La disfatta repubblicana alle midterm renderebbe inevitabile l’impeachment alla Camera
Recentemente ci sono stati alcuni risultati importanti nelle primarie repubblicane americane che, a mio avviso, potrebbero avere conseguenze enormi sulle elezioni di novembre 2026, le cosiddette midterm, cioè le elezioni di metà mandato, e, a cascata, anche sulle future elezioni presidenziali del 2028.
Uno dei casi più significativi è quello del Texas, dove ieri il senatore federale attualmente in carica, John Cornyn, repubblicano del Texas, è stato sconfitto alle primarie repubblicane da Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato pienamente identificato con il trumpismo più duro.
Che un potente senatore venga sconfitto alle primarie del suo stesso partito è un evento rarissimo, quasi inaudito.
Cornyn non era affatto un oppositore di Trump. Al contrario: era uno dei politici più esperti del Senato americano, già numero due della leadership repubblicana, e aveva sostenuto quasi tutta l’agenda trumpiana, comprese le nomine giudiziarie e molte delle principali battaglie legislative del presidente.
Il punto, però, è che nel 2023 la situazione politica era molto diversa da oggi. Alla Casa Bianca c’era Joe Biden, mancava ancora circa un anno alle elezioni presidenziali del 2024, e dentro il Partito Repubblicano non era ancora chiaro chi sarebbe stato il candidato finale contro Biden.
Trump era reduce da due impeachment, dalle polemiche sull’insurrezione da lui istigata del 6 gennaio 2021 e da una situazione politica che, in quel momento, appariva fragile a molti repubblicani.
In quel contesto Cornyn dichiarò che forse Trump era politicamente “superato” e che il Partito Repubblicano avrebbe avuto bisogno di un candidato più moderato e capace di parlare anche agli elettori indipendenti e moderati.
Successivamente, Cornyn sostenne comunque Trump. Ma, evidentemente, quella presa di distanza iniziale non è mai stata dimenticata. Trump, come è ben noto, nel suo secondo mandato ha scelto di privilegiare la fedeltà personale assoluta rispetto a qualunque altro fattore, compresa la capacità dei candidati repubblicani di vincere elezioni.
Una strategia che rischia di ripetere quanto già accaduto nelle elezioni di metà mandato del 2022, svoltesi durante la presidenza Biden.
All’epoca, gli analisti prevedevano una grande vittoria repubblicana. Biden era impopolare, l’inflazione alta e, storicamente, il partito del presidente perde quasi sempre terreno nelle elezioni di metà mandato.
Invece, i repubblicani ottennero risultati molto inferiori alle aspettative: conquistarono sì la Camera dei Rappresentanti, ma con una maggioranza minima e, soprattutto, non riuscirono a conquistare il Senato, che rimase ai democratici.
Molti commentatori attribuirono quel risultato proprio al fatto che Trump aveva imposto, nelle primarie repubblicane, candidati scelti specialmente per la loro fedeltà personale a lui più che per la loro reale forza elettorale.
In diversi Stati considerati favorevoli ai repubblicani, questi candidati finirono poi per perdere le elezioni vere, quelle aperte a tutto l’elettorato e non soltanto alla base trumpiana più radicale.
In Georgia, per esempio, Herschel Walker, ex campione sportivo senza grande esperienza politica, perse una corsa per il Senato che i repubblicani ritenevano assolutamente alla loro portata.
In Arizona Blake Masters fu sconfitto nonostante un contesto favorevole ai repubblicani. In Nevada Adam Laxalt perse contro una senatrice democratica che molti consideravano in forte difficoltà.
Paradossalmente, quel risultato rafforzò enormemente Joe Biden all’interno del Partito Democratico. Se nel 2022 i repubblicani avessero davvero travolto i democratici, come molti prevedevano, Biden sarebbe probabilmente arrivato alle primarie del 2024 molto più indebolito e forse con seri sfidanti interni.
Il suo declino cognitivo non avrebbe potuto essere nascosto: sarebbe emerso già durante i dibattiti delle primarie e non soltanto pochi mesi prima delle elezioni, nel confronto diretto con Trump, costringendo i democratici a cambiare cavallo quando la corsa era ormai quasi conclusa.
Oggi, secondo me, Trump rischia di ricadere nello stesso errore che fece nelle elezioni di midterm di quattro anni fa.
Ken Paxton, il candidato repubblicano in Texas, arriva alle elezioni generali con una situazione personale e politica molto pesante: impeachment, accuse di corruzione, procedimenti giudiziari, scandali personali e perfino un divorzio pubblico molto imbarazzante sul piano dell’immagine.
In uno Stato conservatore come il Texas questo potrebbe anche non bastare a far perdere i repubblicani, ma, certamente, rende la corsa più difficile, più costosa e più rischiosa.
Inoltre, c’è un altro elemento importante.
I senatori “epurati” da Trump restano comunque in carica fino a gennaio 2027. John Cornyn del Texas, Bill Cassidy della Louisiana, Thom Tillis del North Carolina, Mitch McConnell del Kentucky e Lisa Murkowski dell’Alaska sembrano sempre meno disposti a seguire automaticamente Trump su tutto.
E questo potrebbe complicare enormemente l’agenda legislativa della Casa Bianca nei prossimi mesi. Ma una disfatta repubblicana alle midterm non significherebbe soltanto la paralisi dell’agenda legislativa di Trump. Significherebbe molto di più.
Vorrebbe dire la fine della sua aura di invincibilità politica, quella convinzione – costruita in questi anni – secondo cui ogni sfida, ogni scandalo, ogni processo, ogni eccesso finisca comunque per rafforzarlo.
Con una Camera ostile, partirebbero immediatamente commissioni d’inchiesta a raffica: sui conflitti di interesse, sulle pressioni istituzionali, sull’uso del potere esecutivo, sui rapporti finanziari, sulle epurazioni interne, sulle vicende legate al 6 gennaio e a tutto ciò che è seguito.
E poi ci sarebbe il blocco delle nomine: giudici federali, eventuali posti vacanti alla Corte Suprema, membri del governo, vertici amministrativi.
Negli Stati Uniti il potere di un presidente non dipende solo dalle leggi che riesce a far approvare, ma anche dalla capacità di occupare nel tempo le istituzioni.
Se quella capacità si spezza, la presidenza entra lentamente in una fase di logoramento politico permanente. Personalmente, penso che in uno scenario del genere l’impeachment alla Camera sarebbe praticamente inevitabile.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


