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Laghetto verde all’EUR: attivisti protestano contro ENI e guerra Gaza

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Laghetto verde all'EUR

Extinction Rebellion getta fluoresceina nel laghetto ed espone bandiera del cane a sei zampe che brucia bandiera della Palestina

“Il culo vi devono fare fosforescente. Altro che giustizia climatica”.

Lapidario il giudizio di un romano che ha assistito all’ennesima bravata degli sbalestrati di Extinction Rebellion, che hanno tinto di verde il laghetto di fronte alla sede dell’ENI.

Ma, siccome il cambiamento climatico è ormai fuori moda e i cittadini hanno capito che il “moriremo tutti” era una bufala, hanno aggiunto anche una bandiera della Palestina accanto a quella dell’Ente Nazionale Idrocarburi e l’immancabile scritta farneticante: “Stop Ecocidio – Stop Genocidio”.

Il romano ha visto giusto. Meglio dei cinque quotidiani che hanno rilanciato il comunicato degli attivisti come un bollettino meteorologico, senza una sillaba di condanna. Perché il punto non è l’acqua verde. È la mutazione.

Il prodotto “clima” non vende più. I blocchi stradali sono finiti nel ridicolo il giorno in cui gli automobilisti hanno smesso di aspettare la polizia e si sono messi a trascinare via i manifestanti dall’asfalto con le proprie mani.

Restava il magazzino pieno di merce invenduta e, allora, si è cambiata l’etichetta: sotto “ecocidio” si è aggiunto “genocidio”.

Stessa fluoresceina, nuova causa. La Palestina come rilancio commerciale di un brand in saldo.

E qui la domanda che nessuno pone. Se davvero li muovesse la strage degli innocenti, perché bruciano una bandiera sola?

La Russia rade al suolo le città ucraine e deporta i bambini, tanto che la Corte penale internazionale ha spiccato un mandato d’arresto per Putin.

Il Sudan conta centinaia di migliaia di morti. Eppure nessuno tinge un canale davanti a Gazprom.

La selezione del cadavere rivela che non è il morto a interessarli: è il colpevole. E ne serve uno occidentale. Israele va bene, l’ENI va bene, l’America va bene. Mosca no, perché rovinerebbe lo schema.

C’è poi il paradosso che i giornali ripetono senza accorgersene. “Fluoresceina, sostanza innocua, sparisce in poche ore”. Lo scrivono come attenuante. È la confessione.

Un movimento che urla “ecocidio” sceglie con cura chirurgica una sostanza che non inquina nulla, atossica, biodegradabile a comando. Recitano la devastazione del pianeta con la garanzia di non devastare niente. Non è ingenuità: è strategia giudiziaria.

Perché altrove, in Europa, la tolleranza giudiziaria è finita.

A Londra il fondatore di Just Stop Oil Roger Hallam e altri quattro hanno preso dai quattro ai cinque anni per aver paralizzato un’autostrada; sedici in tutto, condannati fino a un lustro.

In Germania la procura di Monaco ha incriminato i vertici di Letzte Generation per associazione criminale, l’articolo che si usa contro le mafie.

In Italia? Le denunce per il blitz delle dieci città del 2023 archiviate tutte. A Venezia, Greta Thunberg e trentasei attivisti se la sono cavata con una multa e quarantotto ore di divieto di rientro. DASPO da stadio, non da reato.

Non è la bontà dei nostri giudici. È che hanno studiato la falla e ci si sono infilati: sostanza atossica, niente disastro ambientale; macchia temporanea, niente danneggiamento e nessun comune può presentare un conto di bonifica per un colore che svanisce da solo.

Hanno scelto il gesto che azzera ogni responsabilità. Eppure, quando altrove il conto arriva, gridano alla “repressione”, alla “deriva autoritaria”.

Lo stesso movimento che invoca trattati legalmente vincolanti, cioè la legge quando gli conviene, urla alla dittatura nel momento in cui la legge si applica anche a lui.

E i soldi? La domanda si chiude da sola, con una risata amara. Chi paga la fluoresceina, gli striscioni, la macchina che muove dieci città in contemporanea è il petrolio, alla lettera.

Il principale finanziatore di Extinction Rebellion è il Climate Emergency Fund, la cui donatrice fondatrice è Aileen Getty, nipote del fondatore della Getty Oil, erede di una delle più colossali fortune petrolifere mai accumulate.

Il movimento che disegna il cane a sei zampe avvolto dalle fiamme vive dei proventi del greggio. Quando glielo hanno fatto notare, la risposta è stata di sincerità abbagliante: l’industria fossile è la sua famiglia, non lei; lei è soltanto ricca.

Il denaro del petrolio è impuro nel portafoglio del nonno, diventa sacro quando finanzia chi maledice il nonno.

Resta il perché. Perché un ragazzo, cresciuto nel Paese più libero e ricco che la storia abbia prodotto, si convinca che quel Paese sia il male assoluto e corra a colorare un laghetto per dirlo.

La risposta non è politica, è clinica. Esistono malattie in cui l’organismo smette di riconoscersi: il sistema immunitario scambia i tessuti sani per nemici e li aggredisce.

L’Occidente ne ha sviluppata una versione identitaria e questi ne sono il sintomo. Nutriti dal benessere che maledicono, educati nelle università che disprezzano, protetti da quello stato di diritto che chiamano dittatura, le poche volte che funziona. Usano gli anticorpi della civiltà per attaccare la civiltà.

Il romano del laghetto aveva ragione due volte. Quel culo fosforescente non era una battuta. Era una diagnosi. Perché il vero ecocidio non è nell’acqua dell’EUR, che torna limpida in poche ore.

È nella testa di chi ha bisogno di colorarla per sentirsi vivo e scambia la mano che lo nutre per quella che lo strangola.

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