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LA NUOVA LEGISLAZIONE DI HONG KONG: QUALE FUTURO CI ATTENDE?

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Una prima analisi sul futuro prossimo della nuova Cina emersa dal XX Congresso del PCC del 2023 e, di conseguenza, anche sul nostro – quando il Partito Comunista Cinese voleva che Hong Kong restasse una colonia britannica ben poco democratica.

Ogni giorno che passa il surrettizio tema principale che fa da sfondo agli accadimenti internazionali di maggior rilievo del momento è rappresentato dalle mosse e dalle dichiarazioni di Beijing: il vero motore immobile della geopolitica attuale in virtù del sapiente, sin qui, giocare di rimessa lasciando, ma solo in apparenza, che l’Occidente conduca la sua estenuante, tediosa ed oltremodo alquanto strategicamente prevedibile ed infruttuosa partita a scacchi.
In questo senso il presente articolo, che non ha preso casualmente le mosse da un recente editoriale del prof. Giancarlo Elia Valori apparso su le Formiche del 22 Marzo 2024, intitolato “Alcune riflessioni su Xiannnang (detta Hong Kong). L’opinione di Valori” , significativamente sottotitolato con le seguenti inequivocabili parole “Le incomprensioni occidentali sulla nuova legislazione riguardo la salvaguardia della sicurezza nazionale a Hong Kong, tra storia ed attualità. L’opinione di Giancarlo Elia Valori” e che in apertura testualmente recita “L’imperialismo nelle sue forme più orrende – che sono colonialismo e neocolonialismo – perde il pelo ma non il vizio”, rappresenta il concreto tentativo di proporre, come recita il sottotitolo, una prima analisi sul futuro prossimo in fieri della Cina –così come del nostro– in quanto il summenzionato editoriale non poco si configura come un testo oltremodo degno di ben figurare tra i comunicati ufficiali di quel Ministero degli Esteri Cinese che dubito, in questa circostanza, ne avrebbe –e di fatto ne ha– potuto redigere uno meglio concepito, articolato e strutturato non solo dal punto di vista comunicativo, in risposta alle critiche piovute da più parti riguardanti la nuova legislazione cinese sulla salvaguardia della sicurezza nazionale a Xianggang.
Critiche oltremodo circostanziate che il noto accademico ha mirabilmente riassunto scrivendo “Per quanto riguarda la nuova legislazione sulla salvaguardia della sicurezza nazionale a Xianggang, le incomprensioni e le polemiche di alcuni si concentrano principalmente su questi punti: 1) il processo legislativo è troppo veloce; 2) la nuova ordinanza è troppo severa e alcune disposizioni sono troppo ambigue, dando ampio spazio alle spiegazioni e conferendo così maggiori poteri alle forze dell’ordine; 3) la legge viola i principi dei diritti umani e può ostacolare le imprese straniere e mettere in pericolo gli stranieri che vivono a Xianggang; 4) la legge spinge ulteriormente Xianggang a perdere unicità e competitività nel mondo, rendendola una città che non ha alcuna differenza con le altre città della Cina continentale  e nel finale stigmatizzato, dopo un’ampia ed articolata premessa, scrivendo con piglio deciso, per quanto concerne i rilievi di cui ai punti 1), 2) e 3).

“Rispondiamo:
1) Se c’è l’accordo dei membri del Consiglio legislativo non si capisce perché sia troppo veloce; è ridicolo specie a dirlo in Italia, ove i cittadini si lamentano per la lunghezza eccessiva degli iter giurisprudenziali, processuali e burocratici.
2) Non è di terzi giudicare la severità e il merito delle leggi di un altro Paese, ma è il suo popolo che si esprime attraverso le istituzioni rappresentative; e questo lo afferma il diritto internazionale; a meno di intervenire con bombardamenti umanitari e armi sofisticate per far cambiare idea ai popoli; del resto sì facendo eliminerebbero del tutto le forze dell’ordine a Xianggang come dai predetti auspicato.
3) La violazione dei diritti umani, il cui primo è la vita, va chiesta alla gente di Dresda, Hiroshima, Nagasaki; ai popoli di Vietnam, Iraq, Afghanistan e a quelli di Africa e di altre parti del mondo, quali carne da cannoni dell’industria bellica occidentale”
Una risposta che, rispecchiando palesemente in toto lo spirito, i toni ed i contenuti con cui in passato sono stati redatti i testi apologetici di qualsivoglia governo marxista, o presunto tale, tanto in Oriente quanto in Occidente, nonché come da copione essendo naturalmente preceduta da un ampio preambolo storico introduttivo canonicamente esteso ––volutamente sottolineando quanto torna utile sottolineare e volutamente omettendo quanto torna più utile omettere–, finisce non solo per essere perfettamente in sintonia con lo spirito da sempre informante le piccate risposte dell’establishment cinese alle critiche di matrice Occidentale, ma anche come un qualcosa che recependo in pieno il pensiero dominante attuale di Beijing finisce per costituirsi esso stesso come una implicita conferma della fondatezza delle critiche che il testo di legge recentemente approvato ha scatenato, potendosi il tutto –sia detto per inciso– perfino configurare come il perfetto cappello introduttivo di qualsivoglia sentenza di condanna emessa nei confronti di coloro che da qui in avanti si troveranno rinviati a giudizio in quanto rei –ai sensi della legge recentemente approvata– perfino della sola detenzione di testi esprimenti opinioni ed idee contrarie a quelle del Governo cinese, ovvero rei di auspicare un processo di democratizzazione del Paese, per altro sempre osteggiato dalla Cina.
Personalmente ritengo che un tale modo di intendere il diritto e la libertà di espressione in Cina si configuri come perfettamente in linea con le scelte di qualsivoglia dittatura e non certamente con quanto si vuole presentare come il frutto del legittimo interesse per la tutela della sicurezza nazionale di un Paese civile.
Che le colpe dell’Occidente sia attuali che pregresse siano e siano state immense è un fatto inoppugnabile, nel contempo però vorrei evidenziare che qualora per nostra disgrazia fossimo in presenza di una analoga legge per “la salvaguardia della sicurezza nazionale”, un articolo come quello da cui ha preso le mosse questa disamina di fatto si configurerebbe non solo come passibile di un censura, ma anche meritorio a pieno titolo della istruzione di un procedimento penale a carico del suo autore.
Ma veniamo al testo di legge licenziato dal Governo cinese
Dal punto di vista formale, come è possibile leggere a pag. 2 dell’interessante pubblicazione intitolata “Legislative Council Brief– Safeguarding National Security Bill – File Ref.: SBG/3/101/2024” alla voce Justification, l’elaborazione di un provvedimento ispirato da quanto qui si legge testualmente al punto 1) –“La Regione amministrativa speciale di Hong Kong (“RASD”) ha il dovere costituzionale di salvaguardare la sicurezza nazionale. L’articolo 23 della Legge fondamentale stabilisce chiaramente che la HKRAS deve emanare leggi proprie per vietare qualsiasi atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il governo popolare centrale o furto di segreti di Stato, per vietare alle organizzazioni o agli organismi politici stranieri di svolgere attività politiche nella HKRAS e per vietare alle organizzazioni o agli organismi politici della HHRAS di stabilire legami con organizzazioni o organismi politici stranieri”— è ineccepibile dal punto di vista del diritto di un qualsiasi Stato di provvedere alla tutela della propria sovranità, ben diverso è il come intende provvedervi e, soprattutto, cosa i tende porre in essere pretestuosamente invocando quel principio.
Ed infatti, tra i tanti passaggi di cui si compone il testo della “Safeguarding National Security Ordinance” ve ne è uno, nello specifico la Division 4 tratta dalla Part 3 –Insurrection, Incitement to Mutiny and Disaffection, and Acts with Seditious Intention, etc., che fa esattamente al caso nostro in quanto testualmente recita:
“Divisione 4 Atti con intento sedizioso ecc.
23.Intenzione sediziosa
(1) Ai fini della presente Divisione:
a) una persona compie un atto con intenzione sediziosa se compie l’atto con una o più delle intenzioni specificate nella sottosezione (2); e
b) un atto, una parola o una pubblicazione è un atto, una parola o una pubblicazione con intenzione sediziosa se l’atto, la parola o la pubblicazione ha una o più delle intenzioni specificate nella sottosezione (2).
(2) Le intenzioni sono le seguenti:
a) l’intenzione di portare un cittadino cinese, un residente permanente di Hong Kong o una persona nella HKSAR all’odio, al disprezzo o alla disaffezione nei confronti dei seguenti sistemi o istituzioni:
i) il sistema fondamentale dello Stato stabilito dalla Costituzione della Repubblica popolare cinese;
ii) un’istituzione statale ai sensi della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese; o
iii) i seguenti uffici delle autorità centrali di Hong Kong:
(A) l’Ufficio di collegamento del Governo centrale del popolo nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong;
(B) l’Ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale del Governo centrale del popolo nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong;
(C) l’Ufficio del Commissario del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong; o
(D) la Guarnigione di Hong Kong dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese;
b) l’intenzione di portare un cittadino cinese, un residente permanente di Hong Kong o una persona nella HKSAR all’odio, al disprezzo o alla disaffezione nei confronti dell’ordine costituzionale, dell’autorità esecutiva, legislativa o giudiziaria della HKSAR;
c) l’intenzione di incitare qualsiasi persona a tentare di procurare l’alterazione, con mezzi diversi da quelli leciti, di:
i) qualsiasi questione stabilita in conformità con la legge dalle autorità centrali in relazione alla HKSAR
ii) qualsiasi questione stabilita in conformità alla legge della HKSAR;
d) l’intenzione di causare odio o inimicizia tra diverse classi di residenti della HKSAR o tra residenti di diverse regioni della Cina;
e) l’intenzione di incitare qualsiasi altra persona a compiere un atto violento nella HKSAR;
f) l’intenzione di incitare qualsiasi altra persona a compiere un atto non conforme alla legge della HKSAR o a non obbedire a un ordine impartito ai sensi della legge della HKSAR.
(3) Tuttavia,
a) se una persona compie un atto solo con una delle intenzioni specificate nel comma (4), l’atto non è compiuto con intento sedizioso; e
b) se un atto, una parola o una pubblicazione ha solo una delle intenzioni specificate nel comma (4), l’atto, la parola o la pubblicazione non è un atto, una parola o una pubblicazione con intento sedizioso.
(4) Le intenzioni sono le seguenti:
a) l’intenzione di esprimere un parere sul sistema o sull’ordinamento costituzionale di cui al comma (2)(a) o (b), al fine di migliorare il sistema o l’ordinamento costituzionale;
b) l’intenzione di segnalare una questione in merito a un’istituzione o autorità di cui al comma (2)(a) o (b), al fine di esprimere un parere sul miglioramento della questione;
c) l’intenzione di persuadere qualsiasi persona a tentare di ottenere la modifica, con mezzi leciti, di:
i) qualsiasi questione stabilita in conformità alla legge dalle Autorità centrali in relazione alla HKSAR; o
ii) qualsiasi questione stabilita in conformità alla legge nella HKSAR;
d) l’intenzione di segnalare l’esistenza di odio o inimicizia tra diverse classi di residenti della HKSAR o tra residenti di diverse regioni della Cina, o la tendenza a produrre tale odio o inimicizia, al fine di rimuovere l’odio o l’inimicizia.
24. Reati in relazione all’intento sedizioso
(1) Una persona che-
a) con intento sedizioso-
i) compie un atto con intento sedizioso; o
ii) pronuncia una parola con intento sedizioso;
b) sapendo che una pubblicazione ha un intento sedizioso, stampa, pubblica, vende, offre in vendita, distribuisce, mostra o riproduce la pubblicazione; o
c) importa una pubblicazione che ha un intento sedizioso, commette un reato ed è passibile di condanna per imputazione a 7 anni di reclusione.
(2) Una persona che collabora con una forza esterna per fare quanto segue:
a) con intento sedizioso –
i) compiere un atto con intento sedizioso; o
ii) pronunciare una parola con intento sedizioso;
b) sapendo che una pubblicazione ha un intento sedizioso, stampare, pubblicare, vendere, offrire in vendita, distribuire, mostrare o riprodurre la pubblicazione; o
c) importare una pubblicazione con intento sedizioso,
commette un reato ed è passibile di condanna in appello alla reclusione per 10 anni.
(3) Una persona che, senza una ragionevole giustificazione, possiede una pubblicazione con intento sedizioso commette un reato ed è passibile di reclusione per 3 anni in caso di condanna in appello.
(4)In questa sezione-
pubblicare (發布) include-
a) comunicare in qualsiasi forma, compresa la parola, la scrittura, l’affissione di avvisi, la radiodiffusione, la proiezione e la riproduzione di nastri o altro materiale registrato; e
b) diffondere o rendere disponibile.
25. Non è necessaria la prova dell’intenzione di incitare al disordine pubblico o alla violenza
(1) Nei procedimenti per un reato ai sensi dell’articolo 24(1)(a) o (2)(a) –
a) non è necessario provare che la persona compia l’atto o pronunci la parola con l’intenzione di incitare qualsiasi altra persona a compiere un atto che causi disordine pubblico; e
b) a meno che l’intenzione di cui all’articolo 23(2)(e) non costituisca un elemento del reato, non è necessario provare che la persona compia l’atto o pronunci la parola con l’intenzione di incitare qualsiasi altra persona a compiere un atto violento.
(2) Nei procedimenti per un reato ai sensi dell’articolo 24(1), (2) o (3) –
a) non è necessario provare che l’atto, la parola o la pubblicazione (a seconda dei casi) abbiano l’intenzione di incitare qualsiasi altra persona a compiere un atto che causi disordine pubblico; e
b) a meno che l’intenzione ai sensi dell’articolo 23(2)(e) non costituisca un elemento del reato, non è necessario provare che l’atto, la parola o la pubblicazione (a seconda dei casi) abbiano l’intenzione di incitare qualsiasi altra persona a compiere un atto violento.
26. Difesa per un reato ai sensi dell’articolo 24(1)(c) o (2)(c)
(1) È una difesa per una persona accusata di un reato ai sensi dell’articolo 24(1)(c) o (2)(c) stabilire che, al momento del presunto reato, la persona non sapeva che la pubblicazione è una pubblicazione con intento sedizioso.
(2) Si ritiene che una persona abbia accertato una questione che deve essere accertata per la difesa ai sensi del comma (1) se
a) esistono prove sufficienti per sollevare una questione in merito; e
b) l’accusa non ha dimostrato il contrario al di là di ogni ragionevole dubbio.”
Come ben si vede siamo chiaramente in presenza di un testo testo di legge che palesemente si configura come degno di uno Stato di polizia oltremodo repressivo della libertà di parola e di quella di opinione (si veda a tale proposito quanto esplicitamente previsto dall’articolo 25), la cui ratifica risulta alquanto puerile tentare di far passare come frutto delle desiderata popolari presentandolo, per giunta, come assunto a seguito di una pubblica consultazione ed a tal proposito scrivendo che “Il governo di Xianggang ha promosso la legislazione dell’Articolo 23 il 30 gennaio e ha lanciato una consultazione pubblica durata un mese, durante la quale sono pervenuti più di 13.000 pareri, di cui il 98,64% ha espresso sostegno e pareri positivi. Su questa base il governo di Xianggang ha elaborato il progetto di legge e lo ha presentato al Consiglio legislativo per la revisione”: un qualcosa che riporta alla mente le farsesche presunte ‘consultazioni’ sulla piattaforma del “Movimento 5 Stelle” italiano che non vedo per quale motivo qui debbano assurgere a maggiore dignità visto il contesto.
La riprova, per certi versi, la si ha leggendo quanto riportato nell’appendice C intitolata “Legislative Council – Panel on Security, Panel on Administration of Justice and Legal Services and Subcommittee to Study Matters Relating to Basic Law Article 23 Legislation – Joint Meeting – Safeguarding National Security : Public Consultation on Basic Law Article 23 Legislation” contenuta nel già menzionato documento Legislative Council Brief– Safeguarding National Security Bill – File Ref.: SBG/3/101/2024 e dalla cui lettura in apertura apprendiamo che
“La stragrande maggioranza dei contributi è stata presentata da singoli individui, mentre circa il 4% è stato presentato in qualità di organizzazioni, tra cui: associazioni industriali, camere di commercio, sindacati, associazioni di clan/fraternità, partiti politici, organizzazioni distrettuali (ad esempio comitati rurali, comitati di quartiere, associazioni di residenti, associazioni per gli affari comunitari/il sostentamento delle persone), ecc. La stragrande maggioranza di esse (13.069, pari al 96,89% del totale) ha espresso chiaramente il proprio sostegno alle proposte legislative. Tra questi 13.069 contributi di sostegno, la maggior parte (oltre il 90%) erano opinioni generali a sostegno di una legislazione il più presto possibile senza raccomandazioni specifiche, e parte di questi contributi (circa il 40%) erano coordinati da diverse organizzazioni, organizzazioni distrettuali e comitati rurali”,
il che, in pratica, rappresenta al più un parere favorevole di natura oltremodo generica di palesemente nessuna significatività specifica come ha, a conti fatti, implicitamente confermato lo stesso già menzsallorché lo stesso, dopo aver sottolineato con vigore la promozione da parte del Governo di Xianggang della summenzionata consultazione pubblica, ha poi testualmente scritto: “Su questa base il governo di Xianggang ha elaborato il progetto di legge e lo ha presentato al Consiglio legislativo per la revisione”, implicitamente confermando che il corale assenso era stato espresso letteralmente sul nulla..
Per somma, sempre nel “Legislative Council Brief– Safeguarding National Security Bill”, si legge: “Dei 97 contributi contrari alle proposte (0,72% del totale), una parte sostanziale di essi non è firmata o è priva di firma decifrabile (rispettivamente 36 e 13 contributi, pari al 50,52% del numero totale di contributi contrari alle proposte). Inoltre, 9 provengono da organizzazioni esterne anti-cinesi (tra cui Hong Kong Watch, Amnesty International, Front Line Defenders, The HK Rule of Law Monitor, The Rights Practice, Hong Kong Centre for Human Rights, Assembly of Citizens’ Representatives Hong Kong, The Committee for Freedom in Hong Kong Foundation, e Hong Kong Democracy Council), 3 da parte di persone con nomi identici a quelli dei latitanti (HUI Chi-fung, CHEUNG Kwan-yang e LAU Cho-dik) e 1 da parte di una persona perseguita per un reato che mette in pericolo la sicurezza nazionale e in attesa di giudizio, che rappresentano il 27% dei 48 contributi contrari di persone identificabili. Nell’esaminare i commenti contrari alle proposte, occorre tenere conto del contesto sopra descritto”
concludendo con un trionfalistico:
“Anche una parte degli intervistati con opinioni diverse sulle proposte legislative ha fornito pareri o suggerimenti in merito alle proposte legislative (in totale 1 371 contributi, pari al 10,16% del numero totale di contributi ricevuti)”.
Ora, alla luce di quanto desumiamo dalla testé citata fonte ufficiale cinese, il dato più interessante riguarda la oltremodo significativa elevatissima percentuale degli anonimi tra i dissenzienti il cui ridottissimo numero appare quanto mai comprensibile vista la stigmatizzazione delle organizzazioni non allineate bollate senza mezzi termini come “organizzazioni anti-cinesi”: una caratterizzazione che appare decisamente speciosa se solo consideriamo l’alquanto singolare circostanza che tra queste figuri perfino “Amnesty International”, ossia una organizzazione internazionale che da lustri e lustri non fa sconti a nessuna delle strutture politiche mondiali e difficilmente può essere, per le sue critiche e denunce puntuali e documentate, essere fatta oggetto, senza alcun distinguo, di una reprimenda palesemente destituita di ogni fondamento che punta oltretutto a qualificarla come animata da sentimenti improntati a quell’ “Imperialismo”, che “nelle sue forme più orrende – che sono colonialismo e neocolonialismo – perde il pelo ma non il vizio” per il solo fatto di opporsi ai voleri del Governo Centrale Cinese.

