
Negli stessi giorni nei quali si sbloccano i contributi Usa per l’Ucraina, Foreign Affairs, autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali (la sua pubblicazione, con cadenza bimestrale, avviene a cura del Council on Foreign Relations) esce con un articolo relativo ai negoziati di pace tra Russia e Ucraina avviati dal 28 febbraio 2022 (a 4 giorni dall’invasione delle truppe di Mosca).
Negoziati che, a quanto pare, erano assai vicini ad un accordo.
Una ricostruzione degli storici e analisti politici Samuel Charap e Sergey Radchenko su Foreign Affairs, afferma che Putin era pronto, almeno fino alla vigilia di un potenziale incontro con Zelensky, a “concessioni” importanti (non dimenticando che era ed è l’aggressore).
https://www.foreignaffairs.com/ukraine/talks-could-have-ended-war-ukraine
“I colloqui – scrivono Charap e Radchenko – partirono il 28 febbraio in una delle spaziose residenze di campagna di Lukashenko vicino al villaggio di Liaskavichy, a circa 30 miglia dal confine tra Ucraina e Bielorussia. Al primo incontro, i russi presentarono una serie di dure condizioni, chiedendo di fatto la capitolazione dell’Ucraina. Ma mentre la posizione di Mosca sul campo di battaglia continuava a deteriorarsi, le sue posizioni al tavolo dei negoziati diventavano meno esigenti. Così, il 3 e il 7 marzo, le parti tennero un secondo e un terzo round di colloqui, questa volta a Kamyanyuki, in Bielorussia, appena oltre il confine con la Polonia. La delegazione ucraina presentò le proprie richieste: un cessate il fuoco immediato e la creazione di corridoi umanitari che permettessero ai civili di lasciare in sicurezza la zona di guerra. Fu durante il terzo round di colloqui che russi e ucraini sembra abbiano esaminato alcune bozze di accordo. Secondo i russi, si trattava di bozze che la delegazione aveva portato da Mosca e che probabilmente riflettevano l’insistenza sullo status di neutralità dell’Ucraina”.
Agli incontri in presenza sono seguiti incontri on line
“Il 10 marzo – aggiungono i due storici di Foreign Affairs – il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, allora ad Antalya, in Turchia, per un incontro con il suo omologo russo, Sergey Lavrov, parlò di una «soluzione sistematica e sostenibile» per l’Ucraina, aggiungendo che gli ucraini erano «pronti a discutere» le garanzie che speravano di ricevere dagli Stati membri della Nato e dalla Russia”.
Nell’incontro del 29 marzo 2022 a Istanbul era pronta una bozza di comunicato che Charap e Radchenko hanno ottenuto in versione integrale. Era un testo redatto in gran parte dagli ucraini e provvisoriamente accettato dalla delegazione russa come base per un trattato. In esso, l’Ucraina sarebbe diventata uno Stato permanentemente neutrale e senza armi nucleari, avrebbe rinunciato all’adesione alla Nato e ad altre alleanze militari e a permettere la presenza di basi o truppe straniere sul proprio territorio. Possibili garanti dell’intesa, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (inclusa la Russia) insieme a Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia.
Il comunicato stabiliva che, se l’Ucraina fosse stata attaccata e avesse richiesto assistenza, tutti gli Stati garanti sarebbero stati obbligati a fornire assistenza a Kiev per ripristinare la sua sicurezza. Inoltre, si chiedeva alle due parti di cercare di risolvere pacificamente la disputa sulla Crimea nei successivi 15 anni. Malgrado la neutralità, l’Ucraina avrebbe potuto avvicinarsi alla Ue e non c’erano ostacoli espliciti all’ingresso.
Acquistano, in questo quadro, un significato preciso gli accordi decennali di collaborazione di Francia, Germania e Italia con Kiev che sembrerebbero muoversi nella direzione della funzione di garanti come scritto nel comunicato poi non reso noto.
I due analisti di Foreign Affairs scrivono di “concessioni” straordinarie da parte di Putin, che in precedenza aveva esercitato forti pressioni sul presidente Viktor Yanukovych affinché si recedesse da un semplice accordo di associazione con l’Europa e, soprattutto, non aveva mai accettato di rimettere in discussione lo status della Crimea occupata.
Ma, se anche la delegazione russe si mostrava ottimista il 29 marzo, i fatti delle settimane seguenti rimisero tutto in gioco.
Per quale motivo tutto è finito nel nulla? Il vero nodo, stando alla ricostruzione, sarebbe stato, da parte americana e anche europea, l’obbligo di intervenire in un confronto diretto con la Russia secondo clausole onerose che Washington e altri capitali non erano così desiderose di siglare.
Le trattative continuarono tra le parti per la messa a punto del documento.
Non si trattava sul cessate il fuoco e sull’assetto territoriale finale, ma sulle modalità dell’intervento dei garanti e sul ruolo della Russia stessa in quel quadro di tutele di sicurezza.
Mosca premeva per l’abolizione di alcune leggi ucraine nella linea della pretesa “denazistificazione” del Paese, una misura ritenuta irricevibile da Kiev.
Un altro elemento controverso fu la dimensione dell’esercito ucraino che, secondo il Cremlino, doveva ridursi a 85mila effettivi con solo 342 carrarmati e missili con una gittata massina di 40 chilometri, ossia una forza armata impossibilitata a colpire la Russia.
Secondo la ricostruzione, l’obbligo di fatto di entrare in guerra con la Russia nel caso di un nuovo attacco ridusse l’appoggio degli Stati Uniti al negoziato, nelle stesse settimane in cui venivano aumentate le forniture di armi e la pressione su Mosca, con sanzioni economiche.
Evidentemente da parte degli Usa e degli europei si preferì puntare sulla possibilità di una risposta di Kiev, anche in ragione degli sbagli strategigi dei russi nella prima fase del conflitto.
Secondo Charap e Radchenko, l’impegnarsi diplomaticamente con la Russia non era, a quel punto, la priorità dell’Occidente.
Zelensky e gran parte della sua opinione pubblica, nel frattempo, erano convinti in misura crescente di poter resistere all’invasore e forse anche di vincere la guerra.
Da aprile 2022 l’Ucraina irrigidì dunque la sua posizione nella trattativa. Mise la precondizione del ritiro russo dal Donbass, inaccettabile per Putin. E così, dopo il 15 aprile, i negoziati di fatto naufragarono e gli incontri finirono.
Resta il fatto che sia Putin sia Zelensky, per ragioni diverse, erano all’epoca disposti a fare concessioni.
In questo quadro fornito dai due analisti ci sono tutti gli errori successivi, dalle sanzioni a Mosca, agli aiuti altalenanti a Kiev, fino alla follia di suggerire una controffensiva da condurre in base alla dottrina Nato, senza tener conto che Kiev non aveva copertura aerea.
Errori su errori, tatticismi di bassa lega, incapacità diplomatica, insipienza politica e militare hanno portato all’attuale situazione, con centinaia di migliaia di morti, un’Europa disastrata economicamente, un’America che non sa come chiudere la vicenda senza perdere la faccia e alcuni leader (si fa per dire ) europei che si propongono come alleati di Kiev fino a spingersi sulle soglie del conflitto, che porterebbe in guerra la Nato.
Non mancano gli errori di Zelensky, che ha sopravvalutato e sopravvaluta il suo potenziale e continua a parlare a vanvera di vittoria.
E’ ancora possibile chiudere la vicenda? Chiaramente, oggi, solo con una perdita di territori da parte di Kiev e con accordi che vedano i garanti entrare non come possibili cobelligeranti, ma con attività politiche e militari svolte come forze internazionali di pace delle Nazioni Unite, con lo scopo di mantenere gli accordi sottoscritti dalle parti.
Il fatto di aver reso noto quanto è avvenuto nel 2022 può significare che la strada da percorrere sia simile a quella e che Kiev non deve sperare di coinvolgere Usa e Europa nel conflitto, in quanto già allora il fallimento degli accordi si scontrò proprio con questo nodo.
Il problema è che, in questa fase, Usa ed Europa sono in una fase di transizione elettorale e, pertanto, fino all’autunno, dopo le elezioni americane, sarà difficile avere autorevoli attori politici in grado di intavolare qualsiasi trattative.
Non a caso gli aiuti dati dagli Usa servono solo alla sopravvivenza.





