Home Politica estera ZELENSKY VANEGGIA PERCHÉ NON VUOL CAPIRE CHE I GIOCHI SONO FATTI

ZELENSKY VANEGGIA PERCHÉ NON VUOL CAPIRE CHE I GIOCHI SONO FATTI

0

Volodymyr Zelensky, dopo i ceffoni ricevuti in pubblico da Donald Trump e da J.D.Vance, è corso da mamma Inghilterra per farsi consolare ed è approdato ieri a Londra per un bilaterale anticipato con il primo ministro britannico Keir Starmer, alla vigilia del vertice di una dozzina di leader europei che si tiene oggi (esclusi e frignanti gli Stati baltici).

Abituato ad essere ricevuto in tutti i teatri europei tra applausi, abbracci, promesse (spesso non mantenute), il trattamento da cameriere licenziato riservatogli dagli Usa deve averlo scioccato non poco.

“Il primo ministro e il presidente Zelensky si incontreranno a Downing Street questo pomeriggio”, ha detto ieri un funzionario, dopo che i media britannici hanno diffuso le immagini di un aereo ucraino che atterrava in un aeroporto a nord di Londra.

 Evidentemente ancora sotto l’effetto dei ceffoni Usa, pubblici e a quattro mani, ieri Zelensky, in un messaggio diffuso via X da Londra, ha sfumato il tiro sui negoziati americani con Vladimir Putin, affermando di ritenere “comprensibile” che l’amministrazione di Donald Trump voglia dialogare con il leader russo del Cremlino.

Che voglia ricucire? Nemmeno per sogno. Infatti subito dopo ha aggiunto che “gli Usa hanno sempre parlato di una pace” da raggiungere “attraverso la forza”, ribadendo che “Insieme possiamo compiere passi forti contro Putin”. 

Non si capisce, a questo punto, se  Volodymyr Zelensky gioca alle comiche, se vaneggia, se sta cercando disperatamente di mantenersi a galla o, se semplicemente, dovendo rispondere ai suoi vecchi impresari (leggi neocon e Dem Usa) e, al contempo, alla realtà, butta volute di fumo, nella speranza di non essere licenziato.

Zelensky finge di non vedere o non vuol capire che i giochi sono fatti e che gli Usa di Trump non vogliono più considerare Putin un nemico e che, con tutta probabilità, con il leader del Cremlino hanno già imbastito un disegno per un nuovo equilibrio su vari quadranti del mondo che non prevede la pace con l’uso della forza e, tanto meno, utilizzando le logiche degli inglesi, chiaramente suggeritori del leader ucraino.

Non capendo o non volendo capire, Zelensky ieri ha detto che “a dispetto del dialogo duro”, gli Usa restano “un partner strategico dell’Ucraina”. Zelensky ha poi ribadito di essere “molto grato agli Stati Uniti per tutto il sostegno ricevuto, in particolare nei tre anni di guerra con la Russia. E ha rivolto un “grazie” a Trump. Ma ha anche insistito che occorre essere “onesti e diretti per capire i nostri obiettivi condivisi”. 

Non ha capito e non vuol capire. Non ci sono più obiettivi condivisi, ma solo gli obiettivi degli Usa che, se non accettati, hanno come conseguenza la chiusura del rubinetto dei soldi per pagare stipendi e pensioni, delle armi per combattere, dell’aiuto tecnico e della copertura satellitare.

Il messaggio di Trump e di J.D.Vance a nuora (Zelensky) perché suocera (Inghilterra) capisca è: se volete continuare la guerra fate da soli, noi non ci siamo. Abbiamo altro da fare.

Il fatto è che senza gli aiuti Usa la situazione diventa assai difficile.

Secondo Analisi Difesa, nei tre anni di guerra in Ucraina gli alleati di Kiev hanno stanziato circa 267 miliardi di euro (quindi oltre 80 miliardi l’anno) di cui la metà (cioè 130 miliardi) in assistenza militare, altri 118 in aiuti finanziari e 19 miliardi in aiuti umanitari.

Gli Stati Uniti sono la nazione che ha fatto di più in termini di sostegno a Kiev ma tutti i paesi europei insieme hanno dato all’Ucraina più degli Stati Uniti in termini di denaro, come evidenzia l’Ukraine Support Tracker del Kiel Institute che nei giorni scorsi ha pubblicato un ampio rapporto.

L’Europa ha destinato nel complesso a Kiev 132 miliardi di euro (70 in aiuti finanziari e umanitari e 62 in aiuti militari) contro i 114 miliardi degli USA, 64 in armi e 50 in aiuti finanziari e umanitari.

