
La sconfitta dei neocon è secca, inequivocabile. Volevano gettare gli asset russi detenuti in Belgio come un asse (inteso come bastone) nelle ruote degli accordi di pace per i quali sta lavorando il team di Donald Trump e si sono presi degli asset tra i denti.
Lo ha ben capito il presidente francese Emmanuel Macron, il quale, da opportunista quale è, è già salito sul carro del vincitore (leggi Donald Trump) affermando che per l’Europa sarebbe “utile” riprendere il dialogo con il presidente russo Vladimir Putin, sottolineando la necessità di individuare un quadro adeguato per riaprire il confronto.
“Credo che sia nel nostro interesse, come europei e come ucraini – ha detto Macron citato dall’Agence France-Presse – trovare il giusto quadro per tornare a impegnarci in questa discussione”, ha dichiarato Macron. Il capo dell’Eliseo ha aggiunto che gli europei dovranno trovare una modalità per farlo “nelle prossime settimane”, lasciando intendere che l’iniziativa potrebbe maturare in tempi relativamente brevi nel contesto del conflitto in Ucraina.
Finge di non capire Ursula von der Leyen, la quale ormai fa di ogni sconfitta una vittoria, perché il suo problema è sopravvivere. La funzionaria tedesca che guida la Commissione dell’Unione Europea ha ieri affermato: “Per i prossimi due anni, gli Stati membri hanno concordato di finanziare l’Ucraina tramite l’indebitamento dell’Ue sui mercati dei capitali per un importo di 90 miliardi di euro”. “Lo faremo – ha aggiunto – attraverso una cooperazione rafforzata sostenuta dal margine di manovra del bilancio dell’Ue e basata su un accordo unanime per modificare il Qfp, in modo simile al prestito per le riparazioni. È molto importante sottolineare che l’Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo una volta ricevute le riparazioni. Fino ad allora, i beni russi immobilizzati resteranno immobilizzati e l’Unione si riserva il diritto di utilizzare i saldi di cassa per finanziare il prestito”.
L’acronimo QFP nell’Unione Europea sta per “Quadro Finanziario Pluriennale”.
Si tratta del bilancio a lungo termine dell’UE, che definisce i massimali di spesa annuali e complessivi per un periodo solitamente di sette anni (ad esempio, l’attuale QFP copre il 2021-2027). Serve a garantire una pianificazione stabile delle risorse europee, traducendo in termini finanziari le priorità politiche dell’Unione (come coesione, agricoltura, ricerca, clima e sicurezza).
La premier Giorgia Meloni, che ha evitato l’utilizzo degli asset e anche l’avvio del Mercosur, ha dichiarato: “Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma a farlo con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e finanziario”.
Diciamo che il buon senso ha semplicemente rinviato sine die il tema degli asset e indebitato l’Unione Europea, ossia tutti noi, per 90 miliardi.
A togliere i veli al pasticcione di “Unione Pappagone” ci ha pensato Viktor Orban, il quale ha fatto come il bambino della famosa favola di Andersen, additando la nudità del re.
“Si è creata una situazione in cui noi tre (Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, ndr) – ha detto Orban – eravamo decisivi, perché sarebbe stata necessaria l’unanimità. Alla fine abbiamo scelto una soluzione diversa: poiché non siamo riusciti a convincerli ad abbandonare il piano, ed è molto difficile impedire contemporaneamente a tedeschi, italiani e francesi di portare avanti qualcosa, abbiamo chiesto che, se loro vogliono salire su questo treno e noi non vogliamo comprare il biglietto, non ci venga imposto di salirci. Qui questo si chiama opt-out, esenzione. E così ne siamo rimasti fuori”.
“Di fatto – ha detto Orban, dichiarando che il re è nudo – è nato un prestito di guerra. L’Unione, con l’eccezione di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, mette insieme tutti gli altri Stati membri in una comunità di creditori, utilizzando anche fondi europei, e concede un prestito di guerra agli ucraini. Noi ne siamo rimasti fuori. Questo prestito di guerra non tornerà mai indietro e sia gli interessi sia il capitale dovranno essere pagati da coloro che lo hanno concesso. Saranno loro a doverne sopportare il costo. In questo modo abbiamo risparmiato all’Ungheria molte centinaia di miliardi di fiorini”.
“È vero – ha in fine detto Orban – che probabilmente questo prestito di guerra verrà concesso sotto forma di un finanziamento a lungo termine. Il peso di questo prestito destinato chiaramente a fallire non ricadrà sui decisori di oggi, ma sui loro figli e nipoti, per molti, molti anni. Potrei quindi dire che abbiamo salvato i nostri figli e nipoti dal dover rispondere in futuro di denaro inviato sotto forma di prestito di guerra per una guerra sbagliata”.
Altrettanto chiaro di Orban anche il primo ministro slovacco Robert Fico: “La Slovacchia non prenderà parte ad alcun prestito militare a favore dell’Ucraina e rifiutiamo ulteriori finanziamenti, anche provenienti dalle risorse della Repubblica slovacca, per le esigenze militari, poiché non crediamo in una soluzione militare al conflitto”.
Con una faccia tosta incommensurabile, la Germania ribadisce la questione del rimborso dei prestiti all’Ucraina con le riparazioni russe, dimenticandosi che i tedeschi i danni di guerra non li hanno pagati.
La questione dei danni di guerra non pagati dalla Germania è un tema controverso e ricorrente in paesi come Italia, Grecia e Polonia.
La Germania considera la questione delle riparazioni per la Seconda Guerra Mondiale chiusa definitivamente da accordi internazionali: l’accordo sui debiti esteri germanici di Londra (1953), che ha ridimensionato e dilazionato i debiti post-bellici (ultimo pagamento nel 2010); il Trattato “Due più Quattro” (1990) sulla riunificazione tedesca, che non prevede ulteriori riparazioni; pagamenti bilaterali negli anni ’50-’60 a vari paesi (tra cui l’Italia nel 1962 per circa 40 milioni di marchi tedeschi, equivalenti a oltre 1 miliardo di euro attuali); miliardi di euro versati per vittime dell’Olocausto, lavoro forzato e altri indennizzi individuali.
Berlino, pertanto, sostiene di aver già compensato ampiamente i danni attraverso questi meccanismi e che riaprire la questione violerebbe il diritto internazionale e l’immunità sovrana degli Stati.
“Il pacchetto finanziario per l’Ucraina – ha detto il cancelliere tedesco Merz – è stato finalizzato. Come avevo richiesto, all’Ucraina viene concesso un prestito a tasso zero di 90 miliardi di euro. Questi fondi sono sufficienti a coprire le esigenze militari e di bilancio dell’Ucraina per i prossimi due anni”.
“Si tratta – ha detto Merz – di un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché Putin farà concessioni solo quando si renderà conto che la sua guerra non porterà a nulla. I beni russi congelati rimarranno bloccati fino a quando la Russia non avrà pagato i risarcimenti all’Ucraina. Abbiamo già preparato il terreno per questo la scorsa settimana. L’Ucraina dovrà rimborsare il prestito solo dopo che la Russia avrà pagato i risarcimenti. E lo diciamo molto chiaramente: se la Russia non pagherà i risarcimenti, ricorreremo, nel pieno rispetto del diritto internazionale, ai beni russi immobilizzati per rimborsare il prestito”.
Sarà interessante vedere come una potenza militare che vince sul campo, quindi non è sconfitta, possa essere indotta, e da chi? a pagare i danni di guerra alla potenza militare sconfitta.
I tedeschi, che hanno avuto enormi sconti, dovevano pagare i danni di guerra perché la guerra l’avevano persa e, guarda caso, c’è ancora chi i risarcimenti li rivendica.
La Polonia, a dimostrazione di quanto gli europei si vogliano bene tra di loro, ha ripetutamente chiesto alla Germania di pagare riparazioni per i danni causati durante la Seconda Guerra Mondiale.
La questione risale principalmente al periodo del governo del partito Diritto e Giustizia (PiS, 2015-2023), quando nel 2022 è stata presentata una stima ufficiale delle perdite polacche in circa 1,3-1,5 trilioni di euro (6,2 trilioni di zloty), e è stata inviata una nota diplomatica formale alla Germania per richiedere riparazioni.
