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L’uso esoterico del mercurio come induttore di esperienze ipnagogiche

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mercurio induttore di esperienze ipnagogiche

Tra esoterismo, massoneria e neurotossicologia

Tra le sostanze che hanno attraversato la storia dell’umanità con una doppia valenza – medica e sacra, scientifica e misterica – il mercurio occupa un posto del tutto singolare.

Metallo liquido a temperatura ambiente, dotato di proprietà otticamente affascinanti e chimicamente eccezionali, il mercurio è stato al centro di pratiche alchemiche, rituali iniziatici e cure mediche per oltre duemila anni, in culture geograficamente e cronologicamente distanti.

Solo nel XIX secolo la sua neurotossicità è stata pienamente riconosciuta; prima di allora, gli effetti che produceva sul sistema nervoso centrale di chi lo manipolava o ingeriva erano interpretati attraverso categorie culturali radicalmente diverse: rivelazione, trasformazione, contatto con il divino.

La domanda che guida questo articolo è semplice nella formulazione, ma complessa nelle implicazioni: esiste una correlazione documentabile tra l’uso del mercurio nelle tradizioni esoteriche e l’induzione di stati ipnagogici o, più in generale, di esperienze di coscienza non ordinaria?

E se tale correlazione esiste, come va interpretata: come un effetto neurotossico patologico reinterpretato in chiave spirituale, o come l’attivazione di facoltà percettive che avrebbero una loro propria efficacia, indipendente dalla spiegazione neurologica?

Effetti del Mercurio sul sistema nervoso secondo la neurotossicologia

Il mercurio esercita effetti neurotossici attraverso molteplici meccanismi. Il mercurio elementale (Hg⁰), inalato come vapore, attraversa facilmente la barriera emato-encefalica e si accumula nel cervello, dove interferisce con la trasmissione sinaptica, inibisce enzimi sulfidrilici critici e provoca ossidazione dei lipidi di membrana (Clarkson & Magos, 2006).

Il mercurio inorganico (sali come il calomelano, HgCl₂) danneggia prevalentemente i reni ma può raggiungere il sistema nervoso centrale a dosi elevate. Il mercurio organico – in particolare il metilmercurio – è la forma più neurotossica, perché penetra con estrema facilità nel tessuto cerebrale e ha emivita biologica di settimane (Counter & Buchanan, 2004).

L’esposizione cronica al mercurio produce un quadro clinico caratteristico, descritto per la prima volta in modo sistematico durante l’epidemia di Minamata in Giappone (1956/1968) e nelle popolazioni minerarie europee dei secoli precedenti.

I sintomi neurologici documentati includono (Rice et al., 2014; Risher & De Rosa, 2007):

• Alterazioni sensoriali: parestesie, ipersensibilità agli stimoli visivi e uditivi, fotofobia, acufeni;

• Disfunzione cerebellare e vestibolare: atassia, vertigini, sensazione di levitazione o fluttuazione;

• Alterazioni cognitive: deficit di memoria, difficoltà di concentrazione, stati confusionali;

• Alterazioni del ciclo sonno-veglia: insonnia, ipersonnia, sogni vividi, difficoltà di transizione tra gli stati di coscienza;

• Allucinazioni e stati dissociativi: specialmente nelle fasi avanzate di intossicazione.

Di particolare rilevanza per l’argomento di questo articolo è l’ototossicità del mercurio, cioè la sua capacità di danneggiare le strutture dell’orecchio interno (Wu et al., 2020). Il sistema vestibolare ha un ruolo cruciale nella generazione di stati ipnagogici: la stimolazione o perturbazione dei canali semicircolari produce sensazioni di volo, levitazione, rotazione e uscita dal corpo – tutte componenti tipiche delle esperienze di soglia tra veglia e sonno (Cheyne, 2002).

Il danno progressivo alle cellule ciliate vestibolari indotto dal mercurio potrebbe quindi creare un substrato neurobiologico per esperienze soggettive che, in assenza di consapevolezza farmacologica, vengono naturalmente interpretate in chiave mistica o visionaria.

