
di Giuseppe Augieri
Il dem Fornaro: “La destra è tornata indietro nel tempo. Tagli il cordone con la storia missina”. Non è il solo a collocarsi su questa linea, come pure è la dimostrazione della assoluta incapacità di confronto e di affrontare seriamente argomenti di Politica. Vi erano mille argomenti per contestare le affermazioni di Meloni. Si è scelta la solita strada del “attenti ai fascisti!” gridata a sproposito: quella che ha portato Meloni in pochi anni dal 6% al 30%, da un’opposizione sterile ad uno dei Governi più saldi di sempre, nonostante una maggioranza azzoppata da non pochi cretini. E su qualche quotidiano, il ritornello del “ma prima aveva detto…” a proposito di Meloni e Ventotene si ritorce contro chi lo richiama, pugnalando a morte ogni tentativo di credersi intelligente.
Decontestualizzare le analisi di tre antifascisti, perseguitati dal regime e mandati al confino, che parlano di socialismo – ma quello di 18 anni prima di Bad Godesberg – dando risposta a vent’anni di dittatura e al fallimento della democrazia giolittiana, come fatto da Meloni, è uno scempio all’intelligenza. E, di quel documento, prendere solo le affermazioni che riguardano le idee sulla proprietà privata e suoi dintorni – che hanno in verità accenni di vetero filo marxismo – senza guardare allo spirito costitutivo e di lavoro di un’Europa del futuro, sognata ma possibile, è un espediente dialettico che farebbe sorridere chi ha un minimo di capacità intellettiva. O contestare nello specifico.
Del pari, indignarsi – in risposta – perché quell’Europa di Ventotene, mai davvero nata, oggi sarebbe lontana mille miglia da quella che avrebbero voluta Spinelli, Rossi e Colorni, mostra il terrore di dover riconoscere i propri errori. Nessuno dei tre antifascisti si sarebbe riconosciuto nell’Europa di Bruxelles: troppe banche, troppa finanza, troppa burocrazia, assenza di un comune sentire, competizione tra Stati nascosta sotto scritture di indirizzi e progetti pensati per accomodare gli interessi di tre, poi solo due, ed ora di nuovo tre Paesi.
Il Manifesto di Ventotene è la base morale e culturale fondamentale dell’Unione Europea: non ve ne è traccia in quella che oggi, utilizzando “Europa” come un fazzoletto alla moda, si pretende sia la realtà. Qualche giorno fa avevo espresso il mio parere su questo. Invito a leggere su “L’Unità” l’articolo a firma Roberto Morassut: ho trovato mille e più conferme a quello che sostenevo. Sono esattamente le questioni che bisognava imputare a Meloni e non lo è stato fatto.
Ma la cosa più importante è che Meloni ha di nuovo stravinto la sua battaglia. La tecnica che utilizza funziona, anche perché manda completamente fuori giri le opposizioni e i critici, che spesso accettano di seguirla nel campo delimitato dalla sua narrazione. O da una sua provocazione. E il problema centrale resta ai margini, non discusso, non affrontato.
Il rapporto con l’America di Trump è sembrato solo una piega quasi irrilevante del dibattito Parlamentare. In quel poco che è stato affrontato, lo si è posizionato nel più classico dei ragionamenti sbagliati: ti devi schierare … da che parte stai …. E si è saltato così un confronto sul vero nodo della questione: Trump ha deciso di abbandonare l’Europa o ha deciso di colpirla? In termini ancora più forti: Trump immagina l’Europa un peso o un avversario?
Perché, chi segue questa seconda alternativa, propugna la tesi che nello scenario globale, “egemonizzato da autocrazie cesariste” (che facilitano, agevolano o comunque non ostacolano, l’operato dei grandi potentati economici e determinano un nuovo modello di società, contesto che è molto più vicino e concreto di quanto si possa pensare), uno dei principali ostacoli è l’Europa, sia come modello di società che come entità politica. Non solo quello che l’Europa potrebbe diventare, ma quello che l’Europa è già, con tutti i suoi limiti, la sua ipocrisia e la sua subalternità ad altri attori!!!
Si capiscono bene, fino in fondo, le implicazioni? Questioni di una rilevanza tale, che schierarsi senza prima essersi chiariti i limiti di ciascuna delle due tesi è follia. E siamo lontanissimi dall’essercelo chiarito.
Lo dimostra anche la seconda delle due grandi questioni lasciate sullo sfondo: il senso da dare al programma indicato da Draghi. Ci tornerò su, anche perché mi piace dialogare su questo con due amici e compagni che leggo sul Nuovo Giornale Nazionale.
Qui accenno solo che a me sembra Draghi abbia ragioni tecniche abbondanti quanto sostiene che nessun Paese ha potenzialità economiche e finanziarie tali da affrontare l’investimento che occorre per colmare il gap, su quello che oggi conta in tecnologia ed in economia, con gli USA e con la “Cindia” e che dunque solo una messa in comune di risorse può dare risposte.
Non sbaglia Draghi quando dice che 10.000 miliardi di risparmi privati – cifra che vale quanto la capitalizzazione della famigerata BlackBlock, padrona della finanza mondiale – se lasciati nelle banche sono un’allocazione folle di risorse: che invece vanno utilizzate per investimenti di crescita. E non ha torto neanche quando sostiene che va definita una catena di comando che renda effettiva la gestibilità di tutto, a partire dalle operazioni della difesa militare.
Ma questa analisi – tecnicamente accettabile – non è completata da quella politica: chi gestisce, con quali regole, con quali vincoli, con quali controlli per garantire risultati. E soprattutto: Europa come coordinatrice di politiche dei Paesi membri o Europa dirigente? Come arrivarci?
Quel programma è oggi l’unico sul tavolo. La piega che prendono gli eventi mi suggerisce che sarà ammantato di mille fronzoli, ma poi sarà approvato e mostrerà tutte le sue crepe, indeterminazioni, rischi che non si sono voluti affrontare. Un altro passo indietro rispetto a Ventotene.
Nei fatti, insomma, Meloni ha carta bianca sulla quale scrivere quello che vuole. Questo è il vero pericolo per la democrazia: ma non èuna responsabilità solo della Meloni.





