Home Opinioni WASHINGTON, DUE VITE SPEZZATE

WASHINGTON, DUE VITE SPEZZATE

0

Washington, due vite spezzate: la voce che non avrei voluto ascoltare.

Oggi scrivo con la mano che trema e con l’anima che cerca un appiglio.

Due persone, due vite, due volti che non conosco e che, eppure, mi appartengono. Erano una coppia, stavano per fidanzarsi. Erano parte dell’ambasciata israeliana, ma anche parte di una rete umana fatta di sogni, di affetti e di speranze. Sono stati assassinati, e l’urlo che ha accompagnato il fuoco dei colpi è stato: “Palestina libera.”

E io mi chiedo: è solo un atto isolato? O è un sintomo? È un grido disperato?

O un odio alimentato? È un delirio individuale? O è la prima fessura di un’ondata che sale?.

Perché nel mio cuore, sento: che questo non sia solo un gesto sciagurato.

È una crepa che si apre nella carne della civiltà che rimbomba una domanda che fa male: siamo davvero all’inizio di una nuova recrudescenza antisemita?

La ferita non è solo ebraica. È umana. È nostra.

Oggi vorrei dire che è stato solo un folle. Uno squilibrato, uno sbaglio della storia. Ma sarebbe comodo. Sarebbe un modo per voltarmi dall’altra parte e illudermi che non sia anche responsabilità mia, nostra.

Sarebbe troppo facile archiviarlo come l’atto isolato di un individuo malato.

Ma io sento che non posso permettermelo, perché se mi ascolto bene, quella violenza non viene dal nulla. È il frutto marcio di semi gettati da tempo, che è cresciuto in un clima saturo. Un tempo in cui la parola ebreo è tornata ad essere insulto. In cui si moltiplicano i post, le vignette, le teorie, le accuse travestite da critica politica. Un tempo in cui, dietro la condanna (spesso legittima) delle azioni di un governo, si annida sottile ma presente l’odio contro un intero popolo.

E allora mi domando: quanti “Elias Rodriguez” stanno covando, silenziosi, nascosti e pronti a farsi fuoco? Quanti stanno crescendo in un ecosistema dove l’ebreo è il colpevole ideale, il nemico simbolico, il bersaglio più antico?

Non è solo un atto. È un segnale. È un grido d’allarme.

Quando ho letto che l’attentato è avvenuto all’esterno di un museo ebraico, ho sentito un brivido: la storia si sta specchiando in se stessa.

È nei musei che proviamo a raccontare ciò che è stato, per non dimenticare. Eppure, sembra che la memoria stia vacillando. Le stesse dinamiche, le stesse narrazioni, le stesse semplificazioni pericolose stanno ritornando in forme nuove, ma con la stessa ferocia. L’attentatore ha gridato “Palestina libera” e questo è un dettaglio da affrontare con maturità e lucidità. Perché una causa politica, anche quando è legittima, non giustifica la violenza. Non deve mai diventare il carburante per l’odio etnico o religioso, perché il rischio, oggi, è che la causa palestinese che merita ascolto e rispetto venga contaminata, strumentalizzata da chi cerca solo un pretesto per colpire Israele, e dietro Israele, gli ebrei tutti.

Il confine tra antisionismo e antisemitismo si fa sempre più sottile, e spesso, tragicamente, viene cancellato.

Questo è il momento in cui non si può tacere.

Scrivo oggi da dentro me stesso, e mi domando: che tipo di mondo stiamo costruendo, se non siamo capaci di distinguere tra critica e odio?

Tra resistenza e terrorismo? Tra libertà e fanatismo? Se chi alza la voce per la giustizia non sa più distinguere tra giustizia e vendetta, allora stiamo nutrendo mostri.

Se l’odio può travestirsi da ideologia e passare sotto silenzio perché “ha una causa”, allora siamo in pericolo.

Se in nome della libertà si uccide la libertà degli altri, allora è il buio che avanza.

E il buio non avanza mai da solo, perché viene accolto. Viene nutrito.

Questo è il tempo in cui l’umanità deve svegliarsi.

O rischia di ripetere l’incubo.

Mi rendo conto, scrivendo, che questo gesto è il sintomo di una febbre crescente. L’odio verso gli ebrei verso il solo fatto che esistano, che siano, che vivano, non è mai stato del tutto sconfitto. È rimasto latente, nascosto sotto la pelle del mondo. E ora, lentamente, ritorna.

Lo vediamo nelle università, dove la tensione sale fino al linciaggio morale.

Lo vediamo nei social, dove l’insulto diventa virale.

Lo vediamo nelle piazze, dove la rabbia diventa bandiera.

E lo vediamo come oggi nella carne e nel sangue delle vittime.

Non bisogna più essere distratti, né restare in silenzio.

Questo non è solo un fatto di cronaca. È una sveglia spirituale per me, per noi. Un invito a scegliere: o stiamo dalla parte della dignità umana, di tutta e sempre, oppure rischiamo di essere complici, anche con il silenzio.

Non si tratta di essere a favore o contro Israele. Si tratta di riconoscere che nessuna causa giustifica l’uccisione deliberata, l’odio etnico, l’antisemitismo mascherato. Si tratta di capire, che la storia ci ha già mostrato dove porta questo sentiero. E ora che si vedano i primi segnali, dobbiamo fermarci. Dobbiamo capire perché, se questo gesto è solo l’inizio, allora il tempo per la coscienza è adesso.

Non dopo, io non voglio essere spettatore.

Voglio essere voce.

Voglio essere sentinella.

Voglio nutrire ciò che salva.

Anche se costa. Anche se spaventa. Anche se espone.

Perché la memoria non serve a niente se non ci obbliga a scegliere.

E scelgo di non accettare che l’odio torni a farsi carne.

Mai più.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui