Mettiamo un dazio sulle fesserie a 5 stelle?
Perché sono tonitruanti e inconcludenti le tifoserie mediatiche e delle opposizioni parlamentari sull’accordo Usa-Ue.
Mettiamo un dazio sulle fesserie a 5 stelle?
Tifoserie all’attacco sui media e nelle aule parlamentari. Troppo ghiotta l’occasione e ricco il piatto della partita. Con un sol colpo si poteva accusare il Governo in carica di aver subito le pressioni dell’odiato Trump e di non aver difeso, contro i dazi, gli interessi del Paese. Anzi della Nazione, come avrebbe detto Giorgia Meloni. Che pure aveva tentato fino alla fine di evitare che il Presidente degli Stati Uniti si cacciasse in un cul de sac senza prospettive.
Niente da fare. Ad impossibilia nemo tenetur. Ma nemmeno l’esistenza di questo antico brocardo (nessuno è tenuto all’impossibile) ha introdotto elementi di moderazione. E così, per una sorta di proprietà transitiva, la critica si è ritorta soprattutto nei confronti di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, di cui almeno il Pd era stato grande elettore.
Contraddizioni della politica. O meglio di una sorta di accecamento che impedisce di guardare alle cose per quelle che sono. E cercare le possibili soluzioni, nella speranza di limitare il danno. Che indubbiamente vi sarà, ma che è conseguenza di una lunga storia che ha coinvolto tutte le forze politiche italiane, con l’eccezione forse di Fratelli d’Italia, in passato da sempre all’opposizione.
Bastano pochi dati per dimostrare questo assunto. Anche se i particolari dell’accordo sui dazi, che ancora mancano, impediscono una stima precisa. Tuttavia l’ordine di grandezza può essere stimata: uno 0,5% del Pil, secondo le comunicazioni del Ministro Giorgetti, al Parlamento italiano.




