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17 giugno Giornata in ricordo delle vittime degli errori giudiziari

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errori giudiziari

E i magistrati continuano a non risponderne personalmente

Nella giornata del 4 agosto 2026 la Camera dei Deputati ha approvato, in via definitiva, la Giornata in memoria delle vittime di “malagiustizia”.
Il percorso è stato lungo e doloroso e il culminare in una giornata che ricordi le vittime degli errori giudiziari, non è cosa da poco.

Il giorno scelto è il 17 giugno, giorno dell’arresto di Enzo Tortora a torto o a ragione l’emblema della “malagiustizia” ma non il solo.

Dopo di lui e prima di lui un numero notevole di persone hanno conosciuto l’errore giudiziario come “mannaia” nella loro vita e come “cesura” tra quello che era e quello che non sarà più.

La lista delle vittime è lunga: Giuseppe Gulotta, Domenico Morrone, Angelo Massaro, Maurizio Bova, Daniele Barillà, Giuseppe Latella Giuseppe Giuliana Saverio De Serio e altri meno noti ma non meno importanti, costoro sono solo alcuni delle vittime della “malagiustizia” che falcia vite e, qualche volta, indennizza ma mai risarcisce.

Troppi “poveri cristi” o persone note hanno deciso di lasciare questo mondo a seguito di persecuzioni giudiziarie: Gabriele Cagliari e Raul Gardini (Mani pulite, inchiesta della Procura di Milano) i primi che ci vengono in mente.

Suicidi di un sistema inquisitorio e ingiusto che ha falciato vite umane sia in senso fisico sia in senso personale e psicologico.

L’indennizzo (possibile) dell’errore giudiziario non ripara nessuno né il soggetto preso di mira, né i suoi familiari, né il futuro di costoro che è minato e segnato da uno strascico di dolore e di futuro negato.

L’errore giudiziario ha portato in carcere innocenti e, talvolta, li ha fatti stare dietro quelle sbarre anni e decenni per poi essere riconosciuti innocenti e non avere nemmeno un indennizzo per tutto quanto patito.

La vicenda di Beniamino Zuncheddu è emblematica, come è emblematico ed esemplare il suo comportamento. Senza mai mancare di rispetto ad alcuno ha accettato prima l’ingiustizia dell’errore giudiziario e poi l’ingiustizia del mancato indennizzo: un’ingiustizia che si somma ad un’altra ingiustizia.

Beniamino, ci piace chiamarlo per nome perché potremmo essere noi, ha insegnato a tutti che non sarebbero stati quei soldi a ridargli la vita spezzata e negata e gli anni persi per sempre.

Ha ancora una volta accettato una ingiustizia con l’animo colmo di speranza che quello che era accaduto a lui non sarebbe mai accaduto ad altri.
Ma, purtroppo, non è così.

In una giustizia che ha fatto e fa dello spettacolo di PM senza alcun intervento del CSM gli errori si sono ripetuti e si ripeteranno.

Milioni di euro di indennizzo stanziati solo per una Procura del nostro Paese: quella di Catanzaro.

Un’emorragia economica che, francamente, doveva essere evitata e poteva essere evitata; uno spunto per un controllo della Corte dei conti.

Se il garantismo non fosse uno slogan, ma un criterio di azione, si avrebbe il piacere di vivere in un Paese nel quale l’errore può anche esserci, ma il magistrato che lo commette viene sanzionato e la vittima risarcita.

E, invece, non è così.

Il magistrato che abbia commesso un errore giuridico, anche grave, non subisce alcuna conseguenza né disciplinare né economica.

L’indennizzo è pagato dalle Casse dello Stato e il magistrato fa il suo corso professionale secondo anzianità e competenze e decisioni del CSM più o meno orientate in base alle correnti.

Non vi è nemmeno l’ombra di una seria proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, che noi abbiamo caldamente suggerito in altro scritto, Riformare la legge sulla responsabilità dei magistrati.

Una riforma che vede il magistrato rispondere dei suoi errori con una sua polizza assicurativa come tutti i professionisti, nessuno escluso.

Ancora appare attuale quanto scrisse Enzo Tortora nella sue lettere alla compagna di una vita Francesca, “Lettere a Francesca”, editore Mondadori, ovvero che solo “solo i bimbi, i pazzi, i magistrati non rispondono dei loro crimini”.

Frase forte, ma che negli anni non ha mancato di segnare quella differenza tra il mondo reale e il mondo dei magistrati.

Tutti i professionisti rispondono dei loro errori, ma non lo fanno i magistrati.
Siamo ancora qui e ritengo che anche alla luce della data del 17 giugno si debba fare una riflessione complessa su questo tema.

Dopo di oggi, però, una cosa è certa: gli errori esistono ed esistono le vittime di questi errori.

E questo è un punto ineliminabile e incontrovertibile, che riteniamo spinga le forze politiche a fare quel salto di qualità che non va contro la magistratura, ma che rende la magistratura una professione che risponde a regole comuni e non a regole “speciali”.

Ogni passo verso la tutela dei diritti passa da una rivoluzione del sistema di pensare.

Adesso è il momento di mettere mano, in modo trasversale, alla riforma della responsabilità civile dei magistrati nel rispetto dei cittadini in nome dei quali la Giustizia è amministrata.

Autore

  • Massimo Rossi

    Massimo Rossi, laureato in Giurisprudenza, assistente volontario in Procedura Penale, Dottrina Generale del Processo e Teoria Generale del Processo anni 1990/2005 presso l'Università degli Studi di Siena. Dottorato di ricerca in Procedura Penale presso l'Università di Genova. Avvocato. Ha pubblicato diversi lavori giuridici in riviste specializzate e ha partecipato come autore in varie pubblicazioni giuridiche collettanee. Relatore in convegni di carattere nazionale e istituzionale anche nelle sedi parlamentari. Dal 1994 al 1997 ha svolto funzioni di Vice Procuratore Onorario presso la Procura di Siena. Già consulente della Presidenza della Prima Commissione Parlamentare sulla morte del dott. David Rossi ed estensore unitamente ad altri consulenti della relazione finale nel 2022. Attualmente è docente a contratto presso l'Università di Firenze in Procedura Penale con insegnamento presso la Scuola Nazionale dei Sottufficiali dell'Arma dei Carabinieri.

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