Home Opinioni WOKE CULTURE E CANCEL CULTURE – LE PSEUDO CULTURE CHE DESTABILIZZANO L’OCCIDENTE

WOKE CULTURE E CANCEL CULTURE – LE PSEUDO CULTURE CHE DESTABILIZZANO L’OCCIDENTE

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di Paolo Falconio*

I laureati alle  scuole di alti studi strategici ,non possono comprendere, nonostante gli esempi con cui si sono già scontrati (spesso con esiti deludenti),una diversa cultura guerriera come quella russa, afghana, vietnamita o cinese. Questo perché non ne colgono i punti di riferimento ancestrali, accomodati e calibrati alla attualità della minaccia, punti di riferimento che si alimentano di una storia identitaria che lega un passato mitizzato in funzione di un presente in  itinere verso un obiettivo che è meta liberatoria e salvificatrice di un mondo diseguale.

Nasce da qui la necessità di comprendere e far comprendere la scala degli eventi messi in moto con l’adozione di un nuovo lessico, che sottende una visione totalizzante del mondo e della storia. Come nella genesi è la parola che crea la realtà, imponendo specifici schemi che non sempre designano concetti  precisi quanto piuttosto qualificazioni di fatti e fenomeni, politicamente concreti e incisivi della realtà. Cancel culture, woke culture, ambientalismo green e da ultimo la genesi della realtà virtuale e del metaverso.

Se andassimo a ritroso ricorderemmo l’inizio di questa cultura alternativa estremamente pervasiva e apodittica,  avviata con l’attenzione mediatica di simpatia iniziale per l’adolescente Greta e le sue battaglie  a favore dello sviluppo sostenibile, l’unico rimedio al cambiamento climatico, punto divenuto simbolo mondiale di rivolta generazionale per un nuovo ambientalismo che individua nei suoi estremi lo stesso modello sociale ed economico quale nemico del naturale ecosistema terrestre. Non va dimenticato che però il fenomeno Greta viene da lontano, da oltre oceano e precisamente dal Vice Presidente degli USA Al Gore che su questi temi ebbe il riconoscimento del Premio Nobel per la Pace nel 2007.

Quanto sopra a titolo di esempio per ragionare su l’elaborazione fatta per una geopolitica cognitiva orientata a incidere su menti e cuori delle parti partecipanti a un  conflitto  o antagonismo non guerreggiato in un’epoca dominata dalla I.A. e I.e.T. In definitiva ci si orienta nella valorizzazione di elementi mitopoietici di varia origine , ideologici, culturali, identitari, religiosi, etc… a fini del rafforzamento del fronte interno o per indebolire la coesione e il consenso del “nemico”. La ratio di tale orientamento è la risposta alla convinzione che il conflitto bellico futuro assumerà il carattere della contrapposizione di sistemi valoriali di idee, ideologie e religioni.

Un esempio è la dottrina sui diritti umani, che nella visione classica è stata una grande conquista umana, ma la cui proposizione attuale (anche da parte di minoranze più o meno liberal) è finalizzata a contrastare il concetto di sovranità e supremazia  culturale che ha omologato quasi globalmente il dominio dell’american way of life, che per gli americani è qualcosa che va oltre un sistema di vita, ma assume quasi un carattere religioso. Da qui anche la pericolosità per la tenuta del tessuto sociale americano.

Una generazione, spesso priva di strumenti culturali, si ritrova a fantasticare su cosa sia il bene e il male e ad aspirare all’assoluto che è la matrice di ogni integralismo , che sovente ha generato i peggiori mostri della storia, ma a cui si aspira in un’utopistica visione mondiale capace di risanare i guasti di una realtà percepita come un abominio sociale. Uno dei tanti esempi concreti di questa deriva lo si può osservare negli accadimenti e nei messaggi che sconvolgono le università americane.

In definitiva è il fronte interno che va sottoposto a una “cognitive warfare” per prepararlo ad affrontare e resistere alle nuove minacce che potrebbero minare le capacità individuali e collettive di autodeterminarsi senza condizionamenti subliminali o diretti.

Da un punto di vista militare, i nuovi strumenti tecnologici si devono accompagnare a un fattore culturale che superi la propaganda e la disinformazione, agendo sulla psicologia e sulle emozioni dell’avversario per potenziare la guerra sul fronte interno. La NATO sembra tuttavia in ritardo rispetto ai suoi contendenti anche potenziali. Si pensi alle tecniche di  “cognitive warfare” messe in campo da Hamas o dagli eserciti russo e ucraino, per non parlare delle tecniche di controllo sociale e di identità nella realtà cinese. Non ci può essere una “cognitive warfare” in ambito NATO o Europeo se non si recupera la memoria e l’orgoglio del passato. Basta chiedere scusa per aver dato la civiltà (diritti umani compresi) al mondo. Un magma di nuove pseudo tutele sullo sfondo di un revisionismo storico si è tramutato rapidamente in pensiero politico che ha elaborato concetti che hanno disarticolato e destabilizzato la NATO e l’Occidente nel suo complesso e cosa ancor più grave solo ora si comincia a comprendere che si è eroso un vantaggio strategico, anche militare.

L’operazione è sottile, l’intero sistema liberal democratico, ma direi l’identità stessa dei popoli europei e nord americani è minato nelle fondamenta dalle varie cancel culture o woke culture. Il sistema economico prettamente di marca anglosassone è considerato nella sua essenza un abominio sociale. La sperequazione economica a cui si assiste attiene ad aver estremizzato il sistema, il quale invece per anni con i giusti contrappesi e resettando le peculiarità territoriali ha garantito un benessere economico senza uguali nella storia.

Un nuovo libretto rosso tuttavia si diffonde e non ha pietà per i suoi nemici che sono, guarda caso, tutti interni.

*membro della Faculty della Luiss

Centro Studi Paradigma

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