Si tratta quindi di una cifra ben lontana dai 350 miliardi di dollari enunciati da Trump e dai 500 miliardi che gli USA vorrebbero incassare con lo sfruttamento delle risorse minerarie ucraine a titolo di risarcimento.

I paesi scandinavi e dell’Europa orientale si sono distinti per il loro contributo in rapporto al Pil, con Estonia e Danimarca che ne hanno destinato oltre il 2,5% all’assistenza Ucraina.

Al contrario, potenze economiche come Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno speso meno dello 0,2% del loro Pil annuo.

Il contributo di Francia, Italia e Spagna, è quantificato intorno allo 0,1% del Pil.

Tabella Kiel

Fossero anche 114 a fronte di 132 i miliardi di dollari dati dagli Usa, se venissero meno andrebbero tutti a totale carico degli europei.

Il problema non è solo di soldi, ma di qualità e di disponibilità degli armamenti.

La gatta da pelare è ora sul tavolo londinese che oggi Starmer ha apparecchiato per alcuni dei partners europei, tentando di fare dell’Inghilterra ancora l’asse di una possibile politica del Vecchio Continente.

Bruxelles, nel frattempo, sta aggiustando i telefoni.

In questo quadro pare assennata ed equilibrata la posizione del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sottolineato la necessità di un’azione unitaria dell’Occidente: “Ogni divisione dell’Occidente ci rende tutti più deboli e favorisce chi vorrebbe vedere il declino della nostra civiltà. Non del suo potere o della sua influenza, ma dei principi che l’hanno fondata, primo fra tutti la libertà”.

Meloni ha poi proposto un vertice tra gli alleati occidentali: “Una divisione non converrebbe a nessuno. È necessario un immediato vertice tra Stati Uniti, Stati europei e alleati per parlare in modo franco di come intendiamo affrontare le grandi sfide di oggi, a partire dall’Ucraina, che insieme abbiamo difeso in questi anni, e di quelle che saremo chiamati ad affrontare in futuro. È la proposta che l’Italia intende fare ai suoi partner nelle prossime ore”.

Fin qui i dati della cronaca.

Dal punto di vista “umano” c’è chi si è addolorato per il trattamento riservato a Zelensky.

Non va dimenticato che l’attuale leader di Kiev (così come il suo cerchio magico), è il frutto del colpo di Stato di Euromaidan, progettato, voluto, attuato dalla Dem Victoria Nuland con la diretta complicità di George Soros e sotto lo sguardo del plenipotenziario Usa per l’Ucraina Joe Biden, al tempo (2014) vice presidente Usa dell’amministrazione Obama.

Il termine si riferisce agli eventi noti come Euromaidan, una serie di proteste e disordini civili iniziati il 21 novembre 2013 a Kiev, nella piazza Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza), e culminati nel febbraio 2014 con la destituzione del presidente Viktor Janukovyč.

Tutto è iniziato quando Janukovyč, presidente eletto nel 2010, decise di sospendere i negoziati per un accordo di associazione con l’Unione Europea, preferendo un riavvicinamento alla Russia.

Questa scelta scatenò proteste pacifiche a Kiev, guidate inizialmente da studenti e cittadini pro-europei che chiedevano un futuro più integrato con l’Europa. Con il passare del tempo le proteste si radicalizzarono.

Nel gennaio-febbraio 2014 la situazione degenerò e il 21-22 febbraio, dopo un accordo mediato da ministri europei (Francia, Germania, Polonia) per elezioni anticipate, Janukovyč fuggì in Russia e il Parlamento ucraino lo destituì e nominò un governo ad interim filo-occidentale.

Dopo la caduta di Janukovyč, la Russia annetté la Crimea e sostenne i separatisti nel Donbass, dando il via a un conflitto che dura ancora oggi.

L’Ucraina si orientò verso l’Occidente, eleggendo Petro Porošenko a maggio 2014.

Poroshenko è un magnate del cioccolato e politico di lungo corso. Il suo mandato è stato caratterizzato da riforme pro-europee, come la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE. Tuttavia, è stato criticato per non aver contrastato efficacemente la corruzione e per la gestione dei negoziati di Minsk, considerati da molti inefficaci. Nel 2019, ha perso le elezioni presidenziali contro Zelensky, ottenendo solo il 24,5% dei voti contro il 73% del rivale.

Quando si affronta la questione di Euromaidan non bisogna mai dimenticare il ruolo di Otpor!, movimento nato nel 1998 durante le proteste contro il governo guidato da Milosevic.