Vi è dai dire, però, che questa … consultazione non era minimamente nelle corde di Beijing e che è stata predisposta sull’onda dei rilevi fatti proprio da Amnesty International allorché la stessa ONG ne rilevò la mancanza in un documento del 2021 intitolato “Hong Kong: in the name of national security” ed avente per oggetto le violazioni dei diritti umani legate all’applicazione della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong (con riferimento al testo precedentemente licenziato ed adottato).

Nel testo in questione si può leggere in apertura: “La legge della Repubblica Popolare Cinese sulla salvaguardia della sicurezza nazionale nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong (NSL) è stata approvata all’unanimità dal Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo cinese (NPCSC) e promulgata a Hong Kong il 30 Giugno 2020 senza alcuna consultazione pubblica formale e significativa o altre consultazioni locali.

L’impatto della NSL è stato immediato e radicale. Dall’entrata in vigore della NSL, Amnesty International ha documentato un’ampia gamma di violazioni dei diritti umani a Hong Kong. L’ampia definizione di “sicurezza nazionale” della legge, che ricalca quella delle autorità centrali cinesi, manca di chiarezza e prevedibilità giuridica ed è stata usata arbitrariamente come pretesto per limitare i diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione, nonché per reprimere il dissenso e l’opposizione politica.

A quanto pare, al governo di Hong Kong è stata data libertà di usare la legge per colpire il dissenso. Accusando partiti politici, accademici e altre organizzazioni e individui effettivamente o presumibilmente critici nei confronti dell’attuale governo e sistema politico di Hong Kong o della Cina continentale di “minacciare la sicurezza nazionale”, le autorità hanno cercato di giustificare la censura, le molestie, gli arresti e i procedimenti giudiziari che violano i diritti umani”.

È evidente dalle lettura del testo già in uso e di quello attuale che le cosiddette salvaguardie dei diritti umani previste dalla NSL sono di fatto inutili in quanto la legge abroga le protezioni dei diritti umani esistenti sia nella giurisprudenza locale che nelle leggi internazionali essendo il suo primo obiettivo quello di azzerare qualsiasi diritto di espressione legittima, protesta pacifica o lavoro in difesa dei diritti umani per mezzo di uno strumento concepito proprio per limitare i diritti e le libertà in modi che vanno oltre quanto consentito dalla legge e dagli standard internazionali sui diritti umani: un qualcosa che emerge in maniera talmente evidente da risultare palese anche agli occhi di chiunque abbia occhi per leggere ed una mente atta a capire il senso letterale di uno scritto.

Tra il 1° luglio 2020 e il 29 giugno 2021, la polizia ha arrestato o ordinato l’arresto di almeno 118 persone in relazione alla NSL; di queste almeno tre avevano meno di 18 anni al momento dell’arresto ed al 29 giugno 2021 ben 64 erano state formalmente accusate e 47 risultavano in stato di detenzione preventiva in relazione alle accuse loro mosse.

Le analisi e la documentazione contenute nel testo di Amnesty International citato hanno dato luogo a precise richieste di chiarimento inoltrate da Amnesty International alle forze di polizia di Hong Kong (HKPF) e al Dipartimento di giustizia di Hong Kong (DoJ) che gli stessi si sono ben guardati di accogliere. Nello specifico “il Dipartimento di Giustizia ha risposto che non conserva i documenti pertinenti”: una risposta non-risposta palesemente ridicola.

Se questa è l’aria che tira attualmente a Pechino e la posizione USA è quella che sta facendo bella mostra di sé in Medio Oriente, il mondo ha ben poco da confidare in un Nuovo Ordine Mondiale all’insegna di valori che non siano viziati dall’arroganza del potere.

Tanto per non parlare del riferimento, per ciò che concerne i critici, ai menzionati come “latitanti (absconders nel testo originale a pag 360 del documento ovvero a pag 3 dell’appendice C)” Hui Chi-fung, Cheung Kwan-yang e Lau Cho-dik che risultano essere rispettivamente:
1) Hui Chi-fung è un politico di Hong Kong resosi reo, al suo ingresso in politica, per aver attirato per la prima volta l’attenzione dei media sulle sue proteste. Nel 2014, ad esempio, era stato espulso da una riunione del gruppo di lavoro del consiglio sull’educazione civica mentre protestava contro la decisione del consiglio stesso di concedere 150.000 HK Dollars (di una sovvenzione totale di 250.000 HK Dollars) ai gruppi pro-Pechino. Hui in quella occasione si era lamentato del conflitto di interessi in quanto molti consiglieri erano membri o consiglieri dei beneficiari. Durante il processo di espulsione lo stesso era stato ferito dal personale di sicurezza del comune: da qui la richiesta di scuse.

2) Cheung Kwan-yang è un attivista politico, fautore dell’autonomismo di Hong Kong e della sua democratizzazione, noto per aver dichiarato “Vogliamo costruire una Hong Kong democratica. Non è nostra responsabilità costruire una Cina democratica”. Ex portavoce della Delegazione per gli Affari Internazionali delle Istituzioni Superiori di Hong Kong (HKIAD) in qualità di rappresentante del Consiglio Sindacale degli Studenti dell’Università di Hong Kong, ha partecipato alla Rivoluzione degli Ombrelli del 2014 e alle proteste di Hong Kong del 2019-2020. I suoi sforzi di lobbying negli Stati Uniti, come pure in svariati altri Paesi, hanno contribuito a promuovere l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act , insieme alle sanzioni contro i funzionari cinesi e di Hong Kong. Merita qui tenere in debita considerazione che il latitante in questione ha a più riprese dichiarato di volersi battere al fine di aumentare la consapevolezza internazionale per quel Movimento pro-Democrazia che fin dai tempi in cui Hong Kong era colonia britannica si è battuto per l’autonomia anche da Londra, come del resto è logico che sia se solo consideriamo che, anche se la democrazia a Hong Kong è cresciuta progressivamente fino al trasferimento della sovranità alla Repubblica Popolare Cinese nel 1997, storicamente l’ex colonia britannica non è mai stata una democrazia elettorale, cosa questa a cui ha sempre puntato il testé citato movimento e che i tentativi operati dagli Inglesi di portare gli abitanti Hong-Kong al tavolo delle trattative durante le discussioni sino-anglo-americane (tentativi respinti da Pechino alla fine degli anni ’80 per ovvie ragioni, essendo palese il tentativo britannico di cercare di portare la regione ad una situazione di instabilitá potenzialmente sfruttabile da Londra per poter rimettere piede nella zona, magarti con il pretesto, ad esempio, della difesa dei diritti civili) non poteva far dimenticare. Ora… smascherato il gioco della parti britannico, vale la pena sottolineare che, come comprovato da documenti declassificati nel 2014, le discussioni sull’autogoverno tra i governi britannico e di Hong Kong riprese nel 1958 a causa dall’espulsione britannica dall’India e dal crescente sentimento anticoloniale nei restanti dominions della Corona, ci mostrano un Zhou Enlai, all’epoca rappresentante del PCC, attivo nel sostenere sostenere che questa “cospirazione” di autogoverno sarebbe stata considerata come un “atto alquanto ostile” e che il PCC desiderava che lo status coloniale di Hong Kong continuasse.
La cosa in sè non stupisce affatto considerando che all’epoca la Cina si trovava ad affrontare un crescente isolamento in un mondo dominato dalla Guerra Fredda e il Partito Comunista Cinese aveva bisogno di Hong Kong per i contatti e gli scambi commerciali con il mondo esterno. La cosa è comprovata da tutta una serie di documenti desecretati pubblicati in un articolo apparso il 10 Ottobre 2014 sulla rivista Atlantis con il titolo “The secret history of Hong Kong’s stillborn democracy” e a firma di Gwynn Guilford, nel quale si può leggere testualmente di questa singolare vicenda.
A ben guardare questa particolare posizione torna ora alquanto utile per capire le vere ragioni delle polemiche attuali sollevate da Beijing nei confronti dell’autonomismo di una Hong Kong ancora una volta riguardata come un ponte comunicativo da controllare nella maniera più totale possibile per fini che con il patriottismo, lo spirito anticoloniale, l’antimperialismo e un po’ di altri retoriche propagandistiche ben poco hanno a che vedere.