La ricerca sulle esperienze di paralisi del sonno e stati ipnagogici (Cheyne et al., 1999; Hishikawa & Shimizu, 1994) ha dimostrato che perturbazioni del sistema vestibolare, insieme alla disfunzione transitoria della corteccia prefrontale durante la transizione sonno-veglia, sono i meccanismi più probabili alla base di esperienze come levitazione, presenza di entità, visioni geometriche e stati estatici. Il mercurio – agendo esattamente su queste strutture – si configura come un potenziale induttore cronico di tali esperienze.

Il Mercurio nelle Tradizioni Esoteriche

Nella tradizione alchemica taoista (丹道, Dàndào), il mercurio occupava il centro del sistema simbolico e pratico. Il cinabro (硫化汞, solfuro di mercurio, HgS) era l’ingrediente principale delle pillole della vita (金丹, jīndān), la cui assunzione avrebbe dovuto condurre all’immortalità corporea.

I testi del Baopuzi (抱朴子) di Ge Hong (葛洪, 320 ca. d.C.) descrivono in dettaglio i processi di preparazione e le conseguenze attese della loro ingestione (Ge Hong, trad. Ware, 1966). Gli effetti descritti includono alleggerimento corporeo progressivo, capacità di volare, visioni luminose, stati di lucidità straordinaria e, infine, il superamento della morte fisica.

Il paradosso storico è tragico: diversi imperatori della Cina imperiale che seguirono queste pratiche morirono prematuramente, quasi certamente per avvelenamento da mercurio. Il caso più noto è quello di Qin Shi Huang (秦始皇, 259-210 a.C.), il primo imperatore unificatore della Cina, ossessionato dall’immortalità e noto consumatore di preparati a base di mercurio (Kohn, 2004).

Le cronache descrivono i suoi ultimi anni come segnati da stati alterati progressivi, paranoia, visioni e comportamenti erratici, sintomi del tutto coerenti con l’intossicazione cronica da mercurio.

Nell’alchimia ermetica europea, il mercurio era uno dei tre principi fondamentali di Paracelso (insieme a zolfo e sale), simbolo del principio volatile, dello spirito e dell’intelletto universale (Principe, 2013).

Come pianeta, Mercurio era il messaggero degli dèi, psicopompo (accompagnatore delle anime) e signore dei sogni e della comunicazione tra i piani dell’esistenza.

Il Mercurius duplex dell’alchimia europea designava il mercurio come sostanza che unisce opposti: fisso e volatile, solare e lunare, maschile e femminile.

Il testo alchemico del Rosarium Philosophorum (1550) descrive la solutio – la dissoluzione della materia prima nel mercurio – come il momento della “morte alchemica”, durante il quale il praticante sperimenta una dissoluzione dell’identità ordinaria e una visione della realtà sotterranea.

Anche Carl Gustav Jung nel Mysterium Coniunctionis (1956), sebbene da una prospettiva psicanalitica moderna, riconobbe nel processo alchemico una mappa precisa degli stati psicologici profondi, compresi quelli che oggi chiameremmo alterazioni della coscienza al confine tra veglia e sonno.

La medicina ayurvedica tradizionale include il sistema Rasa Shastra (रस शास्त्र), che utilizza preparati a base di mercurio “purificato” (Rasa bhasma) per scopi terapeutici e spirituali. Il mercurio era definito Parada – letteralmente “colui che porta oltre” – e identificato con il seme di Shiva (Meulenbeld, 1999).

I testi classici come il Rasaratnasamuccaya (XII – XIII sec.) descrivono effetti del mercurio purificato che includono il risveglio della Kundalini, il potenziamento della meditazione profonda e la capacità di percepire direttamente i chakra.

Studi recenti hanno sollevato allarmi sulla tossicità di questi preparati (Saper et al., 2008), confermando che i loro effetti neurobiologici sono reali e misurabili, anche se l’interpretazione culturale rimane radicalmente diversa.

Un caso storicamente documentato di pratiche alchemiche concrete all’interno di un contesto esoterico-massonico è quello dell’Orden des Gold- und Rosenkreutz (Ordine della Croce d’Oro e di Rosa), fondato negli anni 1750 da Hermann Fictuld (McIntosh, 1992).

L’ordine, i cui membri dovevano essere Maestri Massoni, richiedeva come condizione per l’avanzamento nei gradi superiori la partecipazione a operazioni alchemiche pratiche. I documenti interni dell’ordine menzionano esplicitamente il Mercurius Duplicatus, il Mercurius Animatus e il Mercurius Astralis – quest’ultimo con un significato esoterico nascosto legato a “pratiche astrali” (astrale Wirkungen) dei Fratelli nel decennio precedente al 1777 (Waite, 1888).

Già negli anni 70 del Settecento, l’ordine aveva centri a Vienna, Berlino, Amburgo, Francoforte, Monaco, Praga, Polonia, Ungheria e Russia (McIntosh, 1992). La presenza viennese è di particolare rilevanza per le vicende che seguono.

Il Caso di Vienna: Ignaz von Born, Mozart e il Mercurio

Al momento dell’iniziazione di Wolfgang Amadeus Mozart alla loggia Zur Wohltätigkeit (Beneficenza) nel dicembre 1784, Vienna contava quattordici logge massoniche, tra cui diverse di carattere esoterico o rosacrociano (Nettl, 1957).

L’ambiente intellettuale della Vienna dell’epoca era straordinariamente fertile: la massoneria degli Illuminati si intrecciava con il rosacrocianesimo pratico, il mesmerismo (di cui Mozart conosceva bene le pratiche, avendo dedicato a Mesmer riferimenti espliciti nel Così fan tutte) e le correnti della Naturphilosophie emergente.

La figura centrale di questo contesto è Ignaz Edler von Born (1742-1791), mineralogista e metallurgista di fama europea, Gran Maestro della loggia Zur wahren Eintracht (Vera Concordia) e capo degli Illuminati viennesi.

Born era contemporaneamente il principale architetto dell’esoterismo massonico viennese e il massimo esperto europeo di processi di amalgamazione con mercurio: il suo trattato Über das Anquicken der gold und silberhältigen Erze (1786) è considerato il testo fondativo della metallurgia estrattiva moderna.

Nel settembre 1786 Born organizzò a Sklené Teplice quella che viene considerata la prima conferenza scientifica internazionale della storia, dove dimostrò il suo processo di amalgamazione davanti a ventisette esperti di otto paesi, tra i quali figurava anche Goethe.

Per anni Born lavorò quotidianamente con vapori di mercurio, senza alcuna protezione. Una testimonianza dell’epoca lo descrive come “un chimico magro dal colorito ambrato” – dettaglio fisico compatibile con i sintomi dermatologici dell’intossicazione cronica da mercurio (Banaticum, 2021). Born morì nel luglio 1791, lo stesso anno di Mozart, dopo anni di malattia progressiva.

Born fu il mentore diretto di Mozart nella massoneria: fu lui a iniziarlo e a introdurlo all’esoterismo dei misteri egizi. Il suo saggio Über die Mysterien der Ägypter (I Misteri degli Egizi, 1784), pubblicato nel periodico massonico Journal für Freymaurer, divenne una delle fonti principali del libretto de Il Flauto Magico. Il personaggio di Sarastro – il saggio sacerdote/scienziato depositario dei misteri – è unanimemente riconosciuto come un ritratto di Born (Solomon, 1995).

La biblioteca di Born, venduta all’asta nell’autunno 1791, era “ricchissima di opere chimiche, alchemiche e mineralogiche” (Mineralogical Record, 2020): testimonianza di una fusione, nella sua mente, tra scienza pratica e tradizione ermetica che non conosceva separazione epistemologica.

L’analisi del corpus operistico mozartiano rivela una coerente struttura alchemico-iniziatica che va ben oltre il semplice simbolismo massonico superficiale.

Der Stein der Weisen (La Pietra Filosofale, 1790), composto collaborativamente da Mozart con Schikaneder e altri, è la prima opera della serie e porta nel titolo stesso il riferimento al Lapis Philosophorum — il fine supremo dell’opus alchemicum (Buch, 1997). La trama prevede un eroe che supera prove di fuoco e acqua tramite una guida comica: struttura che anticipa direttamente Il Flauto Magico.

Ne Il Flauto Magico (1791), la struttura alchemica è articolata su tre livelli.

Il primo è narrativo-simbolico: le prove di fuoco e acqua che Tamino e Pamina superano corrispondono alle operazioni di calcinatio et solutio – distruzione e dissoluzione della materia prima – che precedono la rinascita alchemica (coagulatio).

Il secondo livello è cosmologico: la polarità tra la Regina della Notte (Luna, principio femminile-volatile, Mercurius) e Sarastro (Sole, principio fisso, Sulphur) riproduce esattamente la tensione dei due principi alchemici fondamentali che il Coniunctio Oppositorum deve risolvere (van den Berk, 2004).

Il terzo livello è fenomenologico: la struttura del “sonno stratificato” descritta nelle interpretazioni cabalistiche del libretto – un Re che sogna di essere una Regina che sogna di essere un Principe che sogna di essere una Principessa addormentata – è strutturalmente identica alla fenomenologia dell’esperienza ipnagogica profonda, con i suoi strati di consapevolezza sovrapposta (Cheyne et al., 1999).

Mozart compose Il Flauto Magico mentre era malato, sotto grave stress economico e nell’imminenza della morte. Nel suo ultimo anno di vita frequentava assiduamente l’ambiente di Schikaneder, circolo in cui le pratiche esoteriche si intrecciavano con la creazione artistica.

Il 15 novembre 1791, due settimane prima di morire, compì il suo ultimo atto pubblico come massone: dirigere personalmente la Piccola Cantata Massonica K. 623 a Vienna.

Nelle ultime settimane di vita, i testimoni descrivono gonfiore agli arti, debolezza progressiva, ipersensibilità sensoriale e stati alterati di coscienza – sintomi che alcuni studiosi hanno ricondotto a un’intossicazione da mercurio, eventualmente derivante da un trattamento contro la sifilide (Hirschmann, 2001).

Isaac Newton: Il caso più documentato

Isaac Newton (1643-1727) rappresenta il caso storicamente più documentato e analiticamente più ricco della correlazione tra esposizione prolungata al mercurio, produzione mistica e alterazioni neurologiche.

La scoperta delle sue massicce attività alchemiche, avvenuta gradualmente nel corso del Novecento, ha radicalmente ridisegnato il profilo intellettuale di colui che era considerato il fondatore della fisica moderna. Come osservò l’economista John Maynard Keynes dopo aver studiato i manoscritti alchemici newtoniani venduti all’asta da Sotheby’s nel 1936: “Newton non era il primo degli scienziati; era l’ultimo dei magh” (Keynes, 1947).

Newton scrisse circa dieci milioni di parole nel corso della sua vita, delle quali oltre un milione – il dieci per cento – erano dedicate all’alchimia (Newman, 2019). Dedicò sei settimane ogni primavera e ogni autunno per decenni alla cosiddetta “chymistry”, lavorando spesso anche nei mesi climaticamente sfavorevoli, in un laboratorio privato costruito nel giardino del Trinity College di Cambridge.

Tra le sostanze con cui lavorò più intensamente, il mercurio occupava un posto centrale: il sophick mercury – un mercurio “filosofico” preparato attraverso distillazioni successive e riscaldamento con oro – era considerato il principale ingrediente della Pietra Filosofale (National Geographic, 2016).

La documentazione dell’esposizione di Newton al mercurio è di rara precisione per l’epoca. Nei suoi diari di laboratorio, Newton registrò meticolosamente le proprietà organolettiche delle sostanze con cui sperimentava, inclusa l’ingestione diretta.

Tra i 108 appunti sul gusto di varie sostanze, quello sul mercurio recita semplicemente: “forte, aspro, sgradevole” (American Journal of Psychiatry, 2001). La notazione è asciutta, ma la sua implicazione è inequivocabile: Newton assaggiò il mercurio.

La conferma scientifica arrivò nel 1979, quando l’analisi di campioni di capelli esumati di Newton rivelò concentrazioni di mercurio significativamente superiori ai valori di riferimento, insieme a elevate concentrazioni di piombo (Spargo et al., 1980).

Questi dati collocarono Newton nella categoria degli individui con esposizione cronica documentata ai vapori e ai composti del mercurio – un’esposizione che, sulla base della letteratura neurotossicologica, avrebbe potuto produrre effetti neurologici rilevanti nell’arco di anni o decenni.

Nell’estate e nell’autunno del 1693, Newton subì un crollo neurologico e psichiatrico che i suoi contemporanei descrissero semplicemente come “follia” e che i medici dei secoli successivi hanno ricondotto, con crescente consenso, all’avvelenamento cronico da mercurio.

I sintomi documentati nelle lettere dell’epoca e nelle testimonianze dei conoscenti includevano tremore, insonnia grave (in una lettera Newton scrisse di essere rimasto sveglio per cinque notti consecutive), impossibilità di alimentarsi, deliri di persecuzione, confusione mentale, amnesia e crisi di aggressività verbale nei confronti degli amici più cari.

La crisi raggiunse il suo apice in due lettere famose: una a Samuel Pepys, nella quale Newton lo accusava di “trarlo in una maledizione” attraverso i loro rapporti, e una a John Locke, nella quale scrisse: “Pensai che ti stessi sforzando di imbrogliarmi con le donne e per questo fui arrabbiato con te. Sono molto dispiaciuto di aver scritto che sarebbe stato meglio se tu fossi morto” (Westfall, 1980).

La lucidità intermittente di queste comunicazioni – Newton era consapevole, a tratti, dell’irrazionalità del suo comportamento – è coerente con i pattern di intossicazione da mercurio, nei quali la funzione cognitiva si deteriora in modo non uniforme.

Il dettaglio più rilevante per la tesi di questo articolo è la coincidenza temporale tra il periodo di massima attività alchemica con il mercurio e la produzione delle opere più esoteriche e mistiche di Newton.

Tra il 1687 e il 1693 – gli anni immediatamente precedenti al crollo – Newton compose il manoscritto Praxis, la più complessa e oscura delle sue opere alchemiche, scritta in un linguaggio di Decknamen (nomi in codice) ermetici che includono il “Caduceo di Mercurio”, la “Falce di Saturno”, il “Leone Verde” e la “Tridente di Nettuno” (Newman, 2019).

Nello stesso periodo tradusse personalmente la Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto e scrisse commenti apocalittici su Daniele e l’Apocalisse di Giovanni.

Nei suoi appunti sul Mercurius Philosophorum, Newton scrisse in latino: “O gran Mercurio dei Filosofi, è in te che l’Oro e l’Argento si uniscono quando sono portati dalla potenza all’atto. Un mercurio tutto Sole, un Sole tutto Luna: una triplice sostanza in uno e uno in tre, mercurio, zolfo e sale” (Newton, citato in Newman, 2019).

Il linguaggio è chiaramente quello della tradizione ermetica – ma chi lo scriveva era lo stesso uomo che aveva scoperto la gravitazione universale. La coesistenza, nella stessa mente, di rigore matematico e visione mistica è un dato che richiede spiegazione.

Il caso Newton si presta in modo esemplare alla duplice interpretazione conclusiva di questo articolo.

Da un lato, la progressione documentata – anni di esposizione al mercurio, seguiti da un crollo neurologico con sintomi coerenti con l’intossicazione cronica, seguito da produzione mistica intensa – può essere letta come la traiettoria classica dell’avvelenamento da mercurio: euforia e percezioni alterate nelle fasi iniziali, poi deterioramento.

Dall’altro, il fatto che le intuizioni scientifiche di Newton sull’ottica, sulla gravitazione e sulla struttura della materia siano state profondamente intrecciate con le sue concezioni alchemiche – come ha dimostrato in modo definitivo lo storico della scienza William Newman nel volume Newton the Alchemist (2019) – suggerisce che qualcosa di cognitivamente significativo accadesse in quel laboratorio fumoso di Cambridge, qualcosa che non si riduce alla semplice patologia.

Due ipotesi

La spiegazione scientificamente più cauta è che il mercurio producesse alterazioni neurologiche reali – danno vestibolare, perturbazione del ciclo sonno-veglia, stati allucinatori – che le culture pre-scientifiche, prive di strumenti per riconoscere l’avvelenamento, interpretavano attraverso le categorie disponibili: rivelazione divina, apertura dei sensi sottili, contatto con l’aldilà.

Secondo questa lettura, le esperienze descritte dagli alchimisti cinesi che assumevano pillole di cinabro, dai metallurgisti che lavoravano con vapori di mercurio, dai pazzi cappellai dell’Inghilterra vittoriana intossicati durante la produzione di feltro, e forse dallo stesso Born negli ultimi anni della sua vita, sarebbero stati episodi di intossicazione neurologica progressiva, reinterpretati – in buona fede – come tappe di un percorso iniziatico.

Quest’ipotesi ha il vantaggio della coerenza con il corpus della neurotossicologia moderna. Spiega perché le descrizioni delle esperienze “spirituali” da mercurio (levitazione, luminosità, sensazione di uscire dal corpo, incontri con entità) coincidano con precisione quasi clinica con i sintomi documentati dell’intossicazione da vapori di mercurio.

Spiega anche la progressione: le fasi iniziali dell’esposizione producono stati euforici e percezioni alterate piacevoli, mentre le fasi avanzate conducono alla demenza e alla morte – una progressione che molte tradizioni esoteriche leggono come successione di “gradi iniziatici” sempre più profondi.

Una seconda ipotesi – più scomoda per il pensiero scientifico ma non priva di una sua logica – è che il mercurio, agendo sul sistema nervoso in modi specifici e controllati, possa effettivamente attivare processi percettivi non ordinari che hanno una propria efficacia, indipendente dalla patologia.

In questa prospettiva, le tradizioni esoteriche avrebbero scoperto empiricamente – attraverso secoli di sperimentazione non sistematica ma reale – che determinate modalità di esposizione al mercurio producono stati di coscienza in cui l’elaborazione sensoriale ordinaria viene sospesa e modalità percettive diverse diventano accessibili.

Questa lettura non richiede di abbracciare un’ontologia soprannaturale. Si può restare in un orizzonte naturalistico e osservare che il sistema nervoso umano, in condizioni di perturbazione biochimica controllata, accede a stati di elaborazione che nella vita ordinaria rimangono latenti: stati in cui i confini tra sogno e veglia, tra sé e mondo, tra memoria e percezione si assottigliano o scompaiono.

Che questi stati vengano chiamati “esperienze mistiche”, “apertura dei sensi sottili” o “stati ipnagogici” dipende dal vocabolario culturale disponibile, non dalla natura dell’esperienza.

Il fatto che le tradizioni esoteriche che usavano il mercurio abbiano prodotto sistemi simbolici di straordinaria ricchezza e coerenza – l’alchimia taoista, il corpus ermetico occidentale, il Rasa Shastra – e che tali sistemi abbiano ispirato figure geniali come Isaac Newton (noto per le sue prolungate esperienze con il mercurio nei laboratori di Cambridge), Robert Boyle e Mozart, suggerisce che qualcosa di più di una semplice intossicazione fosse in gioco.

La domanda rimane aperta: se il mercurio è un veleno che produce allucinazioni, o una sostanza che – a dosi e modalità specifiche – apre finestre percettive sovrannaturali.

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