
Vacanze: ovvero dell’antico rito collettivo del ‘riposo distruttivo’
“Il turista è colui che pensa che la sua casa sia brutta.”
— Anonimo (ma probabilmente un portinaio milanese in agosto)
Cari e sudaticci dieci lettori, vi scrivo oggi non da un’amaca in qualche isola greca né da un rifugio in quota, ma dal cuore di un pensiero inquietante che mi ha colto tra un ghiacciolo e l’altro:
e se l’estate, invece che la stagione del riposo, fosse solo una gigantesca trappola sociale?
Capitolo I – Il cinema non mente mai
Me lo sono chiesto — e la cosa si è fatta seria — dopo una full immersion cinematografica estiva.
Ho rivisto Domenica d’agosto di Luciano Emmer (1950), un capolavoro che andrebbe proiettato ogni estate in spiaggia al posto del karaoke: Roma si svuota e Ostia si riempie, la gente si ammassa sulla sabbia come sardine con l’ombrellone, e ogni personaggio sembra dirci: “Anche se è il mio giorno di libertà, mi sento prigioniero del bisogno di godermelo.”
Poi il tempo salta e si arriva a Ferie d’agosto (1996) e Un altro ferragosto (2023), entrambi diretti da Paolo Virzì.
Due film che andrebbero considerati documentari antropologici sulla villeggiatura italiana, con famiglie ideologicamente divise, trombati della vita in cerca di riscatto, filosofi da veranda e crogiolo di ipocrisie servite con il mojito.
Il risultato? Siamo sempre noi. Pateticamente intruppati.
Anche in vacanza.
Capitolo II – Tutti in fila, come greggi solari
Interrogativo esistenziale n. 1, perché ci muoviamo tutti nello stesso identico, affollatissimo momento dell’anno?
Dal 1° luglio al 15 agosto sembra suoni una sveglia collettiva e invisibile.
Milioni di persone partono simultaneamente, affollano le stesse spiagge, camminano sugli stessi sentieri alpini, si perdono nei medesimi agriturismi “esperienziali”.
La libertà diventa un rituale coreografato.
Sulle strade, la coda è un elemento decorativo fisso. Nei lidi, l’intimità è un concetto astratto: i vicini d’ombrellone ti leggono l’eBook sopra la spalla, i bambini ti scavano trincee fino al ginocchio.
Ma se non parti ad agosto, sei un fallito sociale. E quindi ci vai. Come pecora. Ma col trolley.
Capitolo III – L’estate come triathlon dell’ansia
Interrogativo n. 2, perché vogliamo fare in 7 giorni ciò che la fisiologia umana consentirebbe in 3 mesi?
L’estate è diventata un torneo di performance.
Non si va in vacanza, si va a sfidare se stessi, a provare sport dai nomi così esotici che sembrano password del Wi-Fi:
- SUP,
- cliff diving,
- slackline,
- canyoning,
- kitesurf,
- downhill
(solo in discesa, perché in salita il fegato è già impegnato a smaltire l’aperitivo del giorno prima).
Ogni giorno ha il programma di un campo militare, ma senza la disciplina, solo il fiatone.
Scali vette di 3000 metri con la stessa leggerezza con cui a casa eviti le scale del tuo condominio.
Ti tuffi da scogliere che non saresti salito nemmeno in sogno, perché “l’ha fatto anche il cuggino di Marika”.
Capitolo IV – L’orgia del food e il culto dell’aperitivo
Interrogativo n. 3, perché l’aperitivo è diventato una divinità pagana?
Ogni giornata vacanziera ruota intorno al culto della bottiglia e del finger food.
Ore 11: spritzino. Ore 12: prosecco “giusto per”. Ore 13: pranzo leggero (3 portate).
Ore 16: granita. Ore 18: happy hour con tagliere formato campo da paddle.
Ore 21: ristorante con vista (su un parcheggio, ma c’è l’atmosfera).
Ore 23: gelato, anche se fa freddo. Perché si deve.
È la vacanza compulsiva del gusto.
Non per mangiare bene: per mangiare sempre.
E nel mezzo, tra una portata e l’altra: la sagra.
Capitolo V – La finta tipicità delle sagre tarocche
Il capitolo più oscuro dell’estate italiana è la sagra di qualcosa che nessuno ha mai mangiato davvero nel posto in cui ti trovi.
Sagra del cinghiale a 38°C in piazza, con salsa barbecue “di tradizione etrusca”.
Sagra del polpo in un comune a 1200 metri d’altitudine.
Sagra del tortello “alla moda nostra”, dove “nostra” vuol dire “industriale”.
Sagra del lampredotto in plastica.
L’unica cosa autentica è la salmonella.
E il rumore inconfondibile delle forchette sulle stoviglie di melamina.
Capitolo VI – Il ritorno dei vivi morenti
E infine si torna.
Ma come?
Peggio di come si è partiti.
Più stanchi. Più vuoti. Più poveri. Più abbronzati, sì — ma con la faccia di chi ha fatto la guerra.
Eppure — misteriosamente, inspiegabilmente, cronicamente — già stai pensando all’estate prossima.
Magari un glamping in Toscana.
Magari una yurta in Mongolia.
Magari… magari basta che ci sia la Wi-Fi, il brunch, e l’angolo selfie.
E ora spiegatemelo voi…
Cari lettori, perché ci ricaschiamo ogni anno come i personaggi di Virzì?
Perché torniamo sempre lì, a recitare la parte dell’italiano medio in vacanza, convinti che “stavolta sarà diverso”.
E invece no: è sempre lo stesso film.
Solo con più sabbia, meno sonno, più codici sconto e più diarrea da street food.
Poesia conclusiva, firmata Italo Nostromo
“Ritorno da un agosto qualsiasi”
Sono tornato col segno dell’infradito impresso sul piede,
col fegato affumicato e l’anima sudata.Ho visto tramonti che sembravano Photoshop,
e file al bagno chimico degne dell’INPS.Ho scalato una vetta per postare un selfie,
ho mangiato calamari fritti a mille chilometri dal mare.Ho detto “mai più” ogni sera.
Ma già sogno l’anno prossimo,
il nuovo costume,
il nuovo ingorgo,
il nuovo cocktail servito in un barattolo di marmellata con dentro una pianta.E capisco che non è una vacanza.
È un richiamo.
Come quello dei salmoni.
Ma con meno dignità.