3) Lau Cho-dik attivista dissidente radicale di Hong Kong noto per aver lanciato un tipo di azione denominata Lam Chau, un temine di Hong Kong che si riferisce a un concetto di mutua distruzione assicurata: letteralmente “brucia con noi”. Il termine è stato scelto dai manifestanti di Hong Kong del 2019-2020 come dottrina contro il Partito Comunista Cinese (PCC) al potere. Secondo la strategia da lui proposta il tutto punta ad ottenere sanzioni dai Paesi stranieri che colpiscano Hong Kong in modo tale da creare un danno economico alla Cina continentale. Il principio ispiratore è quello per il quale se Beijing sente arrivare una minaccia per la propria economia dovrà dare ai manifestanti di Hong Kong ciò che essi vogliono in modo da placarli e non riceverne le conseguenze finanziarie. Questa presa di posizione gli è valsa una taglia messa sulla sua testa dal Governo comunista di Hong Kong. La discutibile logica che da noi prende la forma del “Muore Sansone con tutti i Filistei” e la reazione del Governo ci consente di fare il punto su un aspetto poco preso in esame, ovverosia quello concernente il peso economico e politico delle relazioni economiche basate ad Hong Kong per la Cina di Xi Jinping. Il vero problema che sta dietro a questa tutta questa pantomima anche mediatica passa per la necessaria e doverosa presa in esame del fatto che, al di là del +5,2 % di crescita del 2023, dietro la Grande Muraglia i segnali economici non sono dei migliori in quanto se da un lato i consumatori stanno risparmiando i loro redditi anziché spenderli, dall’altro le imprese hanno iniziato a sospendere gli investimenti per paura di diminuire redditività e valore aziendale. In mezzo emergono altri campanelli d’allarme, come l’aumento della disoccupazione giovanile – che lo scorso marzo avrebbe ufficialmente toccato il 20% anche se fonti ufficiose parlano addirittura del 50% – e il minor aumento di investimenti diretti di imprese straniere, di appena 33 Mld di USD, degli ultimi 33 anni, per non parlare della notizia del 29 gennaio 2024 relativa alla messa in liquidazione da parte di un tribunale di Hong Kong del colosso immobiliare cinese Evergrande, indebitato per oltre 300 Mld di USD, mentre più di recente Country Garden, il più grande costruttore immobiliare privato cinese, si è ritrovato ad affrontare un’istanza di liquidazione presentata da un creditore. In un tale contesto, caratterizzato pure da un forte calo della domanda estera, la cosa peggiore è data dal rischio di una crisi di liquidità del sistema bancario cinese.

Per restare sul pezzo ecco che in tutta la retorica apologetica dell’articolo citato in apertura manca un fondamentale anello essenziale per valutare il perché della legge sulla sicurezza ad Hong Kong attualmente al centro del contenzioso: un esame approfondito di quanto è successo al XX Congresso del Partito Comunista Cinese.dopo la presa d’atto che il vecchio modus operandi sdoganato da Deng Xiaoping nel 1978, caratterizzato da riforme e aperture verso il mondo esterno – lo stesso modello, per intenderci, che ha consentito al gigante asiatico di assumere le sembianze della cosiddetta “fabbrica del mondo” – ha esaurito la sua spinta intorno ai primi anni Duemila.

Una volta che il governo cinese era riuscito ad accumulare enormi quantità di valuta estera inondando il mondo di esportazioni a basso costo, la leadership del Partito Comunista Cinese ha infatti iniziato ad investire in maniera massiccia nelle infrastrutture e nel settore immobiliare nonché nella strategia della cosiddetta “trappola del debito” per espandere la propria area di influenza geopolitica , cosicché a trainare il vero sviluppo del Paese, in questa seconda fase, non era più l’export a basso costo, quanto la costruzione di strade e case, ossia il terziario, ancorché un terziario alimentato ancora dall’un tempo favorevole modello economico import/export di sempre sia pure in presenza di sempre più inconsistenti flussi di capitali in ingresso: ma di questo tratteremo altrove con una analisi molto più circostanziata.

Come anticipato ecco che il fatto che tutto quanto accaduto al XX Congresso del PCC qui non sia stato minimamente preso in considerazione assume un peso di non poco conto. Tanto affermo in quanto è da lì che credo debba prendere le mosse una analisi che voglia veramente far capire cosa sta accadendo in Cina e cosa possiamo attenderci accada anche qui da noi in un prossimo futuro.

La Cina, forse occorrerebbe non dimenticarlo, è attualmente interessata da uno scontro di potere di notevole importanza affatto risolto nonostante la plateale chiusura dei lavori del XX Congresso del PCC con la messa alla porta di Hu Jintao ed il colpo di mano ratificato dalla votazione “bulgara” che ha approvato all’unanimità le nomine alle posizioni di vertice di un pool di persone tutte facenti parte dell’entourage di Xi Jinping, quello Xi Jinping che ha così avuto modo di inaugurare un nuovo ciclo, non turbato in sede di votazione dalla astensione, ma ancor più da un prevedibile voto contrario di Hu Jintao, tutto all’insegna di un ritornato in auge culto della personalità: la sua. Del resto per capirlo non serve poi molto, alla fine è sufficiente leggere la stampa cinese (quella in cinese in lingua originale, non certo quella in inglese e sicuramente non quella filtrata ad hoc).

Ed infatti, comunque la si voglia mettere, non va passato sotto silenzio che Beijing è alle prese con un grosso, grossissimo problema consistente nel fatto che, al di là delle chiacchiere, il Governo cinese non riesce a mutare il suo sistema economico del tipo “Import/Export” in uno del tipo “a consumo interno” finendo per restare un Paese economicamente –e di fatto politicamente– eterodipente: da qui –e non da altro– il grande pragmatico agitarsi di Beijing nell’ambito dei BRICS che rappresentano il poco lungimirante ed alquanto velleitario tentativo del Paese del Dragone di costruirsi un bacino di utenza la cui crescita possa tradursi in domanda di beni e servizi di produzione cinese di entità tale da farsi volano della crescita economica del Dragone. Una crescita economica certamente ancora basata sulla domanda estera, ma se non altro non, come ora accade, totalmente dipendente da quella Occidentale, ossia in primo luogo dalla domanda di quegli Stati Uniti che in tutti i modi vorrebbe soppiantare assumendone il ruolo sin qui egemone.
Comunque sia, anche se sul medio lungo termine l’opzione di una durevole stabile eterodipendenza non poggia su basi sicure ancorché diversamente basata, non possiamo esimerci dal prendere atto del fatto che, grazie alla folle politica sanzionatoria occidentale messa in atto contro Mosca, la domanda estera che fa muovere l’economia cinese ha preso a spostare altrove il proprio baricentro ben prima di quanto sarebbe naturalmente avvenuto in tempi normali, come confermano i dati commerciali attuali che rendono conto di un raddoppio delle esportazioni cinesi verso il Sud del mondo nel breve volgere degli ultimi tre anni: un raddoppio che tradotto in parole povere sta a significare che la Cina ora esporta più verso il Sud che verso i mercati sviluppati.
Il successo senza precedenti della Cina nelle esportazioni, a sua volta, deriva dalla rapida automazione dell’industria cinese, che ora installa più robot industriali ogni anno rispetto al resto del mondo messo insieme e questo crea i presupposti per uno sviluppo della sua economia maggiormente basato su costi di produzione mediamente più bassi di quelli sostenuti dai suoi concorrenti: un dato, questo, che deve non poco far riflettere in quanto da ciò discendono prezzi sempre più concorrenziali in senso lato.
Per somma avere impianti produttivi automatizzati vuol dire avere, oltre ai vantaggi già menzionati, una versatilità di gestione degli stessi ad altri non consentita in quanto un impianto di produzione ordinario, ossia mandato avanti dalle usuali maestranze, in una fase di calo della domanda finisce per creare problemi sociali ed economici non indifferenti non essendo possibile metterlo in stand by per il tempo necessario ai mercati per dare corso ad una ripresa delle commesse. Diversa la situazione nel caso di impianti automatizzati che possono vedere questa opzione adottabile nei tempi e nei modi necessari senza che questo incida significativamente sui bilanci aziendali e statali che in tali situazioni vedono lievitare la spesa improduttiva derivante dalla messa in esercizio dei cosiddetti ammortizzatori sociali.
L’aver intrapreso per tempo la strada della automatizzazione dei sistemi di produzione mostra già ora i suoi effetti positivi ad ampio raggio tanto per ciò che concerne il comparto economico, come testimoniato dal ritrovato dominio della Cina nel mercato automobilistico mondiale, quanto nell’ancora più significativo ambito strategico militare visto che, stando a quanto affermato da Beijing, la Cina attualmente sarebbe in possesso di impianti in grado di produrre 1.000 missili da crociera al giorno, cosa non impossibile dato che può produrre 1.000 veicoli elettrici al giorno o migliaia di stazioni base 5G.

In questo senso ciò che sta alla base di quanto qui trattato non ha nulla a che vedere con le questioni di sovranità spicciola, bensì con il fatto che Beijing ha bisogno di attrarre capitali esteri avendo impiegato, in tutti questi anni, abbondantemente i propri, invece che per migliorare lo stato sociale interno, far crescere i salari ed il welfare dei cinesi al duplice scopo di consolidare i risultati ottenuti e di mutare il proprio modello economico rendendolo meno eterodipendente, per finanziarie la propria politica estera usando abilmente quella “trappola del debito” troppo semplicisticamente da taluni bollata come una invenzione della propaganda Occidentale anche se ampiamente denunciata e doverosamente documentata dalle sue vittime.

Una politica estera fortemente espansionistica volta a promuovere la crescita del Sud del Mondo per i fini di cui sopra e non certamente per beneficenza, come é legittimo che sia, intendiamoci, ossia per perseguire i propri obiettivi imperiali per nulla dissimili da quelli Occidentali del passato in quanto oggi ispirati da una logica ultra-liberista (lo ha confermato con i fatti perfino il Vice Governatore della Banca Centrale Cinese–PBoC allorché ha dichiarato di voler attendere l’autocorrezione del mercato per quello che attiene alle problematiche legate alla crisi del settore immobiliare) sin qui, tutto sommato, poco efficace a causa della permanenza in Cina di un legame troppo stretto, di cui Xi Jinping si è fatto novello paladino, con le logiche dirigiste insite nelle retoriche e nelle demagogie vetero-comuniste che hanno portato al fallimento di tutta la politica socio–economica del Dragone dall’Ottobre del 1949 alla fine dell’epoca Maoista.

Se la Cina ad un certo punto è riuscita ad emergere non è stato grazie ai tanto sbandierati piani quinquennali del passato, o allo sventolio del mitico “libretto rosso” dei famosi “pensierini” del “Grande Traghettatore”, bensì grazie alla globalizzazione promossa da un supponente Occidente che ha fin troppo stupidamente (chi va con l’inganno resta ingannato) ritenuto di poter sfruttare sine fine la Cina per avvantaggiarsi di una situazione contingente che gli consentiva di sfruttare a proprio vantaggio la crisi politica di un Paese la cui leadership aveva strenuamente bisogno di qualcosa che ne legittimasse ulteriormente il potere agli occhi di un popolo che aveva fin troppo –e fin troppo a lungo— subito le conseguenze delle sue sanguinose e fallimentari logiche pseudorivoluzionarie.

Un popolo che per questo si è adattato a subire lo sfruttamento operato dalle multinazionali occidentali, con la connivente complicità del PCC, confidando in un millantato mutamento reale di rotta della propria leadership, un mutamento che auspicava si sarebbe tradotto in un miglioramento generale e diffuso dello stato sociale e della qualità di vita: un miglioramento che in realtà ha riguardato solo una minima parte dei Cinesi.

Ricordare il colonialismo occidentale in quell’area geografica è doveroso, ma la storia va letta tutta con la consapevolezza che se Beijing non intraprese a sua volta quella via dal 1949 in poi non fu per mancanza di volontà, bensì per mancanza di mezzi.

Dimenticare il clamoroso epocale drammatico fallimento del “Grande Balzo” degli anni che furono e lo scempio della Rivoluzione Culturale non aiuta minimamente a capire quanto accaduto e le motivazioni reali della politica cinese odierna per il cui inveramento non andrebbe passato sotto silenzio quanto avvenne in Indocina dopo la messa alla porta degli Occidentali con la fine della Guerra del Viet-Nam, quando i Cinesi dovettero essere cacciati letteralmente dal Paese indocinese sul quale volevano mettere le mani esattamente come in precedenza avevano fatto i Francesi e poi gli Statunitensi.

Quello a cui qui faccio riferimento è quella guerra sino-vietnamita che fu un breve ma intenso e significativo conflitto armato che si sviluppò dal 17 febbraio al 16 marzo 1979 tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Socialista del Vietnam. Un conflitto noto in Vietnam come “Guerra Contro l’Espansionismo Cinese” ed in Cina come “Contrattacco difensivo contro il Viet–Nam”, nonché talvolta indicato come “Terza Guerra d’Indocina” locuzione usata anche per indicare la contemporanea guerra cambogiana-vietnamita.

Un conflitto che, poiché avvenuto in tempi ben più recenti di quelli in cui ebbero luogo i fatti storici richiamati nell’articolo da cui questa disamina ha preso il via, appare alquanto significativo essendo stato il risultato del clima di tensione cresciuto tra le due nazioni (Cina e Viet–Nam) dovuto al sostegno dato dal Vietnam all’Unione Sovietica (in quel momento in aperto contrasto con la Cina) e acuitosi dopo l’invasione vietnamita della Cambogia e la deposizione del regime dei Khmer Rossi, tradizionali alleati, universalmente noti per il loro spirito ‘democratico’, dei Cinesi.

Detto per inciso, in quella che fu concepita principalmente come una “spedizione punitiva” e non come un vero e proprio tentativo di conquista, le truppe cinesi avanzarono oltre il confine e catturarono alcune cittadine nei pressi della frontiera, salvo poi decidere di cessare le ostilità e ritirarsi spontaneamente il 5 marzo 1979: una guerra relativamente alla quale entrambe le parti rivendicarono la vittoria anche se di fatto la situazione tornò allo stato precedente il conflitto.
Ed il peggio deve ancora arrivare

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