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VICENDA GARLASCO: MAGISTRATI E GIORNALISTI, ZERO IN LOGICA?

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di Lucio Leante

La vicenda Garlasco porta allo scoperto la profondità della crisi giustizia in Italia, che è crisi della magistratura e del giornalismo. Non si tratta solo di politicizzazione dei magistrati e dei giornalisti, ma anche della scomparsa della logica e del suo uso arbitrario e sofistico.

Un innocente – questo è ormai chiaro a tutti, è in galera da oltre dieci anni per responsabilità di magistrati approssimativi e di giornalisti improvvisati, che si mostrano, se non altro, incapaci di elementari ragionamenti logici. E ora, dopo 18 anni, si cerca a tentoni il vero colpevole. O solo un altro colpevole qualsivoglia?  La giustizia in Italia sembra essere è un rito che si deve compiere sempre e che deve, in apparenza, sempre “trionfare”. Anche contro la logica più elementare. E’ forse nella carenza di logica elementare in magistrati e giornalisti una delle radici dei frequenti errori giudiziari in Italia.

Alberto Stasi, accusato dell’omicidio della sua fidanzata, la giovane Chiara Poggi, subì un lungo processo (indiziario) in cui la “prova regina” era ritenuta – da esimi magistrati e da attenti giornalisti- nientemeno che “l’assenza di macchie di sangue sulle sue scarpe”.  Solo pochi tra giornalisti e magistrati rilevarono l’evanescenza di quella presunta “prova”. Nessuno si chiese a lume di logica: “Ma perché sarebbe una prova? Se Stasi avesse avuto le scarpe sporche di sangue sarebbe stata forse una prova di innocenza?”. No! Anzi! Nessuna delle due ipotesi alternative poteva essere considerata una prova di alcunché, anche perché ciascuna di esse poteva prestarsi ad accusarlo. Non era forse più logico pensare che, giunto sulla scena del delitto avesse badato a non calpestare il sangue della sua fidanzata? Certo! A lume di logica è così. “La logica è una gran bella cosa, ma non basta per sopravvivere” – diceva Franz Kafka.

Nonostante Stasi avesse l’alibi di essere stato al computer nelle ore della mattina in cui il delitto era avvenuto e nonostante Pm e tecnici avessero cercato di inficiarlo (l’ora presunta del delitto venne anticipata dagli esperti dell’accusa) nei primi due processi (uno di primo grado e l’altro d’appello) Stasi fu assolto.

La sua assoluzione sconvolse l’opinione pubblica: un omicidio restava senza colpevoli e, anche per la caparbietà dei magistrati dell’accusa, non c’era un’ipotesi alternativa. Questo il sistema (un circo?) mediatico-giudiziario italiano non poteva e non può tollerarlo. Anomalia italiana!

Stasi era diventato la vittima designata di un meccanismo giudiziario-mediatico infernale che aveva bisogno di un colpevole. Il “sistema” voleva in pasto un colpevole quale che fosse e, anche per pigrizie dei magistrati requirenti, aveva sottomano solo Stasi. Lo esigeva l’opinione pubblica, improbabilmente rappresentata dalla maggioranza dei giornalisti italiani.     

Così per volontà di alcuni giudici della Cassazione si imbastì un secondo processo, da cui Stasi uscì finalmente condannato due volte (a 16 anni) a furor di opinione pubblica e cioè soprattutto di giornalisti colpevolisti. In realtà sia alcuni magistrati (anche di Cassazione) e giornalisti di giornaloni avevano assecondato la corrente maggioritaria ed il sistema, che volevano una condanna di Stasi. Contro ogni logica.

La logica diceva infatti che il fatto stesso delle due assoluzioni precedenti era la prova lampante e certificata da ben due sentenze che Stasi non veniva condannato al di là di ogni ragionevole dubbio, come pure prescrive il codice di procedura penale. Il dubbio sussisteva eccome. Era un dubbio duplice e addirittura di Stato. 

Ma magistrati e giornalisti tacquero e fecero tacere le ragioni del codice e della logica elementare.

Ora nuovi magistrati, dopo 18 anni dal crimine, stanno cercando di costruire una cella intorno ad un altro indagato, ancora una volta sulla base di indizi incerti che ancora una volta non provano nulla e che vengono presentati come gravi, precisi e concordanti: un frammento di DNA sub-unghiale ed un’impronta su un muro già esclusi nel primo processo come irrilevanti e indecifrabili che collocherebbero un altro individuo ora indagato perché – come si dice nel gergo giudiziario dei criminologi – era presente “sulla scena del delitto”. Anche ammesso che lo sia stato (e non è affatto provato), non si dice quando.

Quasi nessun giornalista rileva mai che trovare una traccia di DNA o un’impronta “compatibile” non prova nulla: oltre al fatto che la mera “compatibilità” non garantisce alcuna attribuzione certa, quelle tracce non sono databili e quindi sono per principio inutilizzabili per una sentenza di condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Se pure era presente sulla scena del delitto non si può stabilire quando e quindi se davvero quel tale fosse presente al momento del delitto.

Tutto lascia pensare che delle serie carenze di logica elementare continuano a caratterizzare i modi di pensare e di agire di molti magistrati e giornalisti italiani.

 Certo in questo ha una certa responsabilità la decadenza della scuola italiana di ogni ordine e grado. Alle scuole elementari e medie non si insegnano più l’analisi logica e la filosofia, e la matematica è ritenuta una disciplina secondaria. Nelle Università imperversano le ideologie del relativismo assoluto, anche giuridico, per cui tutte le verità si equivalgono e sarebbero mere costruzioni sociali e, quindi, funzioni del potere (soprattutto di quello sociopolitico). Nella società intera e nelle sue istituzioni culturali prevale la propensione all’affermazione di “post-verità” (che sono mezze verità o complete assurdità che però hanno il discutibile vantaggio di promettere un ipotetico futuro edificante di non-discriminazione, armonia e solidarietà sociale). 

La logica in questo quadro diventa una mera tecnica sofistica dell’argomentazione utilizzabile a qualsiasi fine e a dimostrare tutto ed il suo contrario. A leggere certe sentenze e certi articoli di giornali verrebbe voglia di prescrivere corsi obbligatori ed esami di logica elementare a magistrati e giornalisti.

Il risultato dell’equazione tra verità e potere è che troppi procuratori e giudici, anche perché dotati in Italia di poteri illimitati, assoluti e irresponsabili, ritengono anche di essere dotati, come fossero dèi onniscienti, di alogiche (e talvolta francamente illogiche) intuizioni infallibili. Celebrano perciò troppo spesso processi meramente indiziari, in cui prevale il loro “libero convincimento”, per cui possono forzare la rilevanza di indizi spesso evanescenti e poco significativi cercando di dimostrare che quegli indizi siano, invece, “gravi, precisi e concordanti” (come prevede l’art. 192 c.p.p.); una formula quest’ultima che consente di trasformare, con argomenti pseudo-logici, alcuni indizi concordanti in “prove” che spesso vengono definite “prove logiche”, sostitutive di vere prove fattuali e materiali.

“Cento indizi non fanno una prova” – scriveva Feodor Dostoevskji. Ma in Italia a certi magistrati basta molto meno.  

Molti magistrati italiani sono così portati a celebrare processi meramente indiziari. Sono favoriti dalla persistenza nel nostro codice di procedura penale dell’ambiguo principio del “libero convincimento del giudice” (idem, art. 192 c.p.p.) che consente loro di valutare arbitrariamente prove ed indizi in modo autonomo anche se con l’obbligo di motivare quel loro convincimento sulla base di un “ragionamento logico-giuridico”.

Ma basta leggere alcune sentenze di migliaia di pagine per vedere come i ragionamenti dei nostri magistrati siano intrisi di lunghi sofismi pseudo-logici e di veri errori logici elementari (prevalgono tra questi errori la “petizione di principio” e la “non causa pro causa”).  

Pochissimi giuristi e giornalisti osservano che quel principio (del libero convincimento del giudice) è in stridente contraddizione con il dovere di pronunciare sentenze di condanna solo se la colpevolezza dell’imputato sia provata “al di là di ogni ragionevole dubbio” e cioè in modo assolutamente inequivocabile sulla base di prove certe e non di meri e più o meno labili indizi (art. 533 c.p.p.).

Fino a quando questa dicotomia del sistema giudiziario italiano non sarà risolta (a favore del principio garantista della prova al di là di ogni ragionevole dubbio) esso resterà – come scrisse il magistrato Ferdinando Imposimato in un suo libro sugli errori giudiziari in Italia- “una macchina che produce sistematicamente errori giudiziari”.   

Quella dicotomia incoraggia infatti i magistrati dell’accusa, che in Italia sono anche (impropriamente e inefficientemente) titolari delle indagini della polizia giudiziaria, a fidarsi eccessivamente delle loro intuizioni (spesso alogiche o addirittura illogiche) e a trascurare indizi diversi e direzioni investigative alternative anche per orgoglio professionale e personale. Essi sono convinti che, per loro tramite, la giustizia si compia sempre nel processo proprio come nella messa, tramite il sacerdote, si compie il miracolo della transustanziazione. E sono perciò anche strutturalmente riluttanti ad ammettere che un delitto possa restare “senza colpevoli”, una possibilità ovvia che in Italia i magistrati vivono come un eccezionale e catastrofico scacco personale. Sanno che a commettere un errore giudiziario, essi non rischiano nulla data la sostanziale irresponsabilità di cui godono. Tendono perciò a preferire naturalmente, e in maniera alogica e quasi inconscia, di mandare un innocente in galera piuttosto che ammettere la loro fallibilità e limitatezza, come pure quella della giustizia umana. Tanto a loro nessuno chiederà conto e ragione dei loro eventuali errori giudiziari e soprattutto delle loro carenze in logica. Elementare Watson!    

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