Home Cultura IL “VIAGGIO” MASSONICO TRA AUFKLÄRUNG E SCHWÄRMEREI

IL “VIAGGIO” MASSONICO TRA AUFKLÄRUNG E SCHWÄRMEREI

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Nel Settecento la Massoneria subisce non solo l’influenza dei cosiddetti Alti Gradi, ma anche quella delle richieste sociali esterne e è indotta ad essere una sorta di laboratorio per la società: elezioni, uguaglianza dei diritti, ecc. “In maniera abbastanza evidente, e in meno di dieci anni dall’ammissione di mercanti e negozianti – scrive Margaret Jacob-, fa la sua comparsa il linguaggio della procedura parlamentare e del governo municipale”. [i]

Il Settecento mette anche in evidenza uno dei temi fondamentali del viaggio iniziatico: il confronto tra conoscenza razionale e conoscenza intuitiva, ragione e intelletto e il Rito Scozzese, ben al di là delle sue travagliate origini, ha costituito e costituisce un percorso capace di armonizzare le due vie, solo apparentemente contrapposte.  

Il tema del viaggio è fattore costitutivo dell’iniziazione massonica sin dai primi passaggi, quando, ancora pro-fanum, l’iniziando è invitato al Vitriol. Nei passaggi successivi il tema si ripete con i viaggi dell’apprendista nel rumore dell’operosità della Loggia, quelli del compagno e quelli alla ricerca della tomba di Hiram. Non meno significativi quelli del Rito Scozzese Antico e Accettato.

Il viaggio, sin dai primi passi, si svolge sia in senso verticale, ossia alla ricerca del rapporto tra l’essere umano e il divino (tra l’essere umano materiale e l’essere umano spirituale), sia in senso orizzontale, alla ricerca delle leggi della natura.

Le due linee si intersecano in una croce che è simbolo della fissazione (croci-fissione) dello spirito nel limite spazio temporale, ossia materiale, dove compie il suo viaggio di conoscenza della limitatezza, delle emo-azioni (le azioni del sangue), della dualità e della separazione.

Il mondo materiale, in questa concezione del viaggio nel mondo, che i Druidi chiamavano Abred, non è una prigione, ma un’opportunità di conoscenza e di esercizio della volontà.

Il viaggio verticale e quello orizzontale, nel corso della storia dell’umanità, a volte sono stati percorsi come fossero un binario, a volte come fossero due percorsi divergenti, o, addirittura, incompatibili.

La storia della Massoneria del ‘700 di questa voluta incompatibilità è un’evidente dimostrazione.

Il Settecento, delle varie correnti esoteriche che si sono riferite alla Massoneria o che si sono identificate con essa, è il secolo della contrapposizione conflittuale tra Aufklärung (la chiarezza della ragione) e la Schwärmerei (l’illuminazione derivante dell’entusiasmo, inteso nel senso letterale di en-theos).

Il Settecento massonico è lo specchio della fase culminante di un confronto secolare iniziato con Parmenide e con la scelta della razionalità a discapito dell’intuizione. Un confronto che ha relegato tutto ciò che non soggiaceva al principio di non contraddizione nel tempo dell’infanzia dell’umanità, elevando a paradigma della conoscenza l’aut-aut, l’analisi, ossia la divisione (dia ballo), a discapito della compresenza degli opposti (cospiratio oppositorum) e del linguaggio simbolico (sym ballein), che è tensione unificante.

Anche la verità ha subito lo stesso processo di determinazione unilaterale. Mentre prima coesistevano la verità come a-letheia, ossia svelamento del nascosto, e la verità come orthotes, ossia come esatta corrispondenza, nei secoli successivi a Parmenide l’Occidente si è avviato solo sulla strada del riconoscimento dell’orthotes. Una strada che ha costretto l’a-letheia nella camicia di forza del dogma. L’accesso allo svelamento, riservato a pochi, è stato non a caso chiamato ri-velazione, in quanto, essendo la verità possesso di alcuni illuminati o sedicenti tali, è stata subito ri-velata, a vantaggio di caste sacerdotali e di sistemi di potere.

