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NUOVO CONTRATTO SOCIALE, DARE VOCE ALLA SPERANZA

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di Giuseppe Augieri
 
Si è avviato sul Nuovo Giornale Nazionale un dialogo che mi entusiasma. Ringrazio Silvano Danesi per averlo consentito con i suoi interventi di grandissimo interesse e Sandro Roazzi per partecipare con continuità.
A me sembra che non ci siano sostanziali differenze tra noi nel prospettare, con le nostre analisi, la necessità di uscita dalla situazione che si è creata nel Paese. L’invito che mi viene mosso è di non “sognare” perché gli “oppositori” sono molti e sono forti, si è persa la cultura di un confronto serio e non c’è, fisicamente, la persona – o il gruppo – che potrebbe abbracciare una battaglia così difficile e vasta. Sono tutte osservazioni che condivido assolutamente. Con un però.
Sono consapevole della mancanza, ad oggi, dei presupposti culturali, sociali, personali per un nuovo contratto Produzione/Welfare. I soggetti “contraenti” si sentono estranei alla logica che sottende tale contrattazione, non ne vedono l’utilità e non ne accettano le premesse culturali, non hanno a disposizione la strumentazione necessaria. E qui entra in ballo la Politica ed il Governo: una qualche legislazione di sostegno e l’impegno a discutere con tutti i corpi intermedi sono questioni che brillano per la loro assenza. Ovviamente, i corpi intermedi si guardano bene dal rivendicarlo seriamente. Impegnati a fare campagna elettorale….
Già. Ma se chiunque di questi soggetti immagina, anche lontanamente, che la situazione in fermento che stiamo vedendo sobbollire resti così, e che essa si possa gestire nelle forme e con le procedure tradizionali, vuol dire che vive fuori del mondo. Quello che sta accadendo in campo internazionale (continuerà a sgolarmi nel chiedere che si guardi con raziocinio agli avvenimenti in corso ed alle relative tendenze e conseguenze) e nel nostro Paese sta spostando tutto il vivere civile verso un sconvolgimento che andrà gestito. Meglio se preparandosi a tempo; e proponendo una “rivoluzione” con le caratteristiche del socialismo del Bad Godesberg da contrapporre “senza pietà” al ricorso al populismo che – e questo bisogna dirlo con chiarezza – sta distruggendo ogni prospettiva economica. Rivoluzione: e non uso a caso il termine.
Il rimprovero che si muove al Governo di non avere prospettive non individua, a mio parere, il nucleo della inadeguatezza attuale. Che può riassumersi nel poter toccare con mano che la politica dei bonus – intesi in senso ampio anche di facilitazioni e incentivi – di fatto sostituisce la contrattazione e, soprattutto per i redditi più bassi, consegna il destino della sopravvivenza nelle mani dello Stato. Ma nel caso attuale, nelle mani del Governo, tacciato di neo-fascismo. E, su questo, con il consenso, e talvolta col plauso, dell’opposizione.
Riprendere la contrattazione è obbligatorio: se non lo faranno le Confederazioni ci penseranno i sindacati di base, o qualsiasi altro soggetto che vorrà farlo. E poiché la politica “delle mance” e degli interventi a pioggia è in via di esaurimento (si dà per scontata la procedura di infrazione per debito eccessivo da parte UE e Meloni – nella disattenzione generale quando si sarebbe dovuto contestarglielo – rivede ora in negativo l’Outlook per il 2025 su fisco e aiuti alla imprese) il momento di scontro potrebbe essere esplosivo. Di Masanielli in giro ve ne sono.
Riprendere la contrattazione: ma come? Lo so che le condizioni attuali sono lontane dalle logiche della codecisione. E concordo con Danesi che lo sono dall’involuzione sindacale in poi. Ma già, prima, l’idea di “ammorbidire” la logica dello scontro per porre le condizioni di una trattativa sull’argomento era un tabù. Ed invece quella svolta era nell’aria già dopo il mitico contratto dei metalmeccanici del 1969: l’alfiere del moderatismo, Indro Montanelli, scriveva sulla sua “Stanza”, in termini positivi, sulla “partecipazione” come obiettivo inevitabile ed anche giusto di coronamento di quella stagione. Io stesso ho avuto esperienze importanti, negli anni ’80, nell’ENEL e nell’ITALGAS di quanto poteva valere un rapporto di questo tipo, sia per i lavoratori e sia per le aziende, avendo instaurato un rapporto strettissimo (ma purtroppo personale) con i consiglieri socialisti dell’Enel (ma anche – e non poco – con il consigliere di area comunista) e con il Presidente del gruppo ITALGAS che mi consentivano di poter, anche se in minima parte, realizzare quel “sistema duale” che la 5° direttiva CEE – quasi in derivazione dello spirito della socialdemocrazia che permeava l’Europa dell’epoca – prevedeva. Nella CISL, ma soprattutto nella CGIL, di categoria ci fu ostracismo che divenne vincente con la privatizzazione dei due servizi pubblici. Non commento.
Ora vediamo cosa ha portato l’essere lontani da quel modo di intendere la contrattazione. Faccio solo un esempio. Si parla del PNRR e dei suoi oltre 220 miliardi di investimenti che sta consentendo. Poi si parla del disastro dei 200 miliardi del 110%: che sono però comunque investimenti. E qualche altra cosetta di investimento viene dalla manovra di bilancio. Ma quale Paese, con quasi 450 miliardi di investimento riesce si a crescere nell’occupazione (inutile fare gli sciocchi: c’è) ma mantiene un incremento di PIL del tutto irrisorio? E’ solo un riflesso delle crisi internazionali, visto che anche la Germania soffre ed è addirittura in recessione, o c’è qualcosa che non consente – al di là di rendite speculative e di arricchimenti facili, ancorché legali – uno sviluppo? E quanto di questo sviluppo si tramuta in distribuzione di ricchezza ed in Welfare?. Tutta colpa di Meloni?
Giungo al redde rationem : si può immaginare una ripresa di contrattazione in un clima di scontro? Si può immaginare che da esso si esca vincitori, date le premesse? Si può immaginare che, anche con qualche euro in più in busta paga, i problemi che sottostanno alle questioni sollevate saranno risolti o anche solo attenuati?
E se davvero allo scontro bisogna arrivare, ha senso prevederlo per mantenere in piedi un contratto sociale che ha prodotto questi guasti e non avrebbe mai potuto produrne di meno? Quante e quali aziende ci guadagnano? E la finanza non speculativa?
Lo so: è difficile. Lo è ogni rivoluzione, specie se pacifica. Ma che altro possiamo fare? Scelgo di parlarne, nella speranza che inizi un dialogo che faccia diventare questo argomento “popolare”. Qualche figura è possibile che esca fuori a guidare il tutto: possibile anche se poco probabile. Se stiamo zitti la speranza è però meno di zero. Ed io parlo, e parlo, e parlo. Perdonatemi.
 

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  • Redazione

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