“Otpor! – scrive Antonio Cardigliano  (Domino 2/2025) – finanziato e istruito anche dai servizi segreti statunitensi, elaborò un piano operativo per incanalare le proteste popolari e rovesciare governi ostili alla superpotenza. Migliaia di giovani furono formati – e continuano ad esserlo tuttora – nella “scuola” di Belgrado, che fornisce strumenti teorici e pratici sui metodi di protesta. Canovaccio replicato con discreto successo nelle varie rivoluzioni colorate, Dalla Georgia all’Ucraina, passando per le cosiddette «primavere arabe»”.

E’ cosa nota che il governo guidato da Petro Poroshenko ha visto come promotori e protagonisti Victoria Nuland e George Soros.

Victoria Nuland, allora Assistente Segretario di Stato per gli Affari Europei e Euroasiatici sotto l’amministrazione Obama, ha avuto un ruolo significativo nella politica statunitense verso l’Ucraina durante la crisi del 2013-2014. È nota soprattutto per una telefonata intercettata con l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, nel febbraio 2014, in cui discuteva delle opzioni per il futuro governo ucraino post-Janukovyč. Nella conversazione, Nuland esprimeva preferenze per Arsenij Jacenjuk come primo ministro, suggerendo un coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nel plasmare la transizione politica.

George Soros, attraverso la sua Open Society Foundations e in particolare la International Renaissance Foundation (IRF) in Ucraina, ha finanziato numerose iniziative della società civile nel paese sin dagli anni ’90. L’IRF ha avuto un ruolo nel rafforzare i movimenti pro-occidentali durante e dopo Euromaidan. Nel 2014, è documentato che la Fondazione Renaissance ha collaborato con società di ricerca del personale come Pedersen & Partners e Korn Ferry per identificare candidati stranieri qualificati per posizioni nel nuovo governo ucraino. Questo processo di “head hunting” ha portato alla selezione di figure come Natalia Jaresko (ministro delle finanze, statunitense di origine ucraina), Aivaras Abromavicius (ministro dell’economia, lituano) e Alexander Kvitashvili (ministro della salute, georgiano). Soros ha finanziato parte di questa iniziativa, con un contributo stimato di circa 82.200 dollari, secondo quanto riportato dal Kyiv Post.

Veniamo a Zelensky e alla Nuland.

Quando Zelensky è diventato presidente il suo obiettivo iniziale era trovare una soluzione negoziata al conflitto nel Donbass e migliorare i rapporti con la Russia, pur mantenendo un orientamento filo-occidentale. Nuland, in quel periodo, era una delle figure di spicco nell’amministrazione Biden che promuoveva una linea dura contro la Russia.

Un punto di svolta controverso nel loro “rapporto” indiretto riguarda i negoziati di pace di Istanbul nell’aprile 2022. Secondo alcune fonti, tra cui dichiarazioni successive della stessa Nuland, gli Stati Uniti avrebbero scoraggiato Zelensky dal firmare un accordo con la Russia che era stato quasi finalizzato. Tale accordo prevedeva limitazioni all’arsenale ucraino e una neutralità di fatto, in cambio di garanzie di sicurezza. Nuland ha ammesso in un’intervista del 2024 che Washington, consultata da Kiev, giudicò l’intesa svantaggiosa per l’Ucraina, contribuendo al suo fallimento.

Da un lato, Zelensky ha beneficiato enormemente del sostegno americano orchestrato da figure come Nuland, che ha facilitato l’arrivo di miliardi di dollari in aiuti e armamenti, rafforzando la sua immagine di leader della resistenza. Dall’altro, tale dipendenza ha limitato la sua autonomia decisionale, legandolo a una guerra prolungata che potrebbe essere stata evitata.

E’ del tutto conseguente che la svolta di Donald Trump, che riguarda un’inversione a U nei rapporti con la Russia, non possa avere alcun punto reale di contatto con le logiche politiche che hanno indirizzato Kiev da Euromaidan a oggi.

E’ difficile essere uomini buoni per tutte le stagioni e Zelensky paga il fatto di essere un esponente di una storia finita con la fine di Joe Biden, dei neocon, di una strategia fallita.

C’è, infine, una considerazione da fare sulla nuova strategia comunicativa della Casa Bianca.

Molto avviene in pubblico, senza la mediazione della stampa. Sui social finiscono le dichiarazioni, i filmati degli incontri. Questo fatto implica una strategia di distrazione che protegge i veri rapporti diplomatici, le vere trattative, che avvengono lontane dal palcoscenico.

Sul palcoscenico ci sono gli schiaffi a quattro mani a Zelensky, uomo dei neocon e dei dem Usa. Giornalini e giornaloni, politicanti di infimo spessore si lanciano in anatemi. La platea si scalda. Il mondo dei tifosi bolle.

Tutto è perfetto per distogliere l’attenzione da quello che conta.

In fondo, Zelensky era un attore e attore resta.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui