etiche. La sensazione è che si omettano questioni importanti come, ad esempio, le leggi della natura e la serenità nella formazione dei giovani.
Mancano le riflessioni e la percezione dei confini immateriali, ad esempio per l’etica religiosa e per quella formativa e sociale, ed anche questo appare come un contributo alla confusione.
La riservatezza, ed il rispetto degli altri, inoltre, valgono molto più della volgarità dell’eccessiva ostentazione, manca anche la consapevolezza che le provocazioni, invece di ridurre l’incomprensione, alimentino la conflittualità.
In questa Europa, inoltre, è in crisi il sistema dell’accoglienza: integrazione, reciproca tolleranza, regole e solidarietà tra i paesi della Comunità sono parole più volatili del vento.
Da qualsiasi parte la si guardi, per l’Europa non vien fuori l’immagine laica e civile che soddisfi l’animo di chi pensa che il rispetto per tutti, senza mortificare i sentimenti di nessuno, sia la chiave per aprire a quell’Unione di popoli, di storie e di culture in cui sia virtuoso potersi riconoscere.
Tutte le scelte e le spinte sostitutive ed integrative, della Comunità, andrebbero invece ponderate coi sentimenti dei cittadini (tutti e di tutti i paesi) ed andrebbero sviluppate partendo dal basso dei bisogni reali, anziché dalla prepotenza della spinta (a volte anche violenta) di minoranze che prevaricano e che con molta arroganza scambiano come diritti, la richiesta di privilegi.
Con questi dubbi, lo si vede ancora lontano il traguardo di quell’Europa vera, unita e solidale che, invece, si vorrebbe realizzare.
Quali le ragioni?
Tantissime e tra queste, in primis, l’incapacità della classe politica europea di guardare col dovuto distacco al consolidamento nei popoli del sentimento europeo.
Dire, come accade spesso, che questa Europa non ci piace, appare riduttivo, se non è seguito da iniziative e da più attenzione ai bisogni. L’Europa che abbiamo conosciuto, tra l’altro, necessita d’un deciso spostamento del baricentro politico.
Se l’estremismo è da stigmatizzare, non va bene neanche neutralizzare l’equilibrato confronto tra le istanze sociali e le richieste di sicurezza, di lavoro, di opportunità e di equità.
L’ideale sarebbe lavorare tutti insieme alla crescita della cultura del Bene di tutti gli Stati, tutelando, l’occupazione, le qualità territoriali, il senso di sicurezza, il bisogno di certezze, le iniziative imprenditoriali, una giustizia neutrale, il Territorio e la circolazione della conoscenza.
L’Europa dei divieti, degli ostacoli, delle quote e degli obblighi che fa comodo ai furbi, alle lobbies, alla speculazione finanziaria e alle spinte monopolistiche delle multinazionali, non piace, invece, al popolo e danneggia nel complesso persino il sistema competitivo che richiede l’omogeneità delle opportunità.
Non sarebbe male, pertanto, rimescolare un po’ di cose e guardare al superamento di quel modo sistemico della Commissione per favorire o per ostacolare qualcuno o qualcosa.
L’obiettivo non può essere lo scontro ideologico e la prevalenza d’una maggioranza di destra o di sinistra, ma la ricerca delle soluzioni che siano a garanzia dell’interesse dei popoli, rigirando i paletti del pregiudizio ideologico, del particolarismo di comodo e delle spinte speculative.
Una soluzione potrebbe essere quella di scavalcare le ideologie, facendo così venir meno le opzioni e le scelte di “destra” o di “sinistra”, per puntare al pragmatismo delle opportunità.
Sull’orizzonte ci sono gli “Stati Uniti d’Europa” che possono diventare il nobile obiettivo da realizzare.