La Germania ha sempre respinto queste richieste, sostenendo che la materia è chiusa dal punto di vista legale: la Polonia comunista rinunciò alle riparazioni nel 1953 (sotto pressione sovietica) e la questione fu confermata con il Trattato Due più Quattro del 1990 sulla riunificazione tedesca.
Nel 2025, con il nuovo presidente polacco Karol Nawrocki (eletto a maggio), la richiesta è stata rinnovata in modo esplicito. Il 1° settembre 2025, in occasione dell’86° anniversario dell’invasione nazista della Polonia (inizio della Seconda Guerra Mondiale), Nawrocki ha dichiarato che le riparazioni sono necessarie per costruire relazioni basate su “verità e giustizia”, e le ha chieste “inequivocabilmente” per il bene comune.
Durante una visita a Berlino a settembre 2025, ha riproposto il tema, ma la Germania ha ribadito che la questione è “definitivamente regolata” dal punto di vista legale. Nawrocki ha collegato la richiesta anche a temi attuali, come la sicurezza NATO (Polonia come “stato di prima linea” contro la Russia).
Considerato che la Russia non risarcirà l’Ucraina e, che ne sappiamo, potrebbe anche chiedere a Kiev i danni di guerra, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia non parteciperanno al prestito europeo da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina. L’opt-out è scritto nero su bianco nelle conclusioni adottate dal Consiglio europeo.
“Al fine di garantire il necessario sostegno finanziario all’Ucraina a partire dal secondo trimestre del 2026, comprese le sue esigenze militari, il Consiglio europeo – si legge nel comunicato – concorda di erogare all’Ucraina un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, basato sui prestiti contratti dall’Ue sui mercati dei capitali e sostenuto dal margine di bilancio dell’Ue. Attraverso la cooperazione rafforzata (articolo 20 TUE) in relazione allo strumento basato sull’articolo 212 TFUE, qualsiasi mobilitazione di risorse del bilancio dell’Unione a garanzia di tale prestito non avrà alcun impatto sugli obblighi finanziari della Repubblica Ceca, dell’Ungheria e della Slovacchia. Tale prestito sarà rimborsato dall’Ucraina solo una volta ricevute le riparazioni. Fino ad allora, tali attività rimarranno immobilizzate e l’Unione si riserva il diritto di utilizzarle per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell’UE e internazionale”.
Siamo vincoli o sparpagliati?”. La celebre frase tormentone del personaggio Gaetano Pappagone, creato da Peppino De Filippo nel 1966, si attaglia perfettamente alla situazione dell’Unione Europea.
Se non è sufficiente il pasticciaccio dei finanziamenti all’Ucraina, aggiungiamo le dichiarazioni relative all’ingresso di Kiev nell’Unione.
Michael McGrath (Commissario per la Giustizia) ha dichiarato a fine novembre 2025 che l’UE non sosterrà l’adesione dell’Ucraina senza un sistema efficace per indagare, perseguire e condannare la corruzione ad alto livello. Michael McGrath ha sottolineato che gli standard valgono per tutti i candidati e che, senza risultati concreti, non ci sarà supporto dagli Stati membri.
Marta Kos (Commissaria per l’Allargamento) ha espresso preoccupazioni su possibili arretramenti nelle riforme anti-corruzione (ad esempio, una legge controversa del luglio 2025 che rischiava di indebolire l’indipendenza delle agenzie anti-corruzione, poi rivista).
Netta la posizione del Cremlino. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che l’idea di utilizzare i beni russi congelati era una “rapina” e affermando che i leader europei non sono riusciti a raggiungere un accordo temendo che “le conseguenze potrebbero essere davvero dure per i rapinatori”.
“Non importa cosa rubino – ha detto Putin -, prima o poi dovranno restituirlo e, cosa più importante, andremo in tribunale per proteggere i nostri interessi. Faremo del nostro meglio per trovare una giurisdizione indipendente dal contesto politico”.





