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Il Cilento: antica terra di giganti – Parte II

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Il Cilento

Nulla che vada oltre

Ha scritto D. L. Wasson, così come tradotto da L. Picciarelli:

“La Storia ha visto l’ascesa e la caduta di un certo numero di grandi imperi – quello babilonese, assiro, egiziano e infine quello persiano. Indipendentemente dalla grandezza o dalle abilità del loro esercito o dalle capacità dei loro capi, tutti questi imperi sono caduti in rovina. La Storia ha dimostrato che una delle tante ragioni del definitivo declino fu la loro vastità, semplicemente diventarono troppo grandi per poterli gestire, così divennero preda di forze esterne, come pure interne” 1.

Oggi, dopo la bonifica delle zone malariche in epoca fascista2, l’area archeologica dell’antica Poseidonia è riemersa in tutto il suo raggiante splendore per un’estensione di circa 3465 mq.

L’area non è circondata da barriere che ne impediscano la vista dall’esterno e pertanto l’intero complesso è offerto alla visione di tutti coloro che ivi si recano.

L’odierno sito archeologico costituisce pertanto una testimonianza pari a quella di siti anche più famosi, e penso, in particolare, al sito di Stonehenge.

Si tratta, cioè, di antichi luoghi o città dedite al culto del Sole o meglio luoghi abitati e quindi dimore benedette dal sole, quel Sol Invictus del culto mitraico che introdurrà al cristianesimo.

Infatti, a parte i numerosi principi di contatto, in entrambi i culti l’elemento centrale del rito è costituito da un banchetto sacro al quale i fedeli partecipano mangiando pane e bevendo vino o sangue del toro, simboli del corpo e sangue del dio.

Città greca risalente già al VII secolo a.C., dopo una parentesi lucana a cui abbiamo fatto cenno e durante la quale assume il nuovo nome di Paistom, con i romani la città prende il nome ancora attuale di Paestum (273 a.C.).

Al fine di ricostruire l’impatto del culto civico e religioso inerente all’edificazione e alla crescita dei nuovi centri abitati, molto interessante appare il frammento di un’opera di testimonianza relativa all’anno 347 d.C., nel quale si legge: “i cittadini e i consiglieri municipali di Paestum si riunirono per conferire al giovane rampollo di un’illustre famiglia del luogo l’onore di essere ‘patrono della città’, titolo detenuto in precedenza dal padre (…) Dopo che la famiglia di Aquilio Nestorio aveva reso onore alla città di Paestum, rendendone splendido il profilo urbano (N.d.r.: la qual cosa mi fa pensare inevitabilmente a Bédarride e le due colonne della cattedrale di Würzburg), il consiglio municipale e la cittadinanza avevano restituito a loro volta tale omaggio con la controfferta onorifica di un sacerdozio imperiale e del titolo di ‘patrono della città’. Il duetto poneva grande enfasi sull’entusiasmo incondizionato di entrambe le parti. La famiglia degli Aquilii aveva dimostrato ‘un grado unico di affetto’ per Paestum, e la città, nella speranza che tale affetto sarebbe continuato nella generazione seguente, aveva offerto quei titoli onorifici con un entusiasmo altrettanto spontaneo. La donazione era legata a un tipo molto particolare di affetto, detto amor civicus (N.d.r.: rito civile), ovvero l’amore per la città e i suoi abitanti. Un ricco che dimostrava tale amore veniva acclamato come amator patriae, ‘amante della sua città natale’. Era la forma di amore più onorevole che un ricco potesse dimostrare” 3.

A partire dall’editto di Milano del 313 d.C., le antiquae regole della dimora naturale (cap. I ante), cambiavano anche rispetto alle novae regole della dimora civile (e imperiale): “Costantino concesse a vescovi e sacerdoti gli stessi privilegi che da sempre gli imperatori romani riconoscevano a coloro che promuovevano le attività culturali e religiose della società romana”4.

Furono queste le novissimae regole, al pari delle novae, della dimora curiale (laica e religiosa).

“Noi Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendo felicemente convenuti a Milano per trattare di tutto ciò che riguarda l’interesse e la sicurezza dell’impero, pensammo che tra le cose che esigevano maggiormente l’opera nostra, nessuna avrebbe portato tanto vantaggio alla maggior parte degli uomini, come il decidere in qual modo si debba onorare la divinità. Perciò abbiamo risoluto di accordare ai cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità. Noi credemmo che fosse un ottimo e ragionevolissimo sistema di non negare ad alcuno dei nostri sudditi, sia esso cristiano o di altro culto, la libertà di praticare la religione che vuole; così la divinità suprema, che ciascuno di noi liberamente adora, ci vorrà accordare il suo favore e la consueta benevolenza. È necessario, dunque, che l’Eccellenza Vostra sappia come noi vogliamo siano soppresse le restrizioni che nelle lettere giunte a cotesto ufficio, a proposito dei cristiani, erano contenute, tutte poco favorevoli ed aliene dalla nostra clemenza; e sappia altresì come noi abbiamo deliberato che tutti coloro i quali osservano la religione cristiana, possano quindi innanzi farlo con tutta libertà senza essere in alcuna maniera molestati. E volemmo che ciò le fosse noto con tutta la sicurezza possibile, affinché non ignori che noi abbiamo concessa ai cristiani la libertà più completa, più assoluta, di praticare il loro culto. Ciò che noi concediamo a costoro, l’Eccellenza Vostra dovrà comprendere che noi lo concediamo anche agli altri, i quali avranno la libertà di scegliere e seguire quel culto, che essi vorranno, come è conveniente alla tranquillità del tempo nostro, affinché non si leda l’onore e la religione di alcuno. Inoltre, a proposito dei cristiani, ordiniamo, che se i luoghi dove essi avevano prima l’uso di radunarsi, dei quali già si parlò nei documenti cost^ pervenuti, sono stati per l’addietro alienati o dal fisco o da qualche privato, subito, senza alcun prezzo o formalità, vengano restituiti. Coloro poi che questi luoghi avessero ricevuto in dono, debbono quanto prima restituirli ai cristiani. Che se costoro o altri che li avessero comprati, si attendessero qualche segno della nostra benevolenza, chiedano pure, poiché anche ad essi nella nostra benevolenza sarà provveduto. Tutte queste cose debbono subito e senza alcun indugio essere consegnate alla comunità dei cristiani. Ma poiché costoro non avevano solamente questi luoghi in cui si radunavano, ma possedevano ancora collettivamente molti beni, comandiamo che tutto ciò venga subito loro ridato, sempre con le condizioni sopraccennate, che coloro cioè che senza alcuna pretesa restituiscono, si attendano una ricompensa dalla nostra benevolenza. In tutte queste cose s’adoperi l’Eccellenza Vostra affinché a vantaggio dei cristiani sia subito messa in pratica questa legge, e si favorisca così la pubblica tranquillità. Quel favore divino che già abbiamo sperimentato in così gravi imprese, ci assista in ogni tempo per il benessere dell’impero. E affinché la benevolenza nostra non sia più da alcuno ignorata, sia cura dell’Eccellenza Vostra di farla pubblicare in ogni luogo sì che tutti universalmente la possano conoscere5“.

Furono queste le regole che spinsero, principalmente, vescovi sacerdoti e monaci cristiani, cattolici e ortodossi, a occupare – anche dopo la divisione ufficiale dell’Impero Romano in Oriente e Occidente con Teodosio (395) – vecchi e nuovi abitati, vecchie e nuove dimore, fideles all’ordine divino di “coltivare e custodire il giardino dell’eden” (Gn 2,15).

Infatti, come riportato da Mario Infante: “In una nota dell’anno 5936 il papa Gregorio Magno invita il vescovo pestano Felice, trasferitosi nel periodo ad Agropoli, a visitare le diocesi abbandonate di Velia, Bussento e Blanda”.

Aggiungendo immediatamente che: “Oltre alle due più importanti città costiere della Lucania (N.d.r.: Velia e Paestum, anche quest’ultima abbandonata per insalubrità dell’aria ed endemia malarica) è abbandonato tutto il litorale e gli abitanti si trasferiscono sulle alture dell’entroterra in piccole borgate fortificate, arroccate in cima a monti e colline ed è probabile che molti paesi del Cilento interno siano sorti proprio in quel periodo”7.

Non di questo parere è Pietro Ebner, illustre storico del Cilento, nato il 13/2/1904 e morto l’11/6/1988, a Ceraso. Le ricerche di Ebner, e di tantissimi altri – tra cui quelle di Francesco Attanasio, Matteo Mazziotti, Luca Mannelli – dimostrano, sia detto qui una volta per tutte, la difficoltà enorme se non, direi piuttosto, l’impossibilità di definire un quadro storico e geografico preciso dei luoghi e delle dimore nell’area “lucana” e “bruzia”, almeno nel periodo compreso tra il I secolo a.C. e l’ascesa dell’Impero Longobardo.

Strabone, infatti, scrive alla fine del I secolo a.C. che per quanto riguarda i Sanniti, i Lucani e i Bretii “… considerati separatamente e in dettaglio, i loro insediamenti sono privi di ogni importanza” (Geografia, VI, cit., pp. 253 s.).

Quanto invece alla minuziosa e preziosissima testimonianza di Francesco Attanasio, ecco un estratto del suo Sapri rouinata. Studi su Sapri (SA) e sul ‘basso Cilento’ – Studi di storia, storiografia, dalle origini, usi e costumi, folklore, dialetto ed altro, concernente le notizie raccolte in particolare su Agropoli, odierna perla del Cilento.

“Nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “… era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’) (115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno”. (E) nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano. Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo (… E ancora) a pp. 454 ecc. parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “La prima notizia sicura di Agropoli, però, è solo nella nota lettera (12) di papa Gregorio I (3 settembre 590 – 12 marzo 604) al vescovo pestano Felice, nel 592 ancora nella bizantina Agropoli dopo il rovinoso passaggio per il territorio della furia longobarda (13). Ma se non v’è dubbio su questa data, si discute ancora sul momento della scelta di quel roccioso e imprendibile promontorio, protentesi nel mare, da fortificare per allogarvi un presidio bizantino. E cioè se dopo il primo (a. 535) o il secondo (a. 548) arrivo di Belisario in Italia, nel corso del riordinamento amministrativo di Narsete (14), in seguito alla distruzione dell’esercito di alemanni e alla fine della dominazione gotica, o ancora più tardi, nel 578 come vuole il Mandelli. Nel qual caso quell’eccellente baluardo, scelto per lo sbarco di uomini e materiali a causa anche dei suoi seni sicuri per la limitata portata delle maree (15), sarebbe stato fortificato dopo il passaggio di Zotone, spintosi con le sue orde fin nella valle del Crati, il che non è possibile. È opinione comune oggi, infatti, che in quel tempo il dominio bizantino nel territorio si estendesse da Agropoli fino a licosa, come mostra una cartina pubblicata qualche anno fa (16). Ebner a p. 455, nella sua nota (16) postillava: “(16) ID, ibid., II, Tav. I”, dove per ibidem si riferiva all’altro suo testo “Economia e società etc…”. Pietro Ebner, a p. 454 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. la leggenda sulla chiamata dei longobardi da parte di Narsete (+ Roma a. 568), destituito dal nuovo imperatore Giustino”. Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spiegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che “nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Su Agropoli ha scritto anche Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”. Il Mazziotti a p. 27, nel suo Cap. III, in proposito scriveva che: “L’esistenza di Agropoli non risale oltre il quinto secolo oltre l’era volgare, non trovandosene alcuna menzione negli scrittori e nei documenti precedenti a tale epoca…; e di fatti sarebbe stata edificata dai greci bizantini allorché, guidati da Belisario, occuparono la Lucania, cioè negli anni successivi al 535, epoca della venuta di lui in Italia (1). La sua posizione su di una collina, che da una parte scende a picco sul mare e da gli altri lati domina la pianura vicina, dovette sembrare ai greci vittoriosi molto adatta per invigilare su le terre da essi occupate. S’ignora ecc…”. Il Mazziotti, a p. 27, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il Padre Mandelli, nel manoscritto citato la dice edificata nell’anno 578”.. Dunque, il Mazziotti dice che Agropoli fu edificata come fortezza Bizantina da loro che arrivarono nell’anno 535 al seguito del generale Belisario. Sempre il Mazziotti postilla che il monaco agostiniano Luca Mannelli o Mandelli scriveva che Agropoli fu edificata nell’anno 578. In effetti, il Mannelli nel foglio 99 del suo manoscritto “La Lucania sconosciuta” ha scritto su Agropoli e su Belisario. È dal Mannelli che sono tratte alcune notizie. Il Mannelli, nel f. 12 scriveva di Agropoli che: “l’etimologia della voce, significare fosse Città da credersi fusse da essi edificata nell’abbassamento del Romano Imperio, quando inondando in Italia i Barbari, e particolarmente i Longobardi, non potendo gli Imperatori Greci difendere da quelle invasioni il luoghi mediterranei per la gran moltitudine di essi attendeva a conservarsi i littorali, potendo ben farlo con facilità per essere quei Barbari delle cose marittime affatto inesperti essendosi adunque i Longobardi impossessati di questi paesi, i Greci scorgendo questo Colle atto per edificarsi un forte castello in vicinanza di Pesto, con tale occasione vi edificarono Agropoli e vedesi in breve crescere in guisa tali habitatori, che poté sostenere il nome di città e divenne Luogo famoso in questa riviera ritrovandosene frequenti le memorie”8.

E, comunque, si ritiene comunemente che sia stato l’imperatore bizantino Giustino II (520 – 578) a segnare l’ingresso della dominazione longobarda in Italia. E che sia stato invece Gregorio Magno a impedire la conquista longobarda di Roma, a promuovere la pace tra i Bizantini e i Longobardi e la conversione degli stessi dall’arianesimo al cattolicesimo.

E, quindi, al termine di questo capitolo, facciamo nostra la conclusione di P. Brown: “Piuttosto che la conversione di Costantino nel 312, a segnare il vero punto di svolta nella cristianizzazione dell’Europa fu, dal 370 circa in avanti, l’ingresso nelle chiese di nuove ricchezze e talenti. Da quel momento, in quanto adepti di una religione abbracciata dai ricchi e dai potenti, i cristiani poterono cominciare a pensare l’impensabile e immaginare la possibilità di una società totalmente cristiana”9.

1 https://www.worldhistory.org/trans/it/2-851/estensione-dellimpero-romano/ – URL 03/08/2026

2 Cfr. D. Chieffallo, Brevi appunti per una storia di Agropoli, Edizioni del Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1996

3 P. Brown, Per la cruna di un ago. La ricchezza, la caduta di Roma e lo sviluppo del cristianesimo, 350-550 d.C., Einaudi 2014, p. 89 s.

4 Ibidem, p. 50.

5 https://religione.altervista.org/wp-content/uploads/2021/08/7.1-Editto-di-Milano.pdf – URL 04/08/2026.

6 Rectius, 592. L’informazione è tratta da internet (ma non solo, come leggeremo anche in seguito). Tuttavia, è qui il caso di annotare come, in generale, i nuovi strumenti di ricerca del web consentano di adottare un metodo di ricerca e analisi molto più vasto rispetto al metodo fin qui occorso: dall’esperienza umana alla connessione di informazioni attraverso il nuovo mare della conoscenza di internet. Dall’esperienza dei nobili, antichi popoli guerrieri quali gli arya, alle conoscenze degli attuali systems developer.

7 M. Infante, op. cit., I, p. 38.

8 https://saprirovinata.com/2017/01/16/il-monachesimo-basiliano-alle-falde-del-monte-bulgheria/ URL 04/08/2026.

9 P. Brown, op. cit., p. 734.

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo GiubileoAngelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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