Il bivio politico che a Palazzo Chigi finge di non vedere
Dopo la disfatta referendaria sulla giustizia, il governo guidato da Giorgia Meloni si trova davanti a un bivio politico che Palazzo Chigi sembra non voler riconoscere fino in fondo.
Continuare fino alla scadenza naturale della legislatura appare oggi meno una scelta strategica e più una scommessa difensiva, orientata innanzitutto all’obiettivo della longevità.
Ma la durata, da sola, non coincide necessariamente con la forza politica. E, soprattutto, non coincide con la capacità di incidere.
Il referendum di marzo 2026 non è stato soltanto una battuta d’arresto su un singolo dossier. È stato il segnale plastico dell’esaurimento della spinta riformatrice che aveva accompagnato, almeno nelle intenzioni, la prima fase dell’esperienza di governo.
La promessa implicita era quella di un esecutivo capace di imprimere una direzione, rompere alcune inerzie strutturali, costruire un nuovo equilibrio politico-istituzionale. Oggi quella promessa appare sospesa.
Il punto centrale è semplice: cosa può realisticamente fare il governo nei prossimi dodici mesi? La risposta, osservando il quadro politico ed economico, è altrettanto semplice: molto poco.
Sull’economia, i margini sono strettissimi. I vincoli comunitari, l’instabilità mediorientale, la volatilità energetica e il ritorno delle pressioni inflazionistiche limitano fortemente la capacità dell’esecutivo di produrre risultati tangibili nel breve periodo.
Sul fronte della sicurezza, terreno identitario della destra, è difficile immaginare svolte percepibili dall’opinione pubblica in tempi rapidi. Quanto alle riforme, il referendum ha inevitabilmente raffreddato l’orizzonte politico.
Resta, allora, una navigazione a vista. Ed è proprio qui che emerge il paradosso: il governo, nei prossimi mesi, può incidere poco ma rischia molto.
Perché il logoramento non è un concetto astratto. È una dinamica politica concreta, spesso sottovalutata dai governi forti nei sondaggi. Un anno senza risultati simbolicamente rilevanti rischia di trasformarsi in un lento consumo di consenso.
Non necessariamente in un crollo, ma in quella progressiva erosione che, in sistemi elettorali frammentati come quello italiano, può risultare decisiva.
Ed è qui che entra in gioco la questione più delicata: il pareggio.
Con l’attuale legge elettorale, uno scenario di sostanziale equilibrio tra centrodestra e centrosinistra non è affatto remoto. Anzi, appare sempre più plausibile. E un pareggio, nel contesto italiano, significherebbe, inevitabilmente, una fase di ricomposizione parlamentare, mediazioni centriste e possibili larghe intese.
Non esattamente lo scenario auspicabile per l’attuale maggioranza. O, perlomeno, per il partito di Giorgia Meloni.
Inoltre, la prossima legislatura eleggerà il nuovo Presidente della Repubblica. Un elemento che pesa enormemente nelle valutazioni strategiche dei partiti. Arrivare indeboliti a quell’appuntamento significherebbe esporsi a una marginalizzazione politica ben più profonda di una semplice sconfitta elettorale.
Per questo colpisce la sensazione che, dentro la maggioranza, stia prevalendo una logica quasi notarile della durata. Superare il record del secondo governo guidato da Silvio Berlusconi sembra essere diventato un obiettivo implicito, forse persino psicologico: certificare stabilità, dimostrare continuità, rivendicare un’eccezionalità rispetto alla tradizione italiana.
Ma la longevità, in politica, è un mezzo e non un fine. Un governo resta forte se mantiene capacità propulsiva, non semplicemente perché rimane in carica.
La domanda, allora, diventa inevitabile: ha senso consumare lentamente il capitale politico accumulato in questi anni soltanto per arrivare formalmente alla fine della legislatura?
Oppure sarebbe più razionale trasformare quel capitale in una nuova legittimazione elettorale prima che il ciclo politico entri pienamente nella sua fase discendente?