Nei secoli, anche i viaggi si sono frammentati, con il corrompimento, a volte, degli uni e degli altri al servizio dei poteri terreni e, in altri casi, con lo scadimento in pratiche magiche, teurgiche, spiritistiche, ancora una volta soggiacenti alla ricerca del potere per il potere.

L’amore per il potere è la vera corruzione dello spirito. I viaggi si sono popolati di un esercito di ciarlatani, di funzionari del dogma, di assertori fanatici dell’una o dell’altra verità.

Tuttavia, l’antico e originario senso del viaggio non s’è perso. A ricordarcelo sono intervenuti nei secoli grandi donne e grandi uomini.

C’è il grande viaggio della conoscenza orizzontale di Ipazia, scienziata ellenistica e quello verticale di Margherita Porete, mistica del ‘300.

C’è il viaggio interiore alla scoperta del proprio nucleo divino di Dante, Fedele d’Amore e intellettuale di frontiera tra la Scolastica e l’Umanesimo e quello proposto da Francesco Bacone nella Nuova Atlantide.

Bacone si stacca dal Neoplatonismo e dall’Umanesimo e propone la restaurazione del potere dell’uomo sulla natura che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia.

Sull’isola governa il re legislatore Solamone (Sol-Amon, ossia Amon-Ra) che ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (inversione voluta) che guida la Nuova Atlantide.

I membri della Casa di Salomone vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascoste la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati “Mercanti di luce”.

Qualche parallelismo con il XVIII grado del Rito Scozzese è evidente.

Ci sono viaggi iniziatici come quello greco di Odisseo o quello del celtico Bran; viaggi negli inferi greco latini e viaggi celtici nell’Oltremondo, il Sidhe, parallelo e patria del Piccolo Popolo, ossia dei Tuatha Dé Danann, la tribù degli Dei di Dana, passati oltre le nebbie all’arrivo dei Gaeli (gli indoeuropei).

C’è il viaggio, per introdurre un’ultima citazione, del Parsifal di Chretien de Troyes, alla ricerca del Graal, che narra di un giovane tenuto nell’ignoranza da una madre timorosa della sua sorte (la paura) il quale intraprende, avendo conosciuto i cavalieri di Artù, la sua avventura nel mondo che lo porterà, dopo errori, cadute, riprese del cammino, al castello del Graal, governato dal re ferito all’inguine, ossia privato della sua potenza fecondatrice. Parsifal, che era stato invitato a non porre domande imprudenti, interpreta il consiglio oltre misura (senza spirito critico) e nonostante gli passi davanti più volte la processione del Graal, non profferisce parola, non chiede e così il castello del Graal svanisce.

Questo viaggio introduce i temi della parola e della domanda.

E’ il potere della domanda opportuna, posta con la giusta parola, che guarisce il re ferito, ed è il Graal, il nostro Sé, che la suggerisce, nel raccoglimento del silenzio, che essendo raccoglimento raccoglie l’essenza dei viaggi orizzontali nel viaggio verticale, per ritrovare la potenza «racchiusa» nella «pietra» interiore, che ci consente il ricordo e il ri-accordo (Atman-Brahman) con l’immortalità dello spirito.

Nel viaggio dentro di Sé, alla scoperta del Sé (il Graal), il ricordo della sapienza «racchiusa» nella «pietra» (la perla essenziale, la luz), l’essere umano acquisisce la coscienza della sua potenza e dalla massima concentrazione può emettere il «ruggito» del leone, la parola manifestativa.

Senza la giusta domanda: “Chi sono io?”, il Graal, il Sé non può guarire il re ferito, l’Io nel mondo, perché non viene attivato, rimane racchiuso nella «pietra» e l’Io nel mondo, rigonfio di egoicità, identificato nella propria maschera (persona), anziché edificare, con la pietra luz riattivata, il Tempio dell’uomo, vive nella «gaste terre», nella terra desolata del potere illusorio, degli onori fasulli, della tracotanza.

La potenza della domanda è il presupposto della potenza della parola. Chi ha in testa solo punti esclamativi (per tracotanza o per pavido rifugiarsi nelle certezze) non conoscerà la potenza del Graal, come è accaduto a Parsifal.

Del potere della domanda ci riferisce Roberto Calasso a proposito di Prajapati: «Con la sua mente egli si congiunse con Vac, Parola: egli diventò gravido con otto gocce». Che diventarono altrettanti dèi, i Vasu. Quindi li dispose sulla terra. Il coito continuava. Prajapati venne ingravidato di nuovo da undici gocce. Diventarono altri dèi, i Rudra. Allora si dispose nell’atmosfera. Ma ci fu anche un terzo coito. E Prajapati fu ingravidato da dodici gocce. Questa volta furono gli Aditya, i grandi dèi della luce: «Egli li pose nel cielo». Otto, undici, dodici: trentuno. Prajapati venne ingravidato da un’altra goccia: i Visvedevah, Tutti-gli-dèi. Si era giunti a trentadue. Mancava un essere solo per completare il pantheon: Vac stessa, la trentatreesima”. [ii]

La Parola, Vac (il Logos) è la trentatreesima divinità che completa il pantheon e Prajapati è il senza numero, il cui nome è un punto interrogativo.

“Il dio dell’origine di tutto non aveva nome, ma un appellativo: Prajapati, signore delle creature. Lo scoprì quando uno dei suoi figli, Indra, gli disse: «Voglio essere ciò che tu sei». Allora Prajapati gli chiese: «Ma io chi (Ka) sono?». E Indra rispose: «Appunto ciò che hai detto». Quindi Prajapati ebbe per nome Ka”. E così, nell’istante “in cui seppe di essere Ka, Prajapati diventò il garante dell’incertezza connessa al domandare”.[iii].

La mente (informazione), è un punto interrogativo, fin quando non si congiunge con la fluttuzione ed entra in azione, ossia si manifesta.

Ka, l’informazione che è un punto di domanda, in quanto inconoscibile fino a ché non si manifesta, è la Vera Luce, consustanziale a Na, le acque primordiali indovediche (il Vuoto). Ka si manifesta come Eka.

La trentatreesima divinità è la Parola, il Logos.

Ecco il vero significato di 33: parola, vibrazione, Logos e oggi potremmo anche dire “fluttuazione” del Vuoto (fluttuazione dell’Archè, del Na o, se vogliamo in egizio del Nun).

Trentatre, dunque, è Logos, Arché tecton: azione conoscitiva, collasso dell’onda, determinazione dell’indeterminato.

Essere “trentatre” significa, pertanto, aver coscienza di essere collaboratori del Logos? Quel Potentissimo di cui si fregiano i 33 del Rito Scozzese non è forse riferito alla consapevolezza della potenza della conoscenza dell’osservatore nel determinare quella che chiamiamo realtà?

Qui ogni patente e ogni presunto rito sedicente tradizionale scompaiono, per lasciare spazio all’evidenza abbacinante: il Logos e alle conseguenze della stessa: dovere per il dovere, imperativo categorico.

Qui acquista senso il giuramento dei Sublimi Principi del Real Segreto: “Giuro che nulla potrà mai essere d’ostacolo perché io mi consacri per rendere gli uomini migliori e più illuminati e perché mi sforzi di diventare ogni giorno più istruito e più avido di verità e virtù”.

Il domandare è simbolizzato dal punto di domanda. Il punto di domanda è il confine tra l’ignoto e la sua manifestazione; è il simbolo della tensione conoscitiva e dell’etica, dove êthos è il soggiornare presso il divino ed è, al contempo, il segnale di un limite invalicabile: il limite della conoscenza che, come scrive Vittorino Andreoli, “è la stessa impossibilità di rappresentarsi un inconoscibile”. [iv]

La scienza moderna, la fisica quantistica, ci sta portando alla ricomposizione dei viaggi.

“Il determinismo come necessità – scrive Andreoli – è morto. La fisica quantistica ha abbandonato l’antica concezione del determinismo su cui era fondata la fisica meccanica”. [v] E aggiunge che il “sistema logico è dunque uno dei possibili modi di strutturare una realtà, anche se storicamente nel mondo noccidentale si è imposto sul piano gerarchico come «il» sistema”. [vi]

La gnoseologia moderna è passata dalla“necessità”, alla probabilità. La scienza sta perdendo ogni illusione e pretesa di assoluto. E’ ormai acquisito che anche il “mondo selvaggio, quello mitologico o fantastico, espresso nelle favole, aveva una propria coerenza, proprie leggi.” Aveva, cioè una ben definita struttura…. e che il mito ha una logica «altrettanto esigente di quella su cui poggia il pensiero positivo»…. E sono “sempre più numerosi gli esempi di credenze «non-scientifiche» di cui si scoprono fondamenti scientifici”.

In questo contesto ricompositivo, il Tempio massonico, concepito e costruito con le regole del cosmo, del cosmo è, come gli edifici antichi, una riproduzione ed è una chiave per comprenderne le regole e uno strumento di calcolo per edificarne in ogni tempo l’armonia. Il Tempio massonico, in quanto Tempio del cosmo, è anche Tempio dell’uomo, della sua intelligenza e del suo itinerario di conoscenza, che si sostanzia di numeri, di geometrie, di regole, di archetipi e di simboli.

Gli archetipi (impronte dell’Arché), come ci chiarisce Carl Gustav Jung, “non sono invenzioni arbitrarie, ma elementi autonomi della psiché inconscia preesistenti ad ogni invenzione. Essi rappresentano la struttura immutabile di un mondo psichico che, con i suoi influssi determinanti sulla coscienza, dimostra di essere «reale»”.[vii]

I simboli, nella loro paradossalità (compresenza degli opposti) sono il linguaggio dell’inconscio e della natura (la cui paradossalità sta emergendo sempre più, soprattutto nell’infinitamente piccolo) e “agiscono anche se la nostra parte razionale non li comprende” perché il nostro inconscio “li riconosce come espressione di condizioni psichiche universali”. [viii]

Nelle opere degli antichi costruttori, sapienti liberi muratori, sono presenti le regole numeriche e quelle archetipiche e simboliche e il Tempio massonico è una sintesi mirabile di numeri, forme, algoritmi, archetipi e simboli.

Il profano, essere umano del XXI secolo, occidentale (di questo stiamo parlando) ha conformato la sua mente al principio di non contraddizione e ha disabituato la sua mente al linguaggio archetipico e simbolico.

Nel Tempio massonico il profano con l’iniziazione incontrerà la razionalità (numeri, forme, geometrie) alla quale è abituato, ma la sua forma mentis incontrerà anche il linguaggio archetipico e simbolico, al quale è disabituato.

La sua iniziazione (il suo inizio), pertanto, avrà, sin dai primi passi, il significato di una desituazione, di uno smarrimento, di uno spaesamento, di un abbandono delle certezze del linguaggio sequenziale e razionale e di un incontro con il linguaggio paradossale degli archetipi e dei simboli, ma anche il significato di una ricomposizione dei viaggi della conoscenza.

Il Tempio massonico pertanto, può essere il Tempio della ricomposizione dei viaggi, della riattivazione della «pietra», del «ruggito» del leone, dell’edificazione del Tempio dell’uomo e, con le pietre della conoscenza, di nuove cattedrali per l’umanità.

Oggi lo è?

 

[i] Margaret Jacob, Massoneria illuminata, Einaudi.

[ii] Roberto Calasso, L’ardore, Adelphi

[iii] Roberto Calasso, L’ardore, Adelphi

[iv] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[v] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[vi] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[vii] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[viii] